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INCHIESTA - Il ruolo dei cattolici nella società italiana

ATTORI DI PRIMO PIANO

di ALBERTO BOBBIO
    

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page Un intervento del cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, ha suscitato un ampio dibattito: per la Chiesa è venuto il tempo di un maggiore coinvolgimento sociale e politico? Ne parliamo con gli intellettuali di ispirazione cristiana.

Si moltiplicano gli attestati di stima per la presenza sociale della Chiesa. Si applaude al Giubileo del "mea culpa". Ma ci si meraviglia anche che la Chiesa cattolica in Italia sia diventata più agguerrita, che voglia giocare in proprio, che abbia deciso di smettere di stare in panchina o in tribuna. «Noi a questa Chiesa non siamo abituati», ha scritto Ezio Mauro, direttore di Repubblica, il giorno dopo un’ampia intervista del cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Ruini aveva spiegato chiaramente che ormai i cattolici sono una "parte", una minoranza. E aveva indicato una strategia nuova di presenza nel nostro Paese.

Il presidente della Cei ha fatto l’esempio della manifestazione per la scuola cattolica e ha auspicato che anche su altre questioni si intervenga nello stesso significativo modo. Insomma, scomparsa la Dc, la Cei si propone come il soggetto, anche politico, che rappresenta opere e interessi, oltre che valori, dei cattolici? Il dibattito è subito schizzato alle stelle: c’è forse dietro alle parole di Ruini l’idea di una Chiesa come lobby, come gruppo di pressione, nel senso più nobile del termine? Anche questo vuol dire oggi in Italia l’annuncio della Parola?

L’intervista di Ruini naturalmente fa discutere anche gli intellettuali cattolici, quelli che dovrebbero essere gli attori di primo piano di quel "Progetto culturale" lanciato dalla Cei al Convegno di Palermo nel 1995. E che, secondo Ruini, oggi serve ai cattolici per avere una rilevanza sul piano culturale, così come ne ebbero una in passato sul piano politico. "Parte"? «Va bene: purché sia chiaro che tutti siano una parte e che lo Stato non sia considerato il tutto», afferma lo storico Pietro Scoppola. «Lo Stato non è portatore di una sua etica, come chiarisce bene la sentenza della Corte costituzionale del 1989 sul principio di laicità. Contrapporre la Chiesa allo Stato non serve a nessuno e anzi si torna indietro, ai tempi dello Stato liberale». Cesare Cavalleri, direttore della rivista Studi cattolici, introduce il tema evangelico del lievito: «Sempre poca cosa, ma indispensabile, per fare il pane». A Scoppola non piace la parola lobby: «La Chiesa deve annunciare e testimoniare. E non sostenere determinati interessi e leggi. Deve essere la voce dei poveri. Se mantiene questa tensione si supera anche il concetto di parte».

Achille Ardigò, il sociologo bolognese che ha scritto recentemente un libro sul "Progetto culturale" della Cei per le Edizioni Dehoniane, mette in risalto un rischio nel pensiero del cardinale Ruini: «Il rischio è quello di sociologizzare il messaggio di Cristo dentro la stanca secolarizzazione della società odierna, abbassandone il livello della testimonianza e dell’annuncio». È quella che il professor Maurilio Guasco, sacerdote e docente alla facoltà di Scienze politiche di Alessandria, chiama «una religione civile». Spiega Guasco: «Non colgo il senso della missione. Vedo una Chiesa che colloquia con altri, da potenza a potenza. Mi preoccupa l’atteggiamento da lobby, che potrebbe anche essere una provocazione salutare se nascesse dalla radicalità dell’annuncio evangelico». Anche Cavalleri l’accetta, mettendone in risalto il «rischio evidente», se «serve per difendere il bene dell’uomo e la libertà di tutti e della Chiesa». «Altrimenti», nota Guasco, «occupandosi solo di interessi, la Chiesa perde di fronte ad un mondo più agguerrito».

Giuliana Martirani, docente di Geografia dello sviluppo all’Università Federico II di Napoli, ricorda tuttavia che «l’associazionismo cattolico ha sempre svolto una funzione lobbistica per il riconoscimento di istanze quali l’impegno per la pace e l’obiezione di coscienza. Adesso è più evidente l’impegno sulla questione della scuola cattolica. Ben venga un maggiore coinvolgimento della Cei sul piano pubblico. Serve a dare cittadinanza ai valori. Un esempio? Alla Settimana sociale di Napoli abbiamo sentito il presidente della Banca d’Italia Fazio parlare di banca etica e di commercio equo e solidale, da anni cavalli di battaglia di buona parte del mondo cattolico. È un risultato importante raggiunto per merito della Conferenza episcopale. E poi credo che una Chiesa minoritaria potrebbe diventare più significativa, più ecumenica, più aperta alle sollecitazioni che vengono dal Sud del mondo. Ci costringe a rinnovare la nostra pastorale traballante e un po’ sclerotizzata. Arriveranno sacerdoti africani, sudamericani e forse riusciremo a vincere la grande sfida della fede, che in fondo è l’unica cosa che conta».

Anche Ardigò tiene a sottolinearlo: «Ciò che conta è la salvezza che si prepara nella Storia. La Nota pastorale pubblicata dopo il Convegno di Palermo invitava a non lasciarsi imprigionare nel ruolo di maestri di etica, di animatori culturali e di promotori di servizi sociali. È evidente che lo scuotimento politico, con l’avvento del bipolarismo, sia tra le più forti preoccupazioni della Cei. Ma esse non dovrebbero limitare la più ampia proposta di nuova evangelizzazione. Dobbiamo confrontarci con i grandi mistici, come da tempo ci suggerisce il Papa. Invece siamo troppo presi da aspetti organizzativi, interessi, opere, cose da fare». 

E il "Progetto culturale"? «Se serve a capire il cambiamento, se serve per rivendicare una ispirazione etica e religiosa per la democrazia, che ne è carente, va bene. Ma ciò non vuol dire riproporre modelli confessionali o nostalgie di cristianità», osserva Scoppola. «Non deve essere diretto dall’alto, non deve rispondere alle logiche della società mediatica e di massa. Bisogna invece favorire l’associazione di libere coscienze mature. Deve servire a far crescere la libertà del cristiano». «Non è un’ipoteca culturale sul modo di incarnare il Vangelo», rileva Cavalleri. «La Cei può indicare alcuni temi che considera prioritari, ma poi deve lasciare che il confronto corra liberamente». Secondo Ardigò, «la Chiesa deve richiamare i cattolici a discutere sulle proprie inadeguatezze e sulle proprie responsabili coerenze al messaggio della Rivelazione. Non dobbiamo studiare (e proclamare) maggiori certezze politiche e sicurezze sociali. Non dobbiamo spiegare una dottrina su Dio. Dobbiamo trovare gli strumenti per rispondere alle domande di senso che vengono dalla gente, credente e non credente, rispondere a chi ci chiede quali sono le radici della vita. È l’evangelizzazione oggi la vera emergenza».

Alberto Bobbio

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