Periodici San Paolo - Home Page

ESCLUSIVO - IL CASO ALPI-HROVATIN - Parla il sostituto procuratore di Roma Giuseppe Pititto, cui fu revocata l’inchiesta

Il mistero dell’indagine "sottratta"

di BARBARA CARAZZOLO, ALBERTO CHIARA e LUCIANO SCALETTARI
    

   Famiglia Cristiana n.16 del 23-4-2000 - Home Page
I genitori di Ilaria Alpi e la famiglia di Miran Hrovatin si accingono a passare la settima Pasqua senza i loro cari. E senza la verità. I due giornalisti della Rai furono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, in circostanze ancora oggi tutte da chiarire. Si trattò di un agguato. Ma chi sparò? Perché? Per ordine di chi? Quali segreti si volevano celare eliminando i giornalisti? Sei anni di indagini, numerose perizie per accertare la dinamica dei fatti, tre magistrati succedutisi nella conduzione dell’inchiesta, addirittura un processo che ha mandato assolto l’unico imputato (un somalo, accusato di aver fatto parte del commando, ma definito dagli stessi giudici della seconda Corte d’Assise di Roma un "capro espiatorio"), non hanno fornito risposte convincenti. All’indomani del duplice omicidio le indagini furono affidate al sostituto procuratore di Roma Andrea De Gasperis. Due anni dopo vennero passate al suo collega Giuseppe Pititto, per approdare infine, nel ’97, nelle mani del pubblico ministero Franco Ionta, che le conduce tuttora. L’intervista che pubblichiamo, rilasciata dal pm Pititto, solleva interrogativi inquietanti circa tutti questi "passaggi di testimone" tra i magistrati. In realtà stanno vacillando anche le poche certezze faticosamente raggiunte nel processo conclusosi nel luglio 1999. Famiglia Cristiana ha rintracciato uno dei due testimoni oculari mai sentiti dagli inquirenti. Si tratta del cameraman Francesco Chiesa, autore delle immagini girate sul posto per conto della tivù svizzera subito dopo il delitto. Chiesa rivela un particolare importante: il frammento del proiettile raccolto nella Toyota delle vittime non fu trovato sul sedile posteriore, accanto alla Alpi, ma su quello anteriore, al contrario di quanto dichiarato dal giornalista della stessa emittente Vittorio Lenzi, morto poi in un incidente stradale. Quel frammento ("camiciatura di proiettile" in termini tecnici) non appartiene alla pallottola che ha ucciso la giornalista, ma forse a quella che colpì Hrovatin. «Ne sono certo. Era sul sedile anteriore e sono pronto a dichiararlo davanti a un notaio, insieme al fonico che era con me», afferma Francesco Chiesa. Finora le perizie poggiavano su un presupposto errato. Tornano, quindi, i dubbi sul tipo di arma che uccise Ilaria Alpi e si riapre l’ipotesi del colpo sparato a bruciapelo.

Il 16 giugno 1997 si vide sottrarre l’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La decisione del suo procuratore capo, Salvatore Vecchione, una decisione tanto severa quanto inusuale, arrivò alla vigilia dell’interrogatorio-chiave di due testimoni oculari, da lui faticosamente individuati, in procinto di venire finalmente in Italia a deporre. Giuseppe Pititto, 58 anni, pubblico ministero presso la Procura di Roma, rompe il silenzio che s’era imposto. E si sfoga con Famiglia Cristiana.

  • Nel toglierle l’inchiesta il procuratore capo di Roma Vecchione disse che esisteva una disparità di vedute tra lei e il suo collega De Gasperis.

«Così è scritto. Ma la verità è un’altra».

  • Quale?

«Il 20 marzo 1996, esattamente due anni dopo la morte dei giornalisti, l’allora procuratore capo della Repubblica di Roma, Michele Coiro, mi annunciò la sua intenzione di affidarmi questa inchiesta, che sino ad allora era stata condotta da Andrea De Gasperis. Andai dal collega per anticipargli la decisione del capo e chiedergli di concordare il lavoro da svolgere. De Gasperis si mostrò contrariato e, con estrema fermezza, mi rispose che non vi erano altre indagini da fare. Gli feci presente che rispettavo il suo convincimento, ma che per formarmi un’opinione dovevo prima leggere le carte. De Gasperis mi disse di fare quello che volevo».

  • Lei cosa fece?

«Ritornai da Coiro e gli riferii l’esito del colloquio. Lui non si mostrò per nulla sorpreso e mi confermò che mi avrebbe affidato l’inchiesta. Il 21 marzo 1996, prima ancora che io venissi designato formalmente, il dottor De Gasperis restituì tutti gli atti dell’inchiesta al procuratore capo scrivendo che faceva tutto ciò a seguito dell’incontro avuto con me il giorno precedente».

  • E Coiro come reagì?

«Il 22 marzo 1996 mi affidò l’inchiesta, dicendomi che non riteneva opportuno revocare formalmente la delega a De Gasperis: mi invitò a procedere da solo nella ricerca dei responsabili. Sono stato dunque io a ordinare, tra l’altro, la riesumazione del cadavere di Ilaria Alpi per l’autopsia, a iscrivere nel registro degli indagati Abdullahi Bogor, il cosiddetto sultano di Bosaso che era stato intervistato da Ilaria Alpi qualche giorno prima di venire uccisa, e a interrogarlo nello Yemen. Dopo il 22 marzo 1996 il collega De Gasperis non si è mai più interessato alle indagini e qualsiasi atto dell’inchiesta porta solo la mia firma».

  • Ha ricordato l’autopsia di Ilaria Alpi: reputa normale che non sia stata fatta subito dopo la morte?

«Assolutamente no, perché in caso di omicidio l’autopsia è un atto indispensabile per ricostruire la dinamica dei fatti. Come si fa, altrimenti, ad accertare la distanza tra killer e vittima, il numero dei colpi esplosi, il tipo di arma usata? È semplicemente impossibile».

  • Perché il pm De Gasperis non l’ha disposta?

«Non è a me che bisogna porre questa domanda. Non appena l’inchiesta mi è stata affidata io l’ho immediatamente ordinata. Non ho potuto purtroppo procedere all’autopsia su Miran Hrovatin, perché il suo cadavere era stato cremato».

  • L’inchiesta le è stata tolta proprio quando stavano per arrivare a Roma due somali, testimoni oculari dell’omicidio.

«Sì, è vero. Infatti non ho potuto sentirli. Ma vorrei tornare al provvedimento di revoca del procuratore capo Salvatore Vecchione, perché accertare le vere ragioni per cui l’inchiesta mi è stata sottratta è, secondo me, un passaggio fondamentale per accertare la verità. Vecchione ha denunciato al ministero di Grazia e Giustizia che io avevo assunto la gestione del procedimento senza informare De Gasperis, estromettendolo. Il collega De Gasperis, però, nel corso dell’ispezione ordinata dal ministero, ha fornito una versione diversa, dichiarando testualmente: "Il giorno stesso o il giorno prima di quello in cui rimisi il procedimento al procuratore Coiro, venne nel mio ufficio il dottor Pititto, il quale mi disse di essere stato incaricato dal dottor Coiro di seguire l’indagine sull’omicidio in questione. Francamente la cosa mi infastidì non poco; a quel punto mi limitai a rispondere al collega che avrei rimesso il procedimento al procuratore, cosa che feci immediatamente. Da quel momento non ho più avuto notizie del procedimento, né ho cercato di averne. Da allora ho sempre considerato il processo come se fosse stato assegnato in via esclusiva al dottor Pititto". Dunque, è stato lo stesso De Gasperis a riconoscere che l’unico titolare dell’inchiesta ero io. E, infatti, anche l’ispettore ministeriale, nella propria relazione del 14 maggio 1998, ha dovuto concludere in questi termini. Leggo testualmente, pagina 42: "Ne deriva che legittimamente il dottor Pititto, ritenendo a ragione di essere l’unico designato alla conduzione del procedimento, ha omesso ogni coordinamento con il collega"».

  • Lei sta dicendo che il procuratore della Repubblica Vecchione le ha sottratto l’inchiesta affermando una cosa inesatta?

«Non sono io a dirlo. L’ha detto De Gasperis e ha dovuto riconoscerlo l’ispettore ministeriale».

  • Il ministro che ha fatto?

«Della vicenda, in seguito alle interpellanze di decine di parlamentari dei più vari schieramenti politici, si sono occupati due ministri Guardasigilli: Giovanni Maria Flick e Oliviero Diliberto. Il primo, il 7 gennaio 1998, si è limitato a rispondere che il procuratore della Repubblica gli aveva, anche qui leggo testualmente, "comunicato di aver disposto la revoca della designazione dopo aver constatato l’esistenza di disparità di vedute sulle modalità di conduzione dell’indagine". È una risposta, a dir poco, indecente».

  • Perché?

«Perché è indecente che un ministro di Grazia e Giustizia, interrogato su un provvedimento di Vecchione ritenuto immotivato e allarmante da alcuni parlamentari, risponda alle interrogazioni ripetendo in aula quello che gli aveva comunicato lo stesso Vecchione. È come se un giudice emanasse una sentenza recependo acriticamente le giustificazioni dell’imputato».

  • E il ministro Diliberto?

«Ha agito ancor peggio. Prima di rispondere, Flick non ha fatto un minimo di indagini serie, come pure avrebbe dovuto. Diliberto, invece, aveva la relazione del proprio ispettore datata 14 maggio 1998. Non poteva, perciò, non sapere che l’unico designato alla conduzione dell’inchiesta ero io. Tuttavia, il 10 febbraio 2000, rispondendo attraverso il sottosegretario Marianna Li Calzi all’ennesima interrogazione sul fatto, ha detto il falso al Parlamento. Ha sostenuto che sussisteva "incompatibilità" tra me e De Gasperis e che, cito, "in ragione di tale incompatibilità che si presentava insuperabile, il dottor Vecchione dovette revocare la designazione". Come se la menzogna non bastasse, c’è anche il ridicolo».

  • Cosa intende dire?

«La stessa Marianna Li Calzi, che qualche settimana fa in qualità di sottosegretario ha dato in Parlamento questa risposta, il 12 marzo 1998 aveva, invece, firmato come semplice parlamentare un’interrogazione in cui si affermava tutto il contrario. Due anni or sono, la motivazione della revoca addotta dal procuratore capo Vecchione sembrava alla Li Calzi "assolutamente pretestuosa": "il dottor Pititto, con il consenso e su disposizione del procuratore capo Coiro, ha portato avanti le indagini da solo, in quanto il dottor De Gasperis non se ne è più interessato"».

  • Tuttavia, non ci risulta che il Consiglio superiore della magistratura le abbia dato ragione...

«Penso che il Csm sia stato tratto in errore perché ha preso per buone le ragioni addotte da Vecchione. Di recente però, nel corso di una mia audizione davanti alla prima Commissione, ho posto in evidenza sia le dichiarazioni del dottor De Gasperis sia le conclusioni dell’ispettore ministeriale. Credo che il Csm, alla luce di queste risultanze di cui evidentemente non era a conoscenza, riprenderà in esame la vicenda. Che è una vicenda allarmante».

  • Perché?

«Se la ragione per cui l’inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev’essere un’altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un’inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l’accertamento delle responsabilità, non può che allarmare».

  • Parole dure, le sue...

«Non sono io ad essere duro, ma le istituzioni a essere deboli in questa storia. Coiro mi affida l’inchiesta il 22 marzo 1996. Pochi mesi dopo, nell’estate ’96, viene destituito senza alcuna valida ragione. Arriva Salvatore Vecchione che, a due mesi e undici giorni dal suo insediamento, me la sottrae con una motivazione falsa, su cui le istituzioni paiono determinate a mantenere il silenzio. Neppure l’appello dei coniugi Alpi al capo dello Stato ha sortito il minimo effetto. Per converso, da quando l’inchiesta mi è stata tolta, contro di me è iniziata un’opera di persecuzione senza limiti, né legali, né morali, né di decenza».

  • L’hanno definita il sostituto più sostituito d’Italia. Oltre all’indagine Alpi, il procuratore Vecchione ha riassegnato anche quella sull’acquisto di cacciabombardieri ed elicotteri da parte del ministero della Difesa.

«Non so se il procedimento si sia concluso e perciò non posso parlarne. Posso dire, questo sì, di avere impugnato il provvedimento di revoca davanti al Consiglio superiore della magistratura: la competente Commissione del Csm ha proposto al plenum di dichiarare illegittima l’iniziativa di Vecchione. Nel frattempo, però, contro di me è stato stranamente aperto un procedimento disciplinare proprio in relazione a questa inchiesta. Mi accusano di aver disposto il sequestro di un cacciabombardiere e di un elicottero senza prima aver avvisato il procuratore capo».

  • E allora?

«E allora, fino all’esito del procedimento disciplinare a mio carico, il Csm ha deciso di non pronunciarsi sull’illegittimità del provvedimento di Vecchione».

  • Lei che ne pensa?

«Se la proposta della Commissione, come di norma accade, fosse stata accolta dall’intero Consiglio superiore della magistratura, lo stesso Csm, che per molto meno aveva liquidato Coiro, avrebbe dovuto agire, a rigor di logica, anche contro Vecchione. Un magistrato ritenuto responsabile dal Csm di aver illegittimamente sottratto un’inchiesta al sostituto designato non potrebbe infatti continuare a fare il procuratore capo della Repubblica. In questo caso, dev’essersi verificato un miracolo».

Barbara Carazzolo,
Alberto Chiara
e Luciano Scalettari

   Famiglia Cristiana n.16 del 23-4-2000 - Home Page