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TELEVISIONE - Gianfranco Barra dalla pubblicità a "Tequila e Bonetti"

Un maresciallo tutto giallo

    di MAURIZIO TURRIONI
    

   Famiglia Cristiana n.29 del 23-7-2000 - Home Page Ha passato una vita in teatro, ha girato oltre 50 film. E adesso è diventato popolarissimo a causa di uno spot televisivo. Lui affronta tutto con filosofia, anzi con fede: il set, il palcoscenico. E la prospettiva della morte.

Da maresciallo a commissario. Promosso per meriti... televisivi. È un momento d’oro per Gianfranco Barra, impegnato fino a fine luglio nelle riprese di Le nuove avventure di Tequila e Bonetti, 22 episodi che Italia 1 manderà in onda il prossimo autunno. «Nove mesi di lavorazione sono una bella fatica. Però mi sono divertito e questa, per me, è la cosa più importante», sorride il sessantenne Barra, fisico tracagnotto e sguardo vivacissimo, un mix di bonarietà romanesca (è nato e vive nella capitale) e di arguzia ereditata dalle radici avellinesi. «Sul set mi sono trovato benissimo con Jack Scalia, l’attore americano interprete del poliziotto Bonetti anche nella serie originale, e con Alessia Marcuzzi».

Gianfranco Barra nei panni del maresciallo dello spot.
Gianfranco Barra nei panni del maresciallo dello spot.

  • Che forse è un po’ troppo bella, per essere credibile come agente di polizia...

«Niente affatto. Nei giorni scorsi, proprio per i miei trascorsi televisivi e cinematografici in divisa, sono stato ospite di una festa della polizia. Accanto al questore c’erano donne in divisa che non avevano nulla da invidiare quanto a femminilità. E poi sia Jack e Alessia, in quanto investigatori, sia io, che sono il commissario, facciamo in fondo da spalla al vero protagonista».

  • E chi sarebbe?

«Tequila, un bel cagnone incrocio tra un San Bernardo e un Rottweiler: ha il fiuto infallibile per i delinquenti e una voce "prestata" dal bravo Maurizio Mattioli».

La promozione sul campo, Barra se l’è meritata grazie alla clamorosa popolarità ottenuta come maresciallo, nel ciclo di spot per le Pagine Gialle. Ricordate? Era sempre pronto a sfogliare il volume di indirizzi pur di soddisfare le buffe richieste dello scombiccherato bandito, barricato in banca.

  • Che effetto fa diventare famoso grazie a una pubblicità, pur avendo alle spalle trent’anni e più di recitazione?

«Fa parte del gioco. È comunque bello. Prima non mi era mai successo che mi fermassero per strada: lavorando in teatro, se non sei un big, il tuo nome non lo conoscono neppure i frequentatori abituali. Adesso mi chiedono l’autografo, è un simpatico assedio. Pur trattandosi solo di spot, vale la pena sottolineare la grande professionalità di tutti quelli che ci hanno lavorato. A cominciare dal regista Paolo Virzì e dal collega Glauco Onorato, che faceva il commissario e con il quale mi sono poi ritrovato a girare anche un episodio di Tequila e Bonetti. Forse era destino che diventassi popolare con la divisa».

  • Aveva dei precedenti?

«Il mio esordio televisivo, nel ’70, fu con I giovedì della signora Giulia: un giallo con Claudio Gora protagonista, in cui facevo il brigadiere. La mia falsa carriera di poliziotto è proseguita con il grande Gino Cervi in Le inchieste del commissario Maigret. Ma anche al cinema mi è capitato spesso d’indossare la divisa: in La polizia ringrazia con Enrico Maria Salerno, ne La poliziotta con Mariangela Melato, in Doppio delitto con Marcello Mastroianni. Si vede che ho la faccia giusta. Un collega diceva allora che per lavorare a me bastava indossare la divisa, presentarmi a Cinecittà e chiedere: oggi che gradi metto?».

  • È vero che lei ha lavorato in oltre 50 film?

«Sembra incredibile pure a me! Anche perché ho sempre considerato quello sul set un lavoro da fare nelle pause consentitemi dal teatro. Debuttai nel ’68 accanto a Sordi ne Il medico della mutua di Luigi Zampa. Da allora ho fatto tanti film di serie B, compresi i Pierini con Alvaro Vitali. Ma non rinnego nulla, perché la carriera mi ha permesso di fare pure cinema di serie A con Volonté, Mastroianni, Manfredi, Tognazzi, Quinn e con registi quali Steno, Risi, Brusati, Petri, Monicelli».

  • Il suo titolo preferito?

«Ho apprezzato assai l’impegno di Muro di gomma e Nel continente nero, entrambi di Marco Risi. In assoluto, però, direi Pane e cioccolata di Franco Brusati».

  • Lei non compare anche nel recente Il talento di Mr. Ripley di Minghella?

«Mi fa piacere che l’abbia notato. In effetti, mi si vede solo in una inquadratura: faccio il portiere d’albergo e dico una battuta. La mia parte è stata tagliata. Comunque, un altro titolo da aggiungere al curriculum internazionale. Ho già lavorato per Norman Jewison in Only you, con Anthony Quinn in Il leone del deserto, con Kristin Scott Thomas e Sean Penn in Una notte per decidere, con Billy Wilder e Jack Lemmon in Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?».

  • Definirla un buon caratterista le pare riduttivo?

«No, per quanto concerne il cinema. Ma io mi considero essenzialmente un attore di teatro. Mi sono diplomato all’Accademia d’arte drammatica "Silvio D’Amico" ed è sul palcoscenico che ho cominciato, trascorrendovi poi la maggior parte della mia vita. Dal ’74 al ’91 non ho saltato una stagione teatrale: 17 anni di filato tra una compagnia e l’altra. Ho avuto la fortuna di lavorare con interpreti del calibro di De Filippo, Salerno, Albertazzi, Scaccia, la Ghione. Ho fatto tutti i classici: da Shakespeare a Molière, da Goldoni a Pirandello. Ma anche testi moderni. Dopo una serie di impegni sul set, da qualche anno sono tornato a calcare il palcoscenico. E in modo più personale».

  • In che senso?

«Portando in scena Conversazione con la morte di Giovanni Testori, ho ritrovato la dimensione spirituale del teatro. La sua superiorità rispetto al cinema e alla Tv, strumenti espressivi che oggi sembrano esorcizzare la morte, ignorandola. Invece, fa parte della dimensione umana. E quando all’improvviso colpisce qualcuno che ami, allora devi imparare a farci i conti. A me è successo e se sono riuscito a elaborare questo dolore è stato grazie alla fede: mi ha aiutato la mia comunità parrocchiale. La ricerca interiore mi ha poi consentito un passo avanti professionale».

  • A che cosa si riferisce?

«Ho scritto io stesso un testo teatrale, che ho rappresentato la stagione scorsa. Il centurione alla prova è il monologo di un insegnante che va in pensione e saluta per l’ultima volta i suoi alunni. Nel farlo, ricorda la sua tesi di laurea sui poemetti in latino di Giovanni Pascoli. In particolare quello sul vecchio centurione che, dopo aver incontrato più volte Gesù, assiste alla sua morte. Così come la cultura pagana dell’antica Roma si confronta con la parola "rivoluzionaria" di Gesù, così fa il vecchio professore, che sente nascere la speranza che la sua vita, precaria e contraddittoria, acquisti senso dal sacrificio di Cristo. La fede rinnovata può rimuovere le frustrazioni della vecchiaia. Spero di poter portare ancora in scena, presto, Il centurione alla prova».

  • Problemi economici?

«Beh, non è facile trovare teatri disponibili. E neppure il tempo, considerato che ad agosto comincerò le riprese di un nuovo film: Heaven, ossia Paradiso, tratto da una sceneggiatura inedita di Krzysztof Kieslowski. Lo dirigerà il tedesco Tom Twinkler, regista rivelazione di Lola corre. La protagonista sarà Cate Blanchett, l’interprete di Elizabeth. Un film importante in cui, tanto per cambiare, a me toccherà fare il commissario».

  • La fama in divisa le sta cambiando la vita?

«Per carità, sono gli alti e bassi della professione. La vita di una persona cambia solo se incontra Gesù».

Maurizio Turrione

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