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1 COSTRUTTORI DI PACE - Giovanni Bachelet, il figlio che perdonò nel nome del padre

OLTRE LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

di ANGELO BERTANI
    

   Famiglia Cristiana n.10 del 12-3-2000 - Home Page
Nel tempo di Quaresima dell’anno del Giubileo è naturale pensare a un viaggio attraverso alle esperienze forti di riconciliazione che ci sono intorno a noi. Sappiamo quante sono le lacerazioni che attraversano le persone, le famiglie e la società. E come sono numerosi gli uomini e le donne che, mossi dallo Spirito, si adoperano per ricucire, riunire, rappacificare. Per riprendere il dialogo e lanciare dei ponti sugli abissi. Durante questa Quaresima incontreremo chi lavora per prevenire e sanare le fratture che si creano nelle famiglie; quelli che cercano di tessere un dialogo affinché la nuova società multiculturale non diventi una Babele; le esperienze diocesane che testimoniano la riconciliazione tra i cristiani che la pensano in modo diverso; i "medici della psiche" che aiutano a ridare unità alle personalità lacerate; quelli che lanciano un ponte di solidarietà verso i Paesi più poveri, offrendo la remissione dei debiti e una cooperazione su basi di giustizia; i nuovi pellegrini che tornano nei campi che furono di sterminio per ricordare e perdonare. Cominciamo questo viaggio ricordando la ferita e le perdite che il terrorismo ha inflitto al nostro Paese. Ma vogliamo anche ascoltare la testimonianza di chi ha creduto al perdono e ha allacciato nuovamente i fili della speranza, permettendo che si possa ancora avverare in Italia il sogno che Aldo Moro scriveva per la Pasqua del 1977, l’ultima che trascorse in libertà: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile, nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità».

Molti faticano a rivivere oggi il clima teso degli "anni di piombo", quelli del terrorismo e delle stragi. Da Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, il Paese fu attraversato da un segno di sangue. Bombe sui treni e nelle piazze, in obbedienza a disegni tuttora misteriosi. E attentati alle persone: gambizzazioni, rapimenti, uccisioni. Una lacerazione profonda divise l’Italia, un senso di paura e di sospetto di tutti verso tutti. Dopo le speranze e le utopie degli anni ’60, il decennio successivo fu la stagione dell’inimicizia civile. Della frattura tra giovani e adulti, tra rossi e neri, tra cittadini e istituzioni. C’era chi sparava e chi chiedeva la pena di morte.

Se è difficile ricordare quel clima, quasi impossibile è rivivere l’emozione creatasi ai funerali di Vittorio Bachelet, il 14 febbraio 1980, due giorni dopo il suo assassinio all’Università di Roma dove insegnava. Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura e per molti anni presidente dell’Azione cattolica italiana, era stimatissimo in tutto il Paese. Nella gran chiesa di San Roberto Bellarmino, blindata, c’erano tutte le autorità dello Stato accanto ai comuni cittadini e ai giovani. In diretta Tv tutta l’Italia poté vedere, alla preghiera dei fedeli, un giovane che saliva all’altare. Era Giovanni, il figlio di 24 anni, tornato in fretta dagli Stati Uniti. Disse: «Preghiamo per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga, per i nostri governanti, per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità della società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e con amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

L’impressione fu enorme. Parole sobrie e serie, in difesa della democrazia e della legalità, ma anche espressione di grande pace e bontà, sottolineate dai canti con i quali gli amici di Giovanni e Maria Grazia accompagnavano la liturgia. Molti intuirono in quel momento che la risposta al terrorismo, quella che tutti cercavano, era lì davanti a loro. Qualche anno dopo un ex terrorista condannato all’ergastolo fece arrivare alla famiglia questo biglietto: «La testimonianza che diedero i familiari ci interpellò, forse per la prima volta, sul senso etico della nostra azione e della lotta armata. Le nostre certezze cominciarono a scricchiolare. All’ora d’aria del giorno dopo nessuno di noi voleva ricordare quel fatto. Poi uno dei nostri capi storici ci provocò sull’episodio e capimmo che tutti, dico tutti, ne eravamo stati colpiti. Quell’episodio segnò le nostre azioni da quel momento in poi».

Giovanni ha oggi 44 anni, è sposato e ha quattro figli. Insegna Struttura della materia alla facoltà di Fisica di Roma ed è molto impegnato nella ricerca; ma trova tempo anche per attività di carattere religioso, in parrocchia e in cappella universitaria, e ha avuto un ruolo rilevante nella nascita dell’Ulivo. «Negli anni Settanta», ricorda, «c’era tutta una generazione che pensava di dover cambiare la società in profondità: nei rapporti personali, sociali, economici, politici e persino di costume. Era un’utopia, che non aveva però solo elementi negativi. Tuttavia, anche per una carenza di democrazia e di dialogo, si creò un piccolo movimento sempre più estremista e settario, dominato dal mito della violenza, che voleva fare realmente quello che fino allora era stato soltanto detto a parole: la rivoluzione armata".

  • Perché avvenne il passaggio dal "proporre" all’"imporre" con la forza questo ideale di nuova società, creando una frattura insanabile?

"Ricordo che i miei genitori mi avevano sempre incoraggiato a parlare con tutti, a cercare di dialogare anche quando è difficile. Credo che se tutti si fossero sforzati di più di capirsi, di persuadere e farsi persuadere, la "svolta militare" sarebbe stata molto meno drammatica. Quando fu ucciso Moro, però, abbiamo visto che nelle scuole e nelle fabbriche la violenza fu finalmente isolata. Si capì, sebbene in ritardo, che aveva ragione Luigi Tenco che, anni prima, cantava: "E se ci diranno che per cambiare il mondo, c’è tanta gente da mandare a fondo, noi risponderemo: no, no, no"».

  • È stato necessario vedere il sangue innocente per fare un esame di coscienza. In quegli anni abbiamo rischiato di precipitare in una spirale di odio e violenza ancor più terribile. Ma gli uomini di pace, e i cristiani in prima fila, hanno svolto un ruolo decisivo di riconciliazione...

«Certo la frattura procurata da questi gruppi minoritari e violenti, che si misero a sparare davvero, rese tutto più difficile. Ma la morte di mio padre è stata l’occasione, pur tristissima, di mettere alla prova quello che diceva Papa Giovanni: anche se qualcuno dice di essere nostro nemico, e si comporta come tale, noi non ci sentiamo nemici di nessuno. Quale che sia lo scontro ideologico, religioso o militare noi offriamo sempre una mano a tutti. Queste cose le abbiamo dette e fatte non solo io e la mia famiglia, ma tante altre famiglie e amici di vittime della violenza. Del resto, noi stessi sappiamo di aver bisogno della mano di qualcuno, nessuno è autosufficiente. Quello che diamo è una restituzione, in fondo, di quel che abbiamo ricevuto; del ponte che Dio, in Gesù, ha lanciato verso di noi...».

  • Nella tua preghiera c’era un cenno alla giustizia. Non banalmente "affinché faccia il suo corso", ma di più: "trionfi". Perché?

«In quel momento andava precisato, mi pare, che una cosa era la disponibilità e l’amore per il prossimo, altra cosa il dovere delle istituzioni, con le loro imperfezioni, di difendere la democrazia, il valore della legge, la libertà. Non è ininfluente che si possa discutere, che i rappresentanti del popolo siano eletti, che non si ammazzi chi non è d’accordo, che i processi si facciano con l’accusa e la difesa e non in una cantina come per il povero Moro...».

  • Vent’anni fa avete lanciato il ponte del perdono. E una risposta più "politica", intesa a recuperare le domande da cui partì il dissenso e poi il terrorismo, ti pare possibile?

«Di quel che volevano i terroristi non c’è molto da recuperare. Il loro progressivo isolamento dalla base operaia e studentesca dimostra che si erano allontanati dalle cose condivisibili. Però anche loro erano partiti da una radice comune, da una speranza di rinnovamento che all’inizio era largamente condivisa e che si può recuperare. Anzi, in un certo senso è già stata recuperata perché molti di loro, nella riflessione che hanno dovuto fare nella solitudine del carcere, hanno capito che qualcosa da salvare c’era, ed erano proprio quelle garanzie "formali" che tanto disprezzavano, che norme più umane nelle carceri, ad esempio, sono meglio per tutti, anche per loro».

  • Alcune leggi, in questi anni, hanno reso più umana (e più breve) la permanenza in carcere, facilitando la riabilitazione dei condannati e non solo la loro punizione. Anche questo è un ponte, una mano tesa...

«Alcuni di quelli che hanno partecipato all’attentato contro mio padre hanno trascorso alcuni anni in cella e oggi scontano gli anni che mancano lavorando fuori dal carcere. Io credo che questo sia un grande successo, e penso che anche questo è un ponte lanciato verso di loro; e loro hanno risposto bene perché quasi nessuno, credo, dei molti ex terroristi che hanno potuto uscire, si è dato alla fuga. La legge Gozzini ha permesso di ricucire un tessuto umano e sociale lacerato».

  • C’è il pericolo di nuove "fratture"?

«Sì. Sono lacerazioni diverse, adesso stiamo diventando più americani, le lacerazioni sono provocate spesso dalla competizione. Diventiamo cattivi con gli altri non più per cambiare il mondo ma per il successo professionale, la carriera. Vent’anni fa in nome degli "ultimi" non si esitava a sparare. Adesso degli ultimi non importa niente alla gran maggioranza. Allora non c’era gente che dormiva per strada a Roma. Li vidi per la prima volta in America, che dormivano sopra i fumi delle metropolitane, e la cosa mi fece una grande impressione. Oggi, qui, li vediamo di continuo e non abbiamo nessuna reazione concreta. Forse si fa un po’ di assistenza, e va bene; ma c’è anche un aspetto politico. Il pensiero unico globale dice che questo è il migliore dei mondi possibili, che i ricchi stanno bene e i poveri si arrangiano. E c’è chi fa una bandiera di queste nuove fratture che si creano nella società e nelle coscienze. Bisogna stare attenti...».

Angelo Bertani
   

‘‘Preghiamo per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri’’. 

Giovanni ai funerali del padre, il 14 febbraio 1980

   

Il lungo cammino della vedova Calabresi

«Gli "anni di piombo"? Li ho vissuti come un grande tormento. Pensavo che con l’omicidio di mio marito, anche per come era stato preceduto da una lunga stagione di accuse e di maldicenze, si fosse toccato il fondo. E invece eravamo solo all’inizio. Col tempo arrivarono le altre vittime, altri poliziotti, altri servitori dello Stato, altri uomini, altre donne, altri ragazzi. Ogni notizia data dal Telegiornale, ogni omicidio, riapriva quella ferita che avevo dentro. C’è voluto molto tempo perché si rimarginasse». A quasi ventotto anni dall’assassinio di suo marito, il commissario Luigi Calabresi, freddato da due colpi alle spalle «una fredda giornata di maggio» del 1972, davanti alla sua abitazione milanese di via Cherubini, Gemma Calabresi sembra aver riacquistato una certa serenità. Ha sempre calcato le scene dei processi con grande tatto, schivando il più possibile i riflettori, senza mai stracciarsi le vesti. «Ho avuto fiducia nella magistratura fin dall’inizio», dice, «e in essa continuo a credere». Quando rimase vedova, a 24 anni, Gemma aveva due figli ed era in attesa del terzo. «C’è voluto molto tempo per perdonare. Lo dico sempre quando vado nelle scuole a parlare ai ragazzi della mia esperienza, di quello che ho vissuto. Il perdono è un cammino interiore, lungo e difficile, fatto di alti e bassi, ma è l’unica strada. Ho insegnato da sempre ai miei figli a non odiare. L’odio cancella tutto, ti indurisce, ti logora, non ti permette di vivere, di ricostruire. Sarebbe una sofferenza, una tragedia in più. Io invece ho camminato in questa direzione obbligata, anzi potrei dire che sto ancora camminando». Il giorno dopo l’omicidio, la famiglia Calabresi fece pubblicare sul Corriere della Sera un necrologio con la frase evangelica: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Le parole dette da Gesù Cristo sulla Croce. «In realtà quella frase la scelse mia madre, io non ero ancora in grado di perdonare gli assassini di mio marito. Tuttavia accettai il consiglio di mamma, che era una cattolica praticante e aveva una fede autentica, perché pensavo che quello fosse l’unico modo per spezzare la catena dell’odio. Col tempo ho cominciato a riflettere, a pregare, a vivere. Quella frase, giorno dopo giorno, diventava sempre più mia». Oggi Gemma è una madre felice, sposata con il pittore Tonino Milite, da cui ha avuto un quarto figlio, Uber, che ha sedici anni. Le chiediamo qual è il suo atteggiamento morale nei confronti dei quattro ex di Lotta continua condannati per l’omicidio: Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. «Io ho certamente perdonato Marino, che si è autoaccusato perché, ha detto, voleva avere la coscienza a posto anche nei confronti dei suoi figli. Ci siamo scritti delle lettere. Non ho motivo di dubitare della sua buona fede. La mia sensazione è che si tratti di un uomo più sereno. E questo mi dà molta gioia. Marino è un pentito vero, non si è costituito in carcere per avere sconti di pena. Stava a casa sua, non aveva indagini in corso. Quanto agli altri, sono disponibile a qualsiasi soluzione di clemenza, anche se non sta certo a me chiederla. Certo è molto più facile rendere il perdono a chi te lo chiede invocando il nome di Dio. Ma lo si può fare anche unilateralmente. È l’unico modo per raggiungere e costruire una vera pace interiore».

Francesco Anfossi

Segue: Fratello di tutti

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