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A colloquio col sociologo Franco Garelli

USCIAMO DALLA TRINCEA

di ALBERTO BOBBIO
    

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page «Finiamola di criticare consumismo e nichilismo ed elaboriamo alternative culturali».

«Siamo realisti: il partito cattolico non c’è più. È quindi inevitabile che la Chiesa metta in atto una nuova strategia». Il sociologo Franco Garelli, uno degli artefici dell’ultima Settimana sociale di Napoli, accetta la sfida e spiega perché il fatto che la Conferenza episcopale italiana abbia maturato l’idea di una sorta di lobby non è un male: «Non ci sono solo i valori, ma anche gruppi e associazioni, opere e interessi cari ai cattolici».

  • Chi li rappresenta oggi?

«Sta qui la questione. Alcuni pensano che lo possano fare partiti e partitini. Ma la maggioranza nell’area cattolica ritiene di essere meglio tutelata e rappresentata dalla Chiesa. Così la Cei è il centro su cui si addensano aspettative, richieste, pressioni, spinte».

  • Ma è normale tutto ciò?

«Diciamo che avviene: per la scuola cattolica, per tutto il cosiddetto "terzo settore", quello che si occupa di solidarietà. La Chiesa rappresenta e tutela, avanza proposte perché i valori e le opere cattoliche abbiano cittadinanza nella società. Dipende poi da chi la dirige se accentuare un aspetto piuttosto che un altro».

  • La Cei da qualche anno parla di nuovo "Progetto culturale". Che significa?

«Significa ripensare seriamente al rapporto tra fede e cultura in una società che cambia in modo vorticoso: una nuova antropologia cristiana, non solo in senso dogmatico e normativo. Insomma, capire se i credenti sono in grado di far rifiorire un pensiero cristiano, aperto e pluralista al suo interno, che accetti la grande sfida della modernità».

  • Ma finora non pare essere decollato. Sembra quasi un oggetto misterioso...

«È vero. Non è decollato perché il mondo cattolico sta in mezzo al guado. Quello impegnato è diviso al suo interno. Molti guardano con diffidenza al "Progetto culturale" e temono che sia una riedizione della vecchia unità politica dei cattolici, altri pensano che sia troppo diretto dal centro, altri ancora che non serva a nulla».

  • E lei che ne pensa?

«Che non si può più giocare sempre in difesa, dando la colpa sempre al consumismo e al nichilismo. Occuparsi sempre e solo dei nemici significa che c’è un deficit di elaborazione culturale dei cattolici, che invece devono indicare le ragioni positive della convivenza civile e del senso della vita».

  • In che modo?

«Vanno creati cenacoli, circoli, luoghi dove gruppi di intellettuali procedano autonomamente nella riflessione sulle ragioni di fondo della convivenza. Altrimenti avremo realtà cattoliche belle, brave, impegnate e corteggiate perché fanno fronte alle emergenze, ma che non possiedono le categorie culturali per comprendere il mondo e il cambiamento. Oggi nel mondo cattolico vi sono luoghi dove si registra ciò che sta avvenendo in modo quasi rassegnato, passivo».

  • Le celebrazioni giubilari mettono in ombra un’attività di questo tipo?

«Un po’, sì. La Chiesa è troppo presa da numerosi avvenimenti. Il Giubileo ha favorito un dibattito tra i laici: avvertono che c’è una realtà che li interpella. E ciò è un bene. Ma vi sono aspetti di fondo, per esempio il rapporto tra fede e cultura, sui quali il mondo cattolico fa pochi investimenti. L’idea di dedicare un anno a ripensare i valori fondamentali della fede è un’ottima cosa. Speriamo proprio che sia così».

a.bo.
   

Messori: Torniamo lievito, grazie a Dio
  • Il cardinale Ruini spiega che la Chiesa è una parte e i cattolici sono una minoranza. Lei, Messori, scrittore cattolico tra i più affermati, che ne dice?

«Che siamo costretti, grazie a Dio, a riscoprire la logica del lievito. Quando la cristianità era di massa, la funzione del lievito spariva. Ecco perché, in qualche modo, la Chiesa deve essere minoritaria, ma, attenti, non deve essere marginale. I Testimoni di Geova sono minoritari e marginali, con tutto il rispetto per i geovisti. Se Ruini accetta la posizione della Chiesa come minoritaria è un buon segno perché ha riscoperto qual è la logica del Vangelo».

  • Sembra che lei tema una Chiesa marginale in futuro...

«Diciamo che metto in guardia. L’istituzione ecclesiale è un groviglio di contraddizioni. Una delle parole d’ordine del Vaticano II era quella di costruire una Chiesa meno romanocentrica, di riscoprire le Chiese locali. Ebbene, se si guarda l’Annuario Pontificio esso si è moltiplicato per quattro: una proliferazione di organismi di burocrazia clericale, che hanno tutti o quasi sede a Roma. Questo significa che non si vuole accettare la logica del lievito».

  • Bisogna cominciare dal vertice?

«Certo. Sfrondare i rami di un albero che andava bene quando c’era la cristianità di massa. Essere minoritari e non marginali, cioè essere lievito, non vuol dire, come loro pensano, di moltiplicare le chiacchiere, le parole, i documenti. Nella comunicazione c’è una legge elementare: più sono le parole, meno sono efficaci. La Chiesa deve tornare a dire poche parole, ma che solo lei può dire».

  • Invece oggi cosa fa?

«Fa il verso ai sociologi, ma sempre in ritardo. Vedo un gap tra una situazione sempre più minoritaria della Chiesa nella società e una istituzione ecclesiastica che dopo il Concilio è aumentata di quattro volte. Qualcosa non va».

  • Quale giudizio dà del "Progetto culturale" della Cei?

«È un oggetto misterioso e Ruini stesso ne è consapevole: nessuno ha ben capito cosa sia. Io avrei proposto un progetto religioso, non culturale. La crisi della Chiesa non è istituzionale. È una crisi di fede, diciamocelo chiaro. Invece si continua a fare della morale e del moralismo dando per scontata una fede che non è affatto scontata. Oggi il problema sono i fondamentali. Ma nessuno nella Chiesa ha il coraggio di interrogarsi se crediamo o non crediamo più. La Chiesa deve interrogarsi senza paura sulla fede. Sulla cultura ci sono ben altri che possono farlo».

  • Torniamo al lievito. Si può tradurre, in modo moderno, come pressione per ottenere cittadinanza ai valori cristiani?

«Lei si riferisce al concetto di lobby. Non voglio entrare nell’argomento. Dico che ci sono cose sull’uomo, sulla vita, sulla storia che solo in una prospettiva di fede la Chiesa crede si possano dire. Il riferimento è la fede, non la preoccupazione per qualche interesse. Altrimenti la Chiesa parlerebbe come qualsiasi altro filosofo. Io, che vengo da fuori, ad un certo punto della vita ho sentito il bisogno di scrivere un libro che si intitolava Ipotesi su Gesù, non ipotesi sulla morale o sull’istituzione ecclesiastica. Oggi assistiamo al tentativo della Chiesa di uscire dal suo ambito: si occupa di politica, non del lievito. La politica avrà un orientamento cristiano se siamo cristiani. Questo è il punto. Altrimenti rientriamo nella logica di quelli che scrivono documenti sulla morale senza interrogarsi sulla fede».

a.bo.

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