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RUSSIA - Don Stefano Caprio parroco cattolico in terra ortodossa

L’italiano di Vladimir

    di FULVIO SCAGLIONE - foto di Anatolyj Zhdanov
    

   Famiglia Cristiana n.35 del 3-9-2000 - Home Page Ha solo 40 anni, ma ha riaperto la prima parrocchia di tutto il Paese. Anzi, ne ha riaperte quattro, questa in cui sta ora è l’ultima. Ci si trova bene, dice, anche se ha faticato a rimettere in sesto la comunità. E con i pope, come va? «Bene, di alcuni sono amico. Ma è meglio non sbilanciarsi troppo». Altrimenti scatta l’accusa di "proselitismo".

Vladimir, agosto

Se Alessio II, patriarca della Chiesa ortodossa, avesse ragione di accusare i cattolici di fare "proselitismo" in Russia, quello che fuma la pipa e appunta per scherzo sulla tonaca la medaglia ricevuta dal Corpo delle guardie carcerarie per il lavoro nelle prigioni, non sarebbe don Stefano Caprio ma il pericolo pubblico numero uno, l’Attila delle conversioni, l’Al Capone della predicazione.

La processione con cui don Stefano Caprio e i cattolici di Vladimir hanno celebrato i sette anni della riapertura della parrocchia.
La processione con cui don Stefano Caprio e i cattolici di Vladimir
hanno celebrato i sette anni della riapertura della parrocchia. 

Pensate che curriculum: 40 anni, figlio di un medico che per anni ha seguìto gli ospedali missionari, studi al Russicum (dunque: spia del Vaticano), nel 1989 primo sacerdote straniero ad arrivare in Russia. Nel 1993 ha riaperto la parrocchia di Vladimir (la prima nel Paese, perché persino le chiese di Mosca furono restituite con decreti successivi), poi quelle di Nizhnyj Novgorod e Ivanovo, e infine quella di Jaroslavl’ (maggio 2000). E Vladimir è la quintessenza storica della Russia cristiana e ortodossa: fu capitale prima di Mosca e dopo Kiev, sede del metropolita, fino a metà del Quattrocento i grandi principi russi venivano a farsi incoronare qui. Nel raggio di un chilometro ci sono le cattedrali di San Demetrio (1193) e dell’Assunzione (1158), con gli affreschi di Andrej Rubljov.

La chiesa cattolica fu costruita nel 1894 (con la benedizione dell’allora vescovo Sergij, poi diventato patriarca) per iniziativa di un battaglione di soldati polacchi e relative famiglie, che si autotassarono per comprare il terreno e tirar su i muri. La parrocchia si sviluppò tranquilla con 2-3 mila fedeli, fino alla Rivoluzione. L’ultimo parroco, padre Anton Zemeskievic, fu arrestato nel 1929 e fucilato nel 1937, la parrocchia chiusa nel 1930, la chiesa trasformata in stazione radio, poi in casa di coabitazione, infine in museo di storia locale. 

«Noi», completa padre Stefano, «siamo arrivati qui nel 1992 su segnalazione di una famiglia di origini polacche, che ci spedì una lettera con le firme di altri cittadini di Vladimir. E da poco abbiamo festeggiato i 7 anni della riapertura».

  • Burocrazia a parte, come furono i primi tempi?

«C’era un gran lavoro pastorale da fare. I cattolici erano persone molto anziane, con una memoria del cattolicesimo annacquata o legata a tradizioni etniche polacche, lituane o bielorusse, gente che non sapeva nulla del Concilio Vaticano II e di tutto il resto; oppure figli e nipoti che ricordavano il nonno o la nonna che pregavano di nascosto in polacco. Una memoria magari sanguigna e appassionata, ma con una coscienza religiosa ed ecclesiale approssimativa. Nei primi tempi, con l’aiuto di alcune suore italiane, ho dovuto persino ricostruire un’abitudine liturgica, la preghiera, la messa... Solo adesso posso dire che appaiono cattolici con una coscienza matura».

  • E la reazione ortodossa?

«Prima di riaprire la parrocchia, anzi prima di tutto, abbiamo incontrato il vescovo di Vladimir, Evlogij, poi diventato metropolita. Un sant’uomo che prima era igumeno e superiore del monastero di Optyna Pustin’, interessato quindi più alle questioni spirituali che a quelle di politica ecclesiastica. Il primo incontro fu cordiale, per la riapertura mandò un telegramma, in questi anni non c’è mai stato un pronunciamento verso di noi men che rispettoso. Di recente abbiamo fatto delle azioni caritative e lui ha mandato i suoi delegati. Se non collaboriamo, possiamo però dire che non c’è alcun contenzioso».

  • E con i sacerdoti della diocesi ortodossa?

«Con la maggior parte di loro ho rapporti cordiali, con alcuni addirittura di amicizia, coltivata ovviamente con discrezione».

Altro momento della liturgia.

Don Stefano durante la messa.

Altro momento della liturgia.

Don Stefano durante la messa. 

  • E nelle altre città dove hai riaperto le parrocchie?

«A Nizhnyj Novgorod c’è il metropolita Nikolaj, un decorato della seconda guerra mondiale, in quella sede dal 1976. Parla spesso contro i missionari stranieri. Diciamo che contro la parrocchia cattolica ha abbaiato ma non morso, cioè non ha fatto nulla per ostacolarla. A Ivanovo, dove c’è il vescovo Amvrosij, ci hanno accolto con grande favore, meglio ancora che a Vladimir. Ma quando abbiamo fatto domanda per un terreno, visto che lì non c’era più la chiesa, ci siamo scontrati con la fortissima reazione di una parte dell’amministrazione comunale e del clero ortodosso. Un gruppo di sacerdoti e monaci ha scritto un pamphlet contro di noi e ha lanciato un appello alla popolazione perché ci impedisse di insediarci. A Jaroslavl’ c’è un arcivescovo, Michej, che si è più volte vantato di non aver mai incontrato un non ortodosso e di non avere intenzione di farlo in futuro. Viste le premesse, non siamo andati a trovarlo, ma l’amministrazione ci ha permesso di registrare la parrocchia senza troppe difficoltà».

Durante la visita del Papa in Georgia.

Con la medaglia delle guardie carcerarie.

Durante la visita del Papa in Georgia.

Con la medaglia delle guardie carcerarie.

  • Qual è la regola d’oro per avere rapporti corretti con gli ortodossi?

«Avere un notevole rispetto e accettare le regole del gioco. Impuntarsi, fare appello a presunti diritti e a princìpi ecumenico-democratico-liberal-umanitari, cioè metterla sul piano della discussione ideologica, suscita in genere solo reazioni negative. Da evitare in pari misura l’eccesso di entusiasmo e l’eccesso di diffidenza».

  • Più terra terra?

«Molti vengono in chiesa a chiedere aiuto, perché qui c’è tanta gente che fatica a campare. Non bisogna fare l’occidentale che apre la sporta carica di regali, ma dare una mano alle persone perché si tirino fuori da sole. C’è ancor più bisogno di dare testimonianza di saggezza spirituale, di confortare la gente nei momenti di disorientamento, che sono frequenti e profondi».

Don Stefano con alcuni parrocchiani.
Don Stefano con alcuni parrocchiani.

  • Alla fin fine, come vedono parroco e parrocchia?

«Io mi sono fatto la fama del prete sì straniero, ma che non è venuto a creare problemi. E la parrocchia è ormai accettata per ciò che è, una parte del patrimonio spirituale e culturale di Vladimir».

  • Parliamo di giovani, e di te: arrivi qui, straniero, a fare il parroco a 33 anni. Che impressione fece?

«All’inizio creava molta curiosità. La parrocchia è in centro, c’era gente che passava a vedere il baldo giovane italiano... Consapevole di questo e della mia inesperienza come parroco, e timoroso di creare equivoci per eccesso di zelo (vedi accuse di "proselitismo"), ho mantenuto un profilo basso. D’altra parte, essendo italiano, avevo una carta in più da giocare: quella di un certo favore etnico, di cui non godono, per esempio, i polacchi».

Le Porte d’Oro, d’epoca medievale, uno dei monumenti più caratteristici di Vladimir.
Le Porte d’Oro, d’epoca medievale, uno dei monumenti più caratteristici di Vladimir.

  • E i giovani russi?

«In provincia, dove girano meno soldi, sono meno rovinati dall’ansia consumistica, ma sono più depressi, per la mancanza di sbocchi. Anche nella regione di Vladimir si diffonde la tossicodipendenza, con lo spaccio di eroina afghana a basso costo».

  • Le polemiche sul viaggio del Papa. Che cosa si vede dal "basso" di una parrocchia in Russia?

«I comuni cittadini russi, non i cattolici, ma quelli che leggono i giornali e vedono la televisione, manifestano in generale una certa attesa per il viaggio. Un’attesa per il Papa, però, non tanto come capo della Chiesa cattolica, ma come leader spirituale di livello mondiale. Una visita di Giovanni Paolo II, quindi, avrebbe un significato enorme. Non per rafforzare i cattolici russi o l’ecumenismo (le questioni ecclesiali restano bloccatissime), ma per suscitare nella gente un ulteriore slancio verso i valori spirituali che il Papa appunto rappresenta».

Per finire. La parrocchia di don Stefano Caprio è intitolata al Santo Rosario della Vergine Maria. I cattolici registrati sono quasi 500, rispetto ai 3.000 ante Stalin. Curiosa maniera, mi pare, di fare proselitismo.

Fulvio Scaglione

Un momento della festa nella casa parrocchiale della chiesa cattolica di Vladimir.
Un momento della festa nella casa parrocchiale della chiesa cattolica di Vladimir.
    

Quattro lettere, ma solo tre risposte

Il 2 marzo del 1998, il Consiglio dei laici cattolici della diocesi di Mosca inviò a Giovanni Paolo II un invito, a nome anche degli altri cattolici del Paese, a visitare la Russia. Con quella lettera ne partirono altre tre: una al patriarca Alessio II, con la preghiera di voler incontrare il Papa; una al presidente Boris Eltsin, con la richiesta di organizzare la visita nella Federazione russa; una al sindaco di Mosca Jurij Luzhkov, perché disponesse la città all’evento.

Delle quattro lettere, tre hanno ricevuto puntuale e rapida risposta. Dal Vaticano. Dal presidente Eltsin, assolutamente disposto a favorire la visita di Giovanni Paolo II. Dal sindaco di Mosca, desideroso di trasformare la "sua" capitale nella sede di un evento di portata storica. Per curiosità e per conferma, riproduciamo qui accanto i documenti che abbiamo sommariamente riassunto. Manca però una risposta: quella di Alessio II, che al Consiglio dei laici cattolici non ha voluto dire né sì né no. Nulla.

f.s.

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