Periodici San Paolo - Home Page

Una mostra a Torino ripropone il grande alpinista ed esploratore

WALTER BONATTI
Settant’anni d’avventura

di BEPPE DEL COLLE
    

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page

Nel 1954, a ventiquattro anni, è sul K2, avendo già dato prova di sé scalando la parete Est del Grand Capucin. Conclusa la carriera di alpinista con la solitaria invernale sulla Nord del Cervino, per quindici anni è inviato speciale tra gli spettacoli offerti nei cinque continenti dalla natura incontaminata.

Ha i capelli tutti bianchi, ma lo sguardo è quello di una volta: freddo, grigioferro, mobilissimo, sul naso tagliente da condor. Compirà settant’anni il 22 giugno prossimo ed è rimasto, dentro, il ragazzo e l’uomo di ghiaccio e di ferro che ha concepito la vita come un’avventura. A sedici anni si arrampica sulla Grigna; a diciannove prova la direttissima sul Croz dell’Altissimo nel Gruppo del Brenta, sale sulla Nord del Pizzo Badile, sulla Ovest dell’Aiguille Noire del Peutérey (nel Monte Bianco), sulla Nord delle Grandes Jorasses; a ventuno scala la Est del Grand Capucin, a ventiquattro con Carlo Mauri ripete la via Cassin sulla Nord della Cima ovest di Lavaredo. Nel 1954, a ventiquattro anni, è sul K2 (dove fa le prime prove generali contro la morte, non per colpa sua); l’anno dopo compie l’incredibile salita in solitaria al Petit Dru lungo il pilastro nord-ovest e a ventisette entra nel negozio dell’amico Toni Gobbi a Courmayeur e gli dice, di botto: «Vogliamo andare al Pilier d’Angle?». «Quando?». «Subito». E il 3 agosto 1957 sono sulla cresta ghiacciata del Pilier, violata per la prima volta lungo lo sperone est e la parete nord.

Lo svizzero André Roch, nel suo preziosissimo volume Grandi imprese sul Monte Bianco (Dall’Oglio, 1982) ha scritto: «Questi versanti erano così mostruosi che gli alpinisti se n’erano tenuti lontani. Ci voleva un Bonatti per dare il via alla conquista». Lui, Walter Bonatti, commentò così la "conquista": «Non fu che una bella e importante prima al Monte Bianco, una salita di grande soddisfazione. Tutto fu tanto semplice che l’ascensione è senza storia».

Incontriamo Bonatti al Museo nazionale della montagna sul Monte dei Cappuccini, a Torino, mentre si apre la mostra "Finis Terrae", dedicata alle avventure, alle esplorazioni, alle ascensioni, alle ricerche geografiche, geologiche, antropologiche svolte fra il 1910 e il 1956 in Patagonia e nella Terra del Fuoco da un grande missionario, il salesiano biellese Alberto Maria De Agostini (morto nel 1960, a settantasette anni); e, insieme, alle fantastiche foto a colori scattate da Walter Bonatti negli ultimi decenni, fino all’estate scorsa, nei medesimi luoghi impervi, solitari, battuti da venti implacabili e formidabili tempeste, proprio da "fine del mondo" (la mostra rimarrà aperta fino al 2 aprile 2000).

Walter Bonatti è rimasto uguale a sé stesso; nemmeno ora si esalta, mentre riassapora per qualche giorno il successo, gli applausi del pubblico che nelle "aree video" della mostra torinese vede scorrere le immagini di due filmati di 50 minuti l’uno (registi Fulvio Mariani e Giorgio Squarzino, produzione mista Rai, TSI Tv svizzera, Iceberg Film con il Museo della montagna e la Regione Piemonte) in cui lui, Bonatti, è protagonista, filo conduttore, narratore, intervistatore di testimoni.

«Il successo non paga», dice, «anzi costa moltissimo. Io ho pagato molto. Dopo la terribile avventura sul Pilastro centrale del Freney, dove eravamo in sette, tre si salvarono, quattro morirono (un italiano e tre francesi), in Italia mi chiamarono "assassino", dissero che avevo compiuto "atti temerari e contro natura" per aver deciso di scendere in condizioni tremende, sotto una tempesta che durò quattro giorni...».

  • Era il luglio del 1961, lo ricordiamo benissimo...

«Ma in Francia mi dettero la Legion d’onore. L’unico francese sopravvissuto, Mazeaud, che era un alpinista fortissimo, scrisse in un libro che senza di me sarebbero morti tutti, lui e gli altri cinque miei compagni di cordata.

«Dicono che io abbia sempre avuto cattivi rapporti con il cosiddetto "mondo della montagna". Diciamo che io non ho mai condiviso una certa visione della montagna come "alpinismo". La montagna è stata per me uno dei territori d’avventura, uno degli ambienti naturali in cui ho esercitato me stesso. Il mio spirito d’avventura è nato in me da ragazzo, quando leggevo i libri di Conrad, Melville, Stevenson, Defoe. Vorrei far capire che l’arrampicata in sé e per sé non è mai stata la mia ambizione; la roccia l’ho amata per "farmi le dita", come si dice».

  • Ha avuto dei modelli?

«Sì, come tutti. I miei modelli sono stati gli alpinisti degli anni Venti e Trenta. Non amo l’alpinismo di oggi, perché non apprezzo tutto ciò che sa di artificiale. Chiodi, corda e piccozza sono stati i miei strumenti: ma non i chiodi a espansione, che violentano la roccia».

  • Ha avuto polemiche, nemici...

«Non li ho cercati, e del resto nei miei libri ho detto tutto quello che c’era da dire, sia sulla tragedia del Pilastro centrale del Freney, sia su quanto successe la famosa notte sul K2, quando fui lasciato solo, con il portatore Mahdi, a 8.100 metri nel ghiaccio».

  • Nel filmato presentato alla mostra, intitolato Scelte di vita, lei intervista il suo antico amico e compagno di scalate Casimiro Ferrari, lecchese, da molti anni emigrato in Patagonia, il quale a un certo punto le dice di aver trovato, salendo sul Cerro Torre, un chiodo da lei lasciato nel 1958, durante il vano tentativo di scalata a quella montagna...

«Ecco un’altra storia per certi versi abbastanza triste. Carlo Mauri e io eravamo stati invitati nel 1957 da una società alpinistica argentina a scalare il Cerro Torre, una parete di roccia perennemente coperta di ghiaccio, fino ad allora inviolata e semplicemente terribile. Posso dire che ero, a quel tempo, uno degli alpinisti più famosi al mondo».

  • Fu in quella occasione che lei conobbe don De Agostini...

«Sì, per puro caso: lo incontrammo alla stazione dei pullman di Buenos Aires, lui lasciava per l’ultima volta il Sudamerica, io ci mettevo piede per la prima volta: Mauri ci scattò quella foto insieme, che è esposta alla mostra. Allora certo non immaginavo che tanti anni dopo avrei ripercorso le orme di quel coraggioso sacerdote. 

«Ma torniamo al Cerro Torre. Quando arriviamo alla sua base, ai piedi della parete Est prevista per la scalata, ci accorgiamo che ci sono altri alpinisti italiani, un gruppo trentino con Cesare Maestri. Mauri e io scegliamo di non discutere su chi debba salire per quella via. Decidiamo di tentare la via opposta, a Ovest. Ma per arrivarci ci tocca percorrere un ghiacciaio misto a rocce di una settantina di chilometri, consumando tempo, forze, viveri e materiale. Arriviamo finalmente a quello che battezziamo "Colle della speranza", a 2.550 metri di quota. Ci mancano 450 metri, in verticale, sulla guglia terminale del Cerro Torre. Non ci resta che un solo chiodo. Parto io, salgo per 120 metri, finché sento che Mauri mi chiama e mi dice che la corda è finita. Proseguire senza altri chiodi è impossibile. Lascio piantato quell’ultimo, per la sicurezza, e scendo».

  • Finì così, quella volta?

«No. Nei giorni successivi, approfittando di sprazzi di tempo buono e facendo sicurezza nei punti difficili avvolgendo la corda intorno a spuntoni di ghiaccio, alcuni fabbricati da noi con le piccozze, scalammo uno dopo l’altro le sei cime del Cordòn Adela, una catena montuosa a picco sull’immenso, lunghissimo Ghiacciaio Patagonico Sud. Pensavamo comunque di tornare al Cerro Torre l’anno dopo, ma ancora una volta venimmo a sapere all’ultimo minuto, prima di lasciare l’Italia, che Maestri, dopo aver anche lui rinunciato quella prima volta, avrebbe ritentato l’impresa. Fu così che per la seconda volta non riuscimmo a salire sul Cerro Torre».

Maestri scrisse nel 1961, sulla rivista del Club alpino italiano, di aver raggiunto la cima della montagna il 31 gennaio 1959, con Toni Egger, ricavandone una sensazione di delusione: «Ci sembra impossibile. Io non sono felice, questa è una cima come le altre. Quanta fatica, quanto rischio, quanti fattori estranei all’alpinismo mi hanno dato la forza di salire. No, non sono felice. Lasciamo sulla cima qualche impronta, il vento a giocare con una latta vuota e un sogno infranto». Nella discesa, difficilissima, resa infernale da un vento caldo dal Pacifico che scioglie il ghiaccio lungo la parete, non c’è per i due «nessuna possibilità di piantare chiodi normali. Ogni corda doppia dobbiamo piantare due chiodi a espansione sotto il continuo cadere di grosse slavine». Il giorno dopo, una di queste slavine colpisce in pieno Toni Egger che precipita nel vuoto, scomparendo per sempre.

Dopo l’avventura patagonica, Bonatti coglierà ancora sfolgoranti successi alpinistici: la salita himalayana al Gasherbrum IV, con Carlo Mauri, nel ’58; l’ascensione al pilastro rosso del Brouillard (sul Bianco) nel ’59 insieme con Oggioni (una delle vittime del Freney), e quella del 1962 con Cosimo Zappelli di nuovo sul Pilier d’Angle, lungo la mai fino ad allora percorsa via Nord. Durante quella scalata i due alpinisti assistettero alla caduta di un gigantesco seracco che farà dire a Bonatti: «Quello che ho sotto gli occhi resterà per sempre uno tra gli spettacoli più selvaggi che mi è stato dato di ammirare».

Nel 1965 Walter Bonatti compie l’ultima, memorabile impresa: la solitaria invernale sulla Nord del Cervino. Dopo di che farà soltanto per un po’ il maestro di sci a Courmayeur e la guida alpina (non gli sembrava dignitoso guadagnarsi da vivere con un’attività che per lui era stata una scelta esistenziale e un’avventura sempre nuova) e, abbandonato l’alpinismo, si inventerà un altro sé stesso, tuttavia coerente con quello di prima: diventa inviato speciale proprio verso quegli "spettacoli selvaggi" della natura incontaminata che tanto piacevano, molto tempo prima, a lui ragazzo di pianura nato a Bergamo, cresciuto in Padania a Monticelli d’Ongina, fra Cremona e Piacenza e per qualche tempo operaio a Monza. Il settimanale Epoca gli offre quindici anni di viaggi nei posti meno conosciuti del globo, in tutti i continenti, fra pericoli ed emozioni mai vissute.

«Ho sempre avuto una regola: il dubbio. Ho sempre cercato di rispondere alle domande che io stesso mi ponevo. Lo ammetto: sono un individualista, amo le sfide con me stesso, le prove che non so se sarò capace di superare. Non ho mai amato il rischio per il rischio, il gesto per il gesto. Mi è già capitato di dire che capisco come si possa morire per un ideale, non per un interesse o per una scommessa. Non ho mai cercato volontariamente la morte. Né la ricchezza. La società di oggi mi piace poco, vorrei che i ragazzi leggessero, come me, Conrad, Melville, Stevenson, Defoe».

Oggi Walter Bonatti vive in un microscopico paese all’imbocco della Valtellina, in provincia di Sondrio, quasi nel punto in cui l’Adda si getta nel Lago di Como. Da una ventina d’anni ha lasciato Epoca, ha scritto dei libri, è grato al Museo della montagna che gli ha regalato quest’avventura patagonica. Qualche anno fa ha superato i disagi di una ripetuta operazione per un’ernia del disco, che lo ha costretto per un po’ a portare un busto. «Temevo di finire i miei giorni su una carrozzella, ma i bravissimi chirurghi di Lione mi hanno restituito a me stesso». E infatti non lo si direbbe, a vederlo muoversi nei due film e soprattutto qui al Museo della montagna, fra amici, ammiratori, gente che lo saluta e lo abbraccia come ai tempi in cui era, senza esagerazioni, una "leggenda vivente".

Beppe Del Colle

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page