Periodici San Paolo - Home Page
ALGERIA - Viaggio nella comunità di Timimoun, dove tre religiose vivono con la gente del deserto

LE SUORE DEL L’OASI

testi di MARCO TROVATO
    

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page Tre Suore Bianche che vivono la vita quotidiana delle famiglie di qui, aiutandole in tutto. E poi non pochi missionari, che cercano le vie del dialogo con i musulmani in un Paese spaventato dai terroristi, offrendo amicizia.

Diocesi di Laghouat, Sahara algerino

«Dio ha creato per l’uomo paesi pieni d’acqua dove vivere e deserti di sabbia dove trovare la propria anima». Aziz, la mia guida, ci sa fare: ogni volta che sto per crollare tira fuori un vecchio detto tuareg pieno di suggestione e di saggezza, ciò che serve per volgere lo sguardo oltre il mare di dune che ci circonda.

L’oasi di Timimoun appare sempre lontana, adagiata sulla linea dell’orizzonte. È come un’isola sperduta, un miraggio di palme, acqua e piccole case. La raggiungiamo dopo tre ore di cammino, quando il cielo comincia a riempirsi di stelle. I contadini stanno tornando dagli orti carichi di datteri. I bambini escono dalla scuola coranica ripetendo a voce alta i versetti sacri imparati a memoria. Il mercato si svuota mentre gli altoparlanti della moschea richiamano i fedeli all’ultima preghiera della giornata.

Non ci sono cristiani a Timimoun, una piccola comunità di Suore Bianche è l’unica presenza della Chiesa nel raggio di centinaia di chilometri. Vivono nel cuore di un quartiere popolare, una distesa di edifici squadrati, identici tra loro, rossi come la terra delle strade che si incendia al tramonto. La loro casa è semplice e accogliente: tre piccole stanze, una cucina, un salone che funge anche da sala da pranzo, da cappella e, all’occorrenza, da chiesa. «Lo spazio non è molto, ma è più che sufficiente per ospitare gli amici che desiderano farci visita», mi spiegano le suore. «Per noi è fondamentale vivere come la gente di qui, condividere la loro vita di tutti i giorni, per instaurare rapporti di amicizia e di fiducia».

La comunità è stata aperta una trentina di anni fa da Anna Maria Colombo, una laica italiana piena di energia e di speranza: «Venne qui perché credeva possibile dialogare e vivere insieme ai musulmani. Non era interessata a fare proselitismi o avviare opere di solidarietà, desiderava solo immergersi nella vita dell’oasi testimoniando, con la sua presenza, l’amore verso la gente del posto... Per le donne di Timimoun divenne ben presto un’amica fidata, con la quale trascorrere piacevolmente le ore a cucire insieme e confidarsi».

Un tè alla menta è simbolo di amicizia

Oggi l’eredità lasciata da Anna Maria è stata raccolta da tre suore impegnate su vari fronti: Magdalene è un’infermiera specializzata in rieducazione motoria e fornisce assistenza a persone con vari problemi fisici. «La gente mi accoglie con affetto», racconta, «per ringraziarmi mi offrono il tradizionale tè alla menta: simbolo di amicizia, ospitalità e profondo rispetto».

Gabri si interessa dei bambini con le situazioni familiari più difficili: «Dopo la scuola organizzo dei giochi pedagogici, disegniamo, facciamo un po’ di ginnastica, stiamo insieme per farci forza a vicenda».

Renée, infine, si occupa della formazione femminile. Ogni giorno parte con il suo fuoristrada per raggiungere i villaggi che sorgono ai margini delle dune: «Piccole oasi assediate dalla sabbia, dove la temperatura media in estate non scende mai sotto i 50 gradi. Dove il vento sahariano spazza continuamente i minareti delle moschee e dove il tempo è scandito dalle grida dei muezzin».

La compagna di viaggio di Renée è una vecchia valigia impolverata piena di fili, aghi e canovacci. Il suo corso di cucito è atteso con impazienza dalle donne perché spezza la monotonia di giornate sempre uguali, trascorse a raccogliere la legna, accudire i bambini, cucinare il couscous, irrigare gli orti creati all’ombra delle palme. «La condizione della donna non è delle più facili, gran parte del lavoro finisce sulle sue spalle e a livello sociale spesso non gode del riconoscimento dovuto», dice Renée. «D’altro canto non è nelle nostre intenzioni stravolgere il modo di vivere di qui: cerchiamo di coniugare gli sforzi per la promozione umana con i costumi tradizionali dettati dalla religione musulmana... Un compito particolarmente delicato che richiede rispetto, equilibrio e sensibilità».

Musulmani con cui ci si può confrontare

Alla sera la comunità delle suore si riunisce. Dopo la preghiera, spesso si va a fare visita ai vicini di casa: «Fanno parte della nostra grande famiglia, sono ottimi musulmani con cui possiamo confrontarci senza problemi... La religione non è necessariamente qualcosa che divide, ma può rappresentare lo spazio del dialogo che arricchisce reciprocamente».

Questa sera si va a trovare il vecchio Maruf, l’ultimo artigiano dell’oasi in grado di decorare l’argilla con utensili primitivi. «Vorrei tanto insegnare ai giovani i segreti del mio mestiere, ma oggi i ragazzi pensano a tutt’altro», si lamenta Maruf. «Appena riescono a racimolare due soldi, corrono ad acquistare la parabola con la quale possono ricevere i programmi delle televisioni occidentali. Sognano di diventare come voi, di vestirsi come voi, disprezzano le loro tradizioni. Fanno i salti mortali per partire e cercare fortuna in Europa. La maggior parte finisce sulla strada, i pochi che ce la fanno voltano le spalle al passato e non tornano più a casa... Proprio ora che il Paese avrebbe bisogno dei suoi figli migliori per uscire dalla crisi».

L’Algeria sta attraversando un momento particolarmente difficile e delicato. La guerra che oppone lo Stato all’islamismo armato ha prodotto in sette anni centomila morti, un milione di feriti e l’isolamento internazionale del Paese. L’economia è soffocata dal debito estero e rimane vincolata all’esportazione degli idrocarburi, la produzione agricola è ridotta ai minimi termini, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Il neopresidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika, 62 anni, uno dei quadri storici dell’indipendenza algerina, tornato alla politica attiva solo nove mesi fa, si è ritrovato tra le mani un Paese insanguinato, impoverito, corrotto. I suoi sforzi per la pace sono stati approvati con un plebiscito al referendum per la concordia civile dello scorso settembre: il voto popolare ha sancito l’amnistia per gli islamici che non si sono macchiati di crimini di sangue e di stupro, mettendo in un angolo gli irriducibili militanti dei Gia (Gruppi islamici armati).

Ma le ferite dei massacri non si sono ancora cicatrizzate e il percorso della pace appare lungo e pieno d’insidie. La guerra ha invelenito i rapporti fra la gente e spazzato via la fiducia nelle istituzioni. Le leve del potere, quello vero, sono ancora nelle mani della lobby militar-affaristica che ha dominato la scena politica algerina fin dal primo giorno dell’indipendenza e che è responsabile dell’attuale crisi istituzionale e finanziaria. Bouteflika deve stare attento a non pestare i piedi dei generali e i faccendieri che lo hanno candidato e sostenuto perché hanno visto in lui il solo uomo politico capace di salvare i loro privilegi e, allo stesso tempo, evitare la disintegrazione dello Stato. Forse però qualcosa si è già rotto. Il recente omicidio di Abdelkader Hachani, esponente del Fis (Fronte islamico di salvezza), impegnato a negoziare il piano di pace voluto dal presidente, ha gettato un’ombra sull’intero processo di concordia civile.

La Chiesa garantisce pluralità e tolleranza

Alcuni osservatori occidentali ritengono che la tregua con gli islamici sia più fragile di quanto non si voglia far credere e che sia ancora molto forte il pericolo di vedere precipitare l’Algeria nel baratro della guerra civile. «Sarebbe una vera catastrofe», commenta monsignor Teissier, arcivescovo di Algeri. «La gente ha voglia di normalizzazione, dopo anni di terrore, coprifuoco, leggi speciali... Il processo di pace deve proseguire: tutti devono fare la loro parte per uscire dalla crisi e i politici devono rimuovere le cause dello scontento». In una fase così delicata della vita del Paese, dove è ancora forte la minaccia di un ritorno del fanatismo islamico, la presenza della Chiesa rappresenta una garanzia di pluralità e di tolleranza da preservare. «È il diritto alla differenza che viene rivendicato dalla nostra presenza», prosegue Teissier. «Un diritto che la grande maggioranza dei musulmani riconosce, apprezzando una diversità che per loro è ricchezza».

Numerose figure storiche della Chiesa algerina hanno infatti valicato, con il loro carisma e prestigio, i confini nazionali e religiosi: basti pensare a sant’Agostino (354-430), vescovo di Ippona, l’attuale Annaba, definito recentemente da Bouteflika un «grande uomo della cultura e della storia algerina»; a monsignor Charles Lavigerie (1825-1892), primo arcivescovo di Algeri e fondatore dell’Istituto dei Padri Bianchi e delle Suore Bianche; a Charles de Foucauld (1858-1916), che decise di stabilirsi nel deserto per vivere tra i musulmani una vita di povertà e preghiera ispirata a Gesù.

Durante gli anni bui del terrorismo la Chiesa ha pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane (ricordiamo, tra gli altri, il massacro dei quattro Padri Bianchi a Tizi Ouzou, il rapimento e l’uccisione dei sette monaci trappisti a Tiberine, l’omicidio di Pierre Claverie, vescovo di Orano, avvenuto nel 1996). Oggi in Algeria i cristiani sono qualche migliaio, oltre 250 sono i sacerdoti e le religiose. La Chiesa ha deciso di rimanere accanto alla gente: le congregazioni hanno inviato nuovo personale, le comunità attaccate hanno riaperto. «Non è stato facile», ammette padre Philippe Thiriez, responsabile della missione di Ghardaya, una di quelle che hanno subìto gli attacchi dei terroristi. «Ma sulla paura ha prevalso la volontà di testimoniare la nostra solidarietà verso la gente».

Le attività proseguono come sempre: vengono organizzati corsi di lingua straniera per ragazzi, ma soprattutto si cerca di tessere la tela del dialogo con i musulmani. «Si dà priorità alla qualità delle relazioni e non alla dimensione delle opere di solidarietà», spiega Paolo Maccario, giovane Padre Bianco. «È necessario superare l’immagine del religioso che converte. I musulmani hanno una fede solida e profonda, prima di parlare di dialogo interreligioso occorre conquistarsi la fiducia e l’amicizia della gente».

Ne è convinto anche Xavier, un Piccolo Fratello del Vangelo da 23 anni nell’oasi di Beni Abbes: «La mia gioia più grande è poter condividere la vita di tutti i giorni con i nomadi: l’amicizia ha stemperato le differenze della fede e ha permesso di costruire rapporti di autentica comunione». Dopo il tramonto Xavier va a far visita alle famiglie accampate nell’oasi. Porta sempre con sé un vecchio libro di favole. La gente del posto lo chiama "marabut", che in arabo vuol dire uomo di fede, ma che in questo caso indica semplicemente il rispetto e il prestigio che la comunità musulmana gli riconosce.

Marco Trovato

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page