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di
don
Gennaro Matino
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IL VANGELO DELLA SPERANZA MIO SIGNORE E MIO DIO Giovanni (20,19-31) La
sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del
luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette
in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il
fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace
a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò
e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati,
saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. «Pace a voi!» (Gv 20,19). La prima parola del Risorto ai suoi è il dono della pace. Il cenacolo chiuso per la paura, prigioniero di un passato carico di morte, è sfondato dalla luce della novità di vita. La stessa pace augurata agli uomini dagli angeli in cielo nel giorno in cui il Verbo prese carne umana, nella carne crocifissa e risorta del Maestro di Galilea, è definitivamente consegnata ai suoi compagni per gridarla a ogni uomo, in tutto il mondo: «Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi» (Gv 20,21). Una pace che non ha niente del sapore antico di una quiete egoistica, di un apatico disimpegno, ma è consapevolezza che la vita trionfa sempre. Le tenebre del passato vanno combattute, la certezza che il Maestro di Galilea è tornato vittorioso dal sepolcro mette sulla bocca dei perduti di un tempo il grido definitivo ed esultante: «Il suo amore è per sempre» (Sal 117). La pace è consegna di nuovo coraggio, è costruzione nella vita risorta di nuove frontiere di convivenza umana, è speranza che finalmente la vita in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue manifestazioni, sia capace di dare senso alle parole, ai pensieri, alle azioni. Lo stesso suono delle parole è rinnovato e da quel giorno in poi ogni accento, ogni apostrofo segnerà la vittoria della luce sulle tenebre dell’ottimismo, su ogni mortale disfattismo. La risurrezione genera pace, la pace costruisce rapporti armoniosi, la nuova relazione tra gli uomini determina il prevalere della giustizia, della concordia, del perdono. Il Maestro di Galilea alita sui suoi compagni e attraverso loro su ogni uomo riscattato dalla colpa. Alita vita, lo Spirito creatore, rimando ad altro soffio che permise al fango di diventare uomo. La forza della vita muove la pace, vince la morte, ristruttura la storia costretta sotto le macerie del peccato. Una pace che non ha niente a che vedere con la fuga dalle proprie responsabilità, è forza dinamica per rimandare liberi i prigionieri, per fasciare ferite sanguinanti, per abbracciare solitudini mortali, per consegnarla alla sorpresa di chi la riceve come dono: «A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati» (Gv 20,23). Un coraggio che permette di venire allo scoperto, di voltare le spalle ai tentennamenti di prima e fare i conti con la propria esperienza, con quello che si è visto e che ti obbliga a raccontarlo. Lo stesso coraggio che muove la comunità delle origini, essa sa che dal momento in cui ha visto negli occhi il Risorto deve correre le vie della storia e testimoniare con la stessa vita la propria esperienza. È il coraggio che permetterà a Pietro di affrontare le folle che prima fuggiva, il coraggio che l’apostolo Giovanni ha in consegna dalla visione: «Non temere! Io sono il primo e l’ultimo, il vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap 1,17-18). Un nuovo parlare che stupisce e sorprende per la gioia che passa, che contagia chi assente alla visione più che negarla la desidera, la chiede per sé come è stata data a chi la racconta: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi..., io non credo» (Gv 20,25). Tommaso più che incredulo è cercatore di senso, pronto a buttarsi ai piedi del Maestro il giorno in cui la visione è suo patrimonio. La Pasqua è irruzione di vita, è pace definitiva, è coraggio ritrovato. Questa domenica è rimando a veste bianca, nuovo abito per chi dal Battesimo è rivestito di Cristo, condizione di chi sconvolto dall’annuncio della risurrezione, per sempre griderà con la vita «mio Signore, mio Dio» (Gv 20,28).
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