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EDITORIALE


CATTOLICI E SOCIETÀ: I VALORI
NON VANNO IN
MINORANZA

   

   Famiglia Cristiana n.01 del 9-1-2000 - Home Page Non è facile immaginare le forme, il peso, l’autonomia della presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana del futuro. Ma sono ben chiari i contenuti che dovrà avere, rispetto alla morale evangelica, e quanto difficile sia proporli ad una società secolarizzata.

Tutto è cominciato con una lettera del cardinale Camillo Ruini al direttore del Corriere della Sera, pubblicata il 12 dicembre; è seguita, il 21 dicembre, un’intervista dello stesso presidente della Cei a la Repubblica, commentata il giorno dopo dal direttore del medesimo quotidiano; ci sono state le risposte "cattoliche" su Avvenire, e altri interventi "illustri": del filosofo Severino sul Corriere, di Mario Pirani ed Eugenio Scalfari su la Repubblica.

Tema del dibattito: il sempre più evidente intervento diretto della Chiesa nella politica italiana dopo la fine dell’unità politica dei cattolici. Curioso, però, il punto di partenza, sottolineato come una scoperta dal direttore de la Repubblica Ezio Mauro: la Chiesa in Italia, preso atto di essere diventata "minoranza", assume «le forme, i modi e le reazioni tipiche delle minoranze organizzate più importanti che agiscono nella nostra società».

Ora, se c’è una consapevolezza che non è mai mancata alla Chiesa cattolica, in nessuna stagione della sua storia bimillenaria e in nessun Paese, Italia compresa, è quella di essere "lievito", "piccolo gregge", "fiaccola sopra il moggio", "granello di senape": insomma, "minoranza". Lo sapeva, anche quando e dove era facile confondere la sua forza spirituale, che le proveniva dal Vangelo, con la potenza terrena, troppo intricata con le vere potenze terrene: imperi, monarchie assolute, nazioni. Quanti scismi e riforme l’hanno ridotta, qua e là, a sparute minoranze catacombali di fedeli. E quanto sangue le sono costati i martirii, anche nell’ultimo secolo: in Messico, in Spagna, in Russia, nell’Europa dell’Est, e tuttora in Cina.

In Italia, la Chiesa non da oggi ha "preso atto" di essere minoranza, e minoranza sempre più ridotta: i referendum sul divorzio e sull’aborto (rispettivamente nel 1974 e nel 1981) hanno dimostrato con le cifre una crisi etica incalzante nella società italiana, analoga a quella di molti altri Paesi di antica "cristianità".

Di tale crisi l’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor ha offerto nel 1993 un’analisi culturalmente profonda, da cui deve prendere le mosse ogni progetto di rievangelizzazione. Ha scritto il Papa: «La scristianizzazione, che pesa su interi popoli e comunità un tempo già ricchi di fede e di vita cristiana, comporta non solo la perdita della fede o comunque la sua insignificanza per la vita, ma anche, e necessariamente, un declino o un oscuramento del senso morale: e questo sia per il dissolversi della consapevolezza dell’originalità della morale evangelica, sia per l’eclissi degli stessi princìpi e valori etici fondamentali. Le tendenze soggettiviste, relativiste e utilitariste, oggi ampiamente diffuse, si presentano non semplicemente come posizioni pragmatiche, come dati di costume, ma come concezioni consolidate dal punto di vista teoretico che rivendicano una loro piena legittimità culturale e sociale».

Il problema che oggi si pone alla Chiesa italiana (così come alla Chiesa universale) è questo: mentre in passato il suo essere minoranza comportava spesso persecuzioni e martirii – o almeno sudditanze e compromessi politici nelle alleanze di "trono e altare" – nel nostro tempo significa perdita di visibilità nei confronti di tendenze («soggettiviste, relativiste e utilitariste», come le chiama Giovanni Paolo II) che non cercano di perseguitarla, di martirizzarla, e nemmeno di farsene un’alleata condiscendente, garantendole qualche rendita di posizione, ma la emarginano di fatto; il loro strumento non è la violenza, ma il voto dei cittadini.

Ha scritto Eugenio Scalfari, con un linguaggio stranamente antico, da laico ottocentesco: «La Chiesa si occupa delle anime (come se le anime non abitassero nei corpi, ndr); lo Stato si occupi dei corpi e delle loro inerenze, tutelando la libertà di quei corpi, della loro eguaglianza di fronte alla legge». È appunto quella "insignificanza (della fede) per la vita" di cui parla il Papa; è lo specchio di quella "società dell’insignificanza" dei valori e dei princìpi – considerati tutti equivalenti, dunque irrilevanti per la collettività oltre la soglia delle singole coscienze – che sembra incombere. Per cui, essere pro o contro l’aborto è la stessa cosa, a decidere bastano una legge votata da una maggioranza e un calcolo utilitaristico personale.

Vista in un’ottica non contingente, la fine del "partito cattolico" non può essere, per la Chiesa, qualcosa di paragonabile a ben altre condizioni di minoranza vissute in passato; ma è uno stimolo, per dirlo con le parole del cardinale Ruini, a «riproporre la fede in un contesto culturale che fu già modellato dal cristianesimo ma che ora è in rapido e profondo cambiamento». All’inizio del Novecento i cattolici italiani non solo erano minoranza, ma erano addirittura esclusi dalla lotta politica per la "questione romana", eppure alla Chiesa "popolo di Dio" non mancarono idee, uomini, programmi, per uscire da quello stato di minorità.

È difficile immaginare le forme, il peso, l’autonomia della presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana del futuro. Ma sono ben chiari i contenuti che dovrà avere, rispetto alla morale evangelica, e quanto difficile sia proporli a una società secolarizzata, in cui sembra sopravvivere solo la morale indifferente del nichilismo. Ezio Mauro mostra di stupirsi perché i cattolici, «mentre sanno di essere diventati minoranza», non accettano «di veder andare in minoranza i loro valori». Dov’è lo scandalo? La storia è piena di minoranze che non si sono arrese.

Beppe Del Colle

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