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STORIE – Ritratto del ferroviere ucciso sulla Circumvesuviana

L’ULTIMO TRENO DI FRANCESCO

di ROBERTO ZICHITTELLA
    

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page Una vita di studio e di lavoro, una famiglia onesta e felice. Poi l’agguato di tre balordi e il sangue versato lungo i binari. Così muore un eroe per caso, in nome del proprio dovere.

Entriamo nel Duemila insieme con Francesco Primato. Portiamolo con noi, anche se lui non c’è più. Anche se la sua vita bella, onesta e felice è scivolata via sui binari di una ferrovia. Portiamolo con noi perché abbiamo bisogno del suo esempio. Un esempio che ci aiuta a non perdere la speranza in un’Italia migliore.

L’ultimo giorno nella vita di Francesco è stato il 31 ottobre del 1999. Una domenica. Il giorno in cui lo avrebbero ammazzato, Francesco si è svegliato presto nella sua casa di Scafati, in provincia di Salerno, in quell’agglomerato di paesoni e cittadine che, quasi senza interruzioni, popolano la striscia di terra tra il mare e il Vesuvio, fino alla penisola sorrentina. Venendo da Napoli trovi Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, Pompei e poi ecco Scafati. Francesco abita in una palazzina periferica. È venuto a vivere qui dopo essersi sposato con Gina.

Ha 38 anni Francesco, è un bell’uomo moro, alto, robusto. Tutta la sua infanzia l’ha vissuta a Scafati. L’asilo, le scuole, i giochi, i primi lavoretti per mettere da parte un po’ di lire e non essere troppo di peso alla famiglia (la madre è casalinga, il padre bidello in una scuola superiore). «Non me lo ricordo mai come un bambino», dice la sorella Imma, «Franco è cresciuto in fretta. Da studente cominciò a fare tanti lavoretti, in campagna, da qualche artigiano. Si dava sempre da fare». Poi Francesco lascia Scafati per proseguire i suoi studi all’Istituto tecnico di Nocera Inferiore.

È domenica mattina e Francesco fa colazione con Gina mentre i tre bambini, ancora mezzo addormentati, cominciano la giornata felici di non dover andare a scuola. Francesco e Gina si conoscono fin da ragazzi. «Abitavamo vicini», ricorda Gina, «ci siamo fidanzati solo quando io avevo 19 anni e lui 20». Il matrimonio fu celebrato nel 1986. Insieme Francesco e Gina sono venuti ad abitare in questa casa. Il cuore della casa è il grande soggiorno dove il caminetto porta calore. Per terra ci sono i giochi colorati di Daniele, che ha 4 anni ed è il più piccolo dei figli. Mario, il più grande, ha 12 anni. Vincenzo ne ha 9.

È domenica mattina, ma Francesco non ha tempo di giocare con i figli. Alle nove esce di casa. Lo aspettano ad Aversa. Deve arbitrare una partita del campionato nazionale di calcio a cinque. A Francesco il calcio è sempre piaciuto. Ci gioca, ma soprattutto gli piace arbitrare. Aveva 18 anni quando cominciò a frequentare il corso per arbitri a Nocera Inferiore. Per alcuni anni Francesco fa l’arbitro, poi diventa guardalinee nel campionato interregionale. In questi anni di corse lungo la linea laterale del campo il giovane Cleto De Prisco diventa compagno di avventure di Francesco. Insieme hanno fatto decine di trasferte in ogni parte d’Italia. «Si partiva il sabato e si tornava la domenica sera», ricorda, «ed è stato un periodo molto bello in cui ho saputo apprezzare le sue doti. Lui mi è sempre apparso sereno e razionale. Sul campo, anche nei momenti difficili, magari quando i giocatori e il pubblico ci contestavano, lui mi infondeva quella calma e quella tranquillità che erano alla base del suo carattere». Francesco sperava in una brillante carriera di arbitro, magari nei tornei importanti, invece si è dovuto accontentare del calcio a cinque. «Si sentiva un po’ penalizzato», dice De Prisco, «ma ha sempre fatto il suo dovere».

Domenica 31 ottobre Francesco Primato arbitra l’ultima partita della sua vita. Fa una doccia, si cambia, guarda l’orologio. Non ha tempo di tornare a casa per il pranzo. Allora telefona a Gina. Lei non sta tanto bene, lui si informa della sua salute. È l’ultima volta che si sono parlati.

All’una e mezza Francesco deve cominciare il suo turno di lavoro a Boscotrecase, stazione lungo la linea della ferrovia Circumvesuviana. Da sempre ha lavorato fra treni e stazioni. Dopo il diploma, a 21 anni, fece un concorso delle Ferrovie dello Stato. Lo vinse e si trasferì a Milano per quattro anni. La lontananza fu un peso perché a Scafati c’erano la fidanzata Gina e la mamma, che proprio in quel periodo si ammalò gravemente. «Povero Francesco», ricorda la sorella Imma, «per stare accanto alla mamma faceva su è giù quando poteva tra Milano e Scafati. Finito il turno prendeva il treno e veniva a casa, poi magari ripartiva dopo poche ore».

C’è una svolta nella vita di Francesco, che si è sempre tenuto informato in modo quasi scientifico su tutti i concorsi in svolgimento. Nel 1986 seppe di un bando di concorso della Circumvesuviana. Vincerlo avrebbe significato tornare vicino a casa e finalmente sposarsi. Lo vince, e all’inizio del 1987 comincia il nuovo lavoro di addetto al passaggio a livello. Francesco ha alzato e abbassato barriere per undici anni lungo quella specie di giostra che è la Circumvesuviana: 145 chilometri di binari, decine di treni che corrono su e giù dalle cinque del mattino a mezzanotte, centinaia di migliaia di passeggeri ogni giorno. Un servizio vitale per la provincia di Napoli.

Lui è contento e lavora con passione. Maria Rosaria Iervolino, sua compagna di lavoro per otto anni, ricorda: «Era molto socievole, si teneva informato su tutto. Per il suo essere così aggiornato e per la capacità di fornire informazioni molto dettagliate lo chiamavamo "il professore"». "Il professore" però continua a studiare, vuole migliorarsi, non si accontenta. All’inizio del 1999 partecipa a due sessioni di esame: una per abilitarsi alle funzioni di capotreno, l’altra per raggiungere la qualifica di addetto di stazione e gestione. Risulta primo in graduatoria e comincia il nuovo lavoro. «Lavorava su due turni», ricorda la moglie, «dalle quattro del mattino all’una e mezza, oppure dall’una e mezza alle ventidue. Due giorni alla settimana stava alla stazione di Boscotrecase, gli altri girava lungo la rete».

Quell’ultimo giorno di lavoro Francesco prende servizio a Boscotrecase alle tredici e trenta. La domenica è un giorno tranquillo. Ci sono meno treni e anche meno gente. La situazione ideale per dei malintenzionati che vogliono farla franca senza avere tra i piedi qualche scomodo testimone. Di balordi, su quei treni e attorno a quelle stazioni, ne girano tanti. Vandali, rapinatori, stupratori, tossicodipendenti in cerca di soldi per una dose. Quel giorno Francesco Del Prete, Onofrio Coppola e Pasquale Ambrosio hanno bisogno di soldi e pensano che ne troveranno senz’altro nella biglietteria di Boscotrecase. Giovedì 4 novembre, a mezzanotte, davanti a un magistrato e a due carabinieri, Francesco Del Prete confesserà così: «Con me alla Circum c’erano Coppola e Ambrosio. Sono stati loro a entrare nella biglietteria. Io stavo fuori a fare il palo. Cercavamo gli incassi degli abbonamenti per la Circumvesuviana. L’idea era venuta ad Ambrosio, che aveva un coltello infilato alla cintura. Ed è stato lui il primo ad afferrare la borsa che c’era sulla scrivania. Ma il bigliettaio ci si è buttato sopra e l’ha agguantata dall’altra parte. Così i due hanno iniziato a strattonarsi per strapparsela di mano. Coppola allora ha tirato fuori il coltello dalla cintura di Ambrosio e ha accoltellato alla spalla il bigliettaio per farlo mollare. Ma lui continuava a tenere la presa. Onofrio, allora, l’ha colpito una seconda volta, al petto, e solo allora Primato ha lasciato la borsa. Con la borsa Coppola e Ambrosio si sono precipitati fuori, ma quell’uomo non voleva cedere e ci è venuto dietro lungo la pensilina. È stato Ambrosio allora a colpirlo ancora col coltello e a infierire su di lui».

Spetterà ai magistrati valutare l’attendibilità di questa testimonianza e attribuire le precise responsabilità. È certo che quella borsa difesa con tanto coraggio da Francesco non conteneva soldi, ma solo documenti di lavoro. Resta il fatto che Francesco, già accoltellato, fa la sua ultima corsa lungo quella pensilina e cade agonizzante sui sassolini che circondano i binari. Imma, la sorella, e Gina, la moglie, non si danno pace per quegli istanti in cui Francesco sente scivolare via la vita con il sangue che bagna i sassi e i binari. «Non meritava tanta cattiveria», dice Imma, «ed è terribile che lui sia morto solo. Nessuno ha potuto stargli vicino, nessuno di noi ha potuto dirgli "ti vogliamo bene"».

Gina ha saputo da una telefonata dei Carabinieri nel primo pomeriggio. Il parroco Giovanni De Riggi conosceva bene Francesco, che aveva frequentato in parrocchia i corsi di catechesi. Dice: «Francesco è stato ucciso il 31 ottobre, il giorno dopo abbiamo celebrato i Santi e il funerale c’è stato il 2 novembre, giorno dei morti. Forse non sono state coincidenze casuali».

A casa Gina, Imma e il padre di Francesco non hanno più lacrime, ma serbano il dolore nel cuore spezzato con grande dignità. Mario, il figlio maggiore, sembra già un ometto, costretto a maturare quando avrebbe ancora l’età dei giochi. Vincenzo si rende conto che anche i genitori possono morire, ma non si dà pace perché suo padre doveva finire proprio così, ammazzato. Daniele è troppo piccolo per capire e aspetta che papà ritorni a casa. Lo indica nelle foto messe sul tavolo e ancora non sa che non lo rivedrà più.

Roberto Zichittella

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