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GOVERNO - Emergenza criminalità: parla il nuovo ministro degli Interni

DI PUNTO IN BIANCO

di GUGLIELMO NARDOCCI
    

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page I sei anni vissuti da sindaco di Catania lo rendono diverso da tutti i politici che lo hanno preceduto al Viminale: «Sono abituato a trattare direttamente con la gente, a chiedermi quali conseguenze avranno i miei atti sui cittadini. Lo farò anche da qui. E voi mi giudicherete dagli obiettivi, perché sarà facile vedere se li ho raggiunti o no».

«Quando il suo settimanale sarà in edicola io non sarò già più sindaco di Catania...». Sembra l’inizio di un malinconico addio, se non fosse che di fronte a noi c’è il neoministro degli Interni Enzo Bianco, capace di cambiare espressioni ed emozioni bugiarde cento volte in mezz’ora, ma totalmente incapace di clamorose bugie: «Sì, certo, sono felicissimo di stare qui, perché debbo dire di no?».

Bianco non è uno di quei politici che, con la faccia contrita, accettano l’alta carica "in spirito di servizio"; anzi ci porta in un salottino adiacente il suo studio, alle cui pareti sono appesi gli elenchi dei ministri che lo hanno preceduto dall’Ottocento ai giorni nostri: «Nitti, Giolitti...». E ora, Enzo Bianco: «Sì», risponde ridendo, ma senza falsa modestia, «ora Enzo Bianco, sindaco di Catania».

  • Signor ministro, perché sottolinea tanto il fatto che il nuovo ministro degli Interni è un sindaco?

«La gente forse non se ne rende conto pienamente, ma il fatto che al Viminale non ci sia più un politico classico come nel passato, ma un sindaco, rappresenta un po’ una rivoluzione. Il presidente del Consiglio comunale di Catania Condorelli mi ha regalato l’originale di un decreto regio del 1867, nel quale il ministro degli Interni di allora nominava il sindaco di Grottaferrata; dopo 132 anni, mi ha scritto Condorelli, un sindaco è ministro degli Interni».

  • E in pratica la sua nomina che significato ha?

«Può significare tante cose, forse; che ad esempio arriva al Viminale, nel ministero che è a contatto diretto con il sistema delle autonomie, uno che viene dalle autonomie locali. E anche che si affaccia alla ribalta una nuova generazione di persone, che vuole governare con lo spirito e l’esperienza acquisita nell’amministrazione delle città. Ma chi l’ha detto che un ministro debba provenire esclusivamente dai partiti o dalle Università? Per noi la politica è, come nel suo senso originario in lingua greca, ta politikà, ovvero le cose della città, della polis. Un sindaco sa ben presto sulla sua pelle quale è il risultato delle sue decisioni. Se non sono giuste, c’è la gente che urla sotto il portone del Municipio o ti ferma per strada esattamente 24 ore dopo. Io credo che sia utile guidare un ministero importante come questo avendo alle spalle sei anni di esperienza amministrativa, vissuta a contatto diretto con i cittadini; ti aiuta a pensare che ogni tuo atto può provocare un danno o un sollievo per il cittadino».

  • Per esempio, signor ministro, il Giubileo è cominciato mentre in tutto il mondo si è diffusa nuovamente la paura di attentati. Avete sentore di pericoli anche per l’Italia?

«L’Italia, per la posizione che ha e per tutto il resto, è ovviamente esposta al rischio, come peraltro lo è stata nel passato. Lo sappiamo, abbiamo gli occhi aperti, facciamo tutto quel che è necessario fare per evitare guai. Come ho già detto, il mio primo obiettivo è proteggere il Giubileo, che deve svolgersi serenamente».

  • Lei è felice ed entusiasta di questo suo nuovo compito, ma lo sa che al primo intoppo la crocifiggeranno?

«Lo so, ma io le gatte le pelo da un decennio. Insomma ci sono abituato. Catania era veramente difficile da cambiare, nessuno ci avrebbe speso una lira bucata. Adesso arrivano le multinazionali, in città si passeggia fino a tardi là dove undici anni or sono c’era il coprifuoco dalle otto di sera. Le case abusive si buttano giù... Che le debbo dire?, sarà dura, ci vorrà anche un poco di fortuna, però quando mi prende un poco di angoscia penso sempre a Catania e penso che lì era veramente più difficile che qui».

  • Per esempio, signor ministro, le forze di Polizia che ha a sua disposizione sono sufficienti per battere la criminalità piccola e grande di cui tanto si lamentano i cittadini?

«Guardi, non voglio cominciare il mio lavoro chiedendo aumenti di organici. Sono di quelli che pensano che è molto importante puntare sulla tecnologia, sulla riqualificazione del personale, che deve essere motivato. Vale sempre la regola che è meglio avere a disposizione un poliziotto motivato piuttosto che due che non hanno voglia».

  • Signor ministro, all’estero gli agenti di pubblica sicurezza vengono pagati molto di più per rischiare la vita tutti i giorni...

«Quando parlo di motivazione, mi riferisco naturalmente anche agli aspetti economici. Però vorrei sottolineare che ai fini dell’efficacia e dell’efficienza è importante puntare sulle tecnologie e sulla riqualificazione del personale».

  • E magari mettere finalmente d’accordo poliziotti e carabinieri...

«Lei ci scherza, ma secondo me è possibile, ed è anche meno difficile di quanto si pensa».

  • Le famiglie chiedono soprattutto sicurezza...

«Fra meno di un mese presenterò un piano i cui obiettivi saranno verificati ogni tre mesi alla luce del sole. Anche lì sarò sindaco, cioè concreto. Mi giudicherete sugli obiettivi perché sarà facile sapere se li avrò raggiunti o meno».

Guglielmo Nardocci
   

Patrizia Toia: 
«Verso un nuovo diritto internazionale»

A conclusione delle manifestazioni per il 50° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, si è tenuto a Milano, alla vigilia di Natale, il convegno La sfida dei diritti umani alle soglie del millennio, organizzato dall’Istituto per le relazioni tra l’Italia e i Paesi di Africa, America latina e Medio Oriente, sotto il patrocinio del ministero degli Affari esteri. Nell’occasione abbiamo incontrato la senatrice Patrizia Toia, in qualità di sottosegretario agli Esteri, nominata poi da lì a poche ore ministro per le Politiche comunitarie nel nuovo Governo D’Alema.

  • A giudicare dai fatti degli ultimi due anni, si direbbe che sta emergendo con forza un nuovo diritto internazionale che mette in discussione la sovranità degli Stati...

«Siamo agli albori della costituzione di un nuovo sistema di diritto. La sovranità nazionale non è più un muro invalicabile. Si sta affacciando l’idea che gli affari interni di uno Stato non riguardano solo quello Stato, ma tutta la comunità internazionale. È un passo in avanti considerevole, ma bisogna fissare delle regole: deve essere costruito un sistema condiviso da tutti. Ci vuole una sede dove vengano stabilite le norme da rispettare e questa non può essere che il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma il Consiglio stesso necessita di riforme: bisogna eliminare il diritto di veto dei singoli (ne beneficiano Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna come membri permanenti), impedire che ci sia l’affiliazione di nuovi Stati (Germania e Giappone chiedono da anni un seggio permanente), e affermare il principio della rotazione».

  • Tuttavia, le Nazioni Unite escono notevolmente ridimensionate dalla gestione delle più gravi vicende internazionali quali, per esempio, il Kosovo o l’Irak...

«L’insufficienza delle Nazioni Unite ci rimanda alle responsabilità dei singoli Paesi più forti. In passato la stabilità internazionale poggiava sul mondo bipolare. Ora che le condizioni sono profondamente mutate, se non verranno elaborate delle nuove regole, nella gestione delle situazioni di crisi prevarrà la volontà del più forte».

  • Qualcuno intravede nella Nato il braccio armato dell’Onu...

«La Nato non ha questo ruolo. Comunque, il nuovo diritto internazionale deve avere un’altra priorità: la sicurezza preventiva».

  • Quali sono, secondo lei, le nuove sfide nel campo dei diritti?

«Il rispetto dell’ambiente e cercare di conciliare i diritti umani con il nuovo ordine economico mondiale».

  • Che cosa dice della proposta europea di moratoria della pena di morte, ritirata dagli stessi europei prima che venisse votata dall’Assemblea dell’Onu?

«Alcuni Paesi che non vogliono accettare l’ingerenza negli affari interni hanno contrapposto il totem della sovranità nazionale alla proposta di moratoria e la diplomazia europea, temendo che degli aggiustamenti al testo potessero svilire il valore della proposta, ha fatto marcia indietro».

Carlo Remeny

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