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INTERVISTA - Parla Maria Romana, figlia del grande statista

DE GASPERI
mio padre

di BEPPE DEL COLLE
    

   Famiglia Cristiana n.18 del 7-5-2000 - Home Page

Un uomo innamorato, un politico che, anche da presidente del Consiglio, rimandava indietro i regali: dalle lettere alla moglie, appena pubblicate, emerge un ritratto a tutto tondo.

«Il Nuovo Trentino, Redazione, 23-5-1921. Egregia Signorina, se io aspetto un po’ di tregua per adagiarmi in poltrona e scrivere in inglese col vocabolario a lato, non scrivo più e passerò presso di Lei per uno screanzato e ciò mi dispiacerebbe».

«2-12-1928 (da Roma). Mia cara (...), Stamane per caso ho incontrato Tupini sulla porta d’una chiesa. Lo rimproverai scherzevolmente di non avermi cercato; ma avevo torto, perché la sua signora che ci raggiunse, tutta ansiosa disse: “Non è prudente che ci accompagni, andiamo”, e nonostante lui protestasse, ci separammo così. Che donne?! Ti voglio bene assai».

Sono due brani di lettere scritte da Alcide De Gasperi a Francesca Romani, che il 14 giugno 1922 sarebbe diventata sua moglie. Due lettere, la prima e l’ultima di un epistolario che copre poco più di sette anni e che la figlia Maria Romana ha appena pubblicato (Cara Francesca, edizioni Morcelliana, pagine 95, lire 20.000).

De Gasperi è morto da 46 anni, Francesca gli è sopravvissuta fino al 1998; quando è morta, ne aveva 104. Sono stati una coppia incredibilmente salda e felice, in mezzo a una tempesta terribile durata 20 anni e a un finale duro, complicato, con qualche trionfo politico e molte amarezze. Una coppia cristiana, esemplarmente. Una coppia con quattro figlie, cresciute non meno cristianamente (la seconda, Lucia, l’unica che non c’è più, si fece suora).

  • Signora Maria Romana, quando ha cominciato ad accorgersi di chi era veramente suo padre?

«Molto tardi, quando ero già un’adolescente. Vivevamo a Roma, papà lavorava alla Biblioteca Vaticana e conduceva una vita molto riservata. Avevamo pochissime amicizie, non potevo frequentare nemmeno le mie compagne di scuola, e in principio non capivo perché. Poi, crescendo, cominciai a dare un’occhiata alle carte che egli teneva in un armadio e di tanto in tanto faceva sparire, perché, come seppi più tardi, la polizia veniva a ispezionare la nostra casa».

  • Parlavate di politica?

«No. Però mi resi conto presto che il regime fascista non piaceva, in casa nostra. Noi ragazze non siamo mai state iscritte alle organizzazioni del partito. Io frequentavo la scuola delle suore francesi di Nevers e per l’esame di quinta ginnasio avrei dovuto indossare la divisa delle Giovani italiane, visto che veniva una commissione esterna. Mio padre non voleva, disse: “Tu non studi”».

  • Come finì?

«Le suore mi permisero di indossare la divisa della scuola, frequentata anche da ragazze ebree: gonna nera e camicia bianca, senza distintivi. Mia madre me la procurò, mio padre credo che non l’abbia mai vista».

  • Che coppia erano?

«Molto serena, non ci hanno mai fatto pesare le loro difficoltà economiche. Andavamo a passeggio e ci fermavamo davanti alle vetrine. Dicevano “che bel cappotto! Lo compreremo”, “che bel divano! Lo compreremo”. Non comperavano mai niente». «Del resto mio padre non ha mai avuto nessuna attrazione per il denaro. Quando era presidente del Consiglio arrivavano dei regali, anche belli e costosi. Noi aprivamo i pacchetti, lui ce li faceva rifare e scriveva bigliettini di questo genere: “Grazie, ma non posso accettare”. Restavano solo oggetti da poco, li mettevamo su una mensola, che chiamavamo “la vetrina degli orrori”».

Fra il 1921 e il 1928 ci furono l’elezione di Alcide De Gasperi alla Camera, con più di 50.000 voti nel suo Trentino (un record), la Marcia su Roma, la sua nomina a segretario del Partito popolare dopo le dimissioni di don Sturzo – forzate dal Vaticano –, l’assassinio di Matteotti, la vana protesta dei deputati antifascisti sull’Aventino, lo scioglimento di tutti i partiti democratici, l’arresto di molti leader.

De Gasperi fu catturato dalla polizia mentre viaggiava in treno, con la moglie, verso Trieste, dove intendeva trovare lavoro grazie alla sua ottima conoscenza del tedesco, e là stabilirsi. Anche Francesca subì in quell’occasione 11 giorni di carcere, alle Mantellate, in cella con due prostitute e un’assassina. Lui fu processato per tentato espatrio clandestino (non era vero) e condannato a quattro anni di reclusione, ridotti a due in appello. Fu scarcerato dopo 16 mesi, perché il re concesse la grazia chiesta dal vescovo di Trento, Endrici.

Le lettere di quel periodo sono naturalmente drammatiche, ma scritte senza nessuna enfasi retorica, anche quando Alcide riferisce da Roma (che non può lasciare, per ordine di Mussolini) alla moglie, tornata con le prime due bambine nella casa paterna di Borgo Valsugana, in quali strettezze è costretto a vivere: «La mia gioia finora si limita al lavoro di traduzione. Tremila lire per 350 pagine sono circa 8 lire la pagina: 7-8 pagine al giorno, anche con la revisione le farò certo e, più tardi, coll’esercizio anche più: sono sempre circa 60 lire. (...) Purché duri, è la questione. Poi salterà fuori l’impiego. Tu confidi troppo sulla parola del vescovo: egli scriverà o avrà scritto in Vaticano ma qui andranno adagio...».

  • Due cose saltano fuori da questo epistolario: un aspetto del tutto inatteso di suo padre come innamorato, un innamorato di quarant’anni, che scrive parole molto appassionate, addirittura sensuali, alla sua fidanzata di 13 anni più giovane; e la sua fede cristiana che non viene mai meno, neanche nei momenti più tristi...

«È vero. L’immagine che la gente ha avuto e ha tuttora di mio padre è di un uomo severo, molto riservato, a tratti forse addirittura scostante. Ma assicuro che non era così: era un uomo che sapeva essere dolcissimo. Con noi ragazze è sempre stato molto aperto e comprensivo, non ci ha mai imposto nulla. E del resto non ricordo altro funerale di uomo politico che sia stato accompagnato, come il suo, da tanto sincero dolore del popolo. Quel treno che percorse 700 chilometri, da Trento a Roma, fermandosi quasi dappertutto per dar modo alla gente di salutare il suo feretro, fu testimone di una straordinaria prova d’amore popolare, che lui ricambiava. Quanto alla sua fede religiosa, in una delle lettere scrive: “Non sono bigotto e forse nemmeno religioso come dovrei essere; ma la personalità del Cristo vivente mi trascina, mi solleva come un fanciullo”». «Dicevano che facesse la Comunione tutte le mattine, ma non era vero, non gli sarebbe stato possibile. Ma ricordo come è morto, la notte del 19 agosto 1954: gli stavamo intorno, gli sorreggevamo la testa perché respirasse meglio. Lui aveva davanti agli occhi, sulla parete di fronte, un quadretto con il volto di Cristo, le sue ultime parole furono “Gesù, Gesù...”».

Un cristiano di questo genere, che aveva sempre inteso la politica come servizio degli ultimi fin dagli inizi della sua vita pubblica nel Trentino soggetto all’Austria, non incontrò sempre il favore delle autorità religiose. Infastidiva – la figlia lo ricorda – il suo atteggiamento non clericale, frutto di un’educazione alla politica intesa laicamente, anche quando fosse ispirata cristianamente, come nel suo caso. Gli fu rimproverata la sua linea di alleanze con i partiti laici, i socialisti nel 1921-22, i liberali, i repubblicani, i socialdemocratici dal 1946 in poi. Pio XII, che non riuscì a imporgli l’alleanza con i neofascisti per le elezioni di Roma nel 1952, non volle più riceverlo, nemmeno quando egli chiese udienza per il trentesimo anniversario di matrimonio. Del resto, se la destra ecclesiale non lo amava, la sinistra del partito lo combatteva. «Soffrì molto», dice Maria Romana, «ma tenne per sé le sue sofferenze. Così come non gli sentii mai pronunciare parole di rancore verso gli amici che lo avevano abbandonato, durante il ventennio».

Enrico Nassi, nel suo libro Alcide De Gasperi (Camunia, 1997), ricorda a questo proposito «la petizione che uno dei più fanatici accusatori (gli) aveva inviato nell’estate del ’44 per sollecitare il perdono e un intervento per la revoca del decreto di epurazione, ottenendo l’uno e l’altro».

  • Signora Maria Romana, scusi l’indiscrezione: esistono lettere di sua madre in risposta a queste di suo padre?

«Non ne ho mai trovate. Sicuramente ne scrisse, ma forse le distrusse essa stessa. Oppure andarono perdute nella distruzione che le SS in fuga operarono della casa di famiglia dei Romani a Borgo Valsugana: non si poté recuperare nulla. Fu l’unica casa del paese che i tedeschi fecero saltare, per vendetta: Pietro Romani, uno dei fratelli di mia madre, era stato anche lui un deputato del Ppi ed era poi diventato capo del Cln nel Trentino».

  • Signora, com’era sua madre?

«Una donna eccezionale, forte di carattere e robusta di fisico. Fino in tardissima età ha fatto ogni giorno una passeggiata nei boschi di Sella. Qualche tempo prima che morisse dovette sottoporsi a esami clinici, con il controllo della pressione diverse volte al giorno. Al medico che notava un’accelerazione del battito cardiaco a una certa ora del mattino, rispose: “A quell’ora faccio sempre ginnastica”. Era ancora, a cent’anni, la ragazza alla quale il fidanzato scriveva, tanti anni prima: “La tua fotografia domina sul mio scrittoio. Tutti ti trovano bella”».

Beppe Del Colle

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