Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Emila Patruno


CARCERI
DON LUIGI MELESI, CAPPELLANO DI SAN VITTORE


UN PRETE IN GALERA

La vita di tanti uomini attraverso il racconto di uno solo, che li ha aiutati. Il sacerdote dei detenuti si racconta in un libro di Silvio Valota appena edito dalla San Paolo.

Intanto, vorremmo partire da una certezza, per chi ci legge: il libro scritto da Silvio Valota, Prete da galera (San Paolo, 281 pagine, 14 euro), incentrato sulla figura di don Luigi Melesi, cappellano a San Vittore da una vita, non è una biografia, un "monumento da vivo" o, peggio, un’agiografia.

Molto difficile, se non impossibile, trovare qualcuno che possa sostenerlo, tra quelli che conoscono la vita e le opere di don Luigi. Il "prete da galera" è lui, ma il libro è soprattutto il racconto delle storie di mille altri uomini. Perché la scelta di don Luigi – una vita piena di amore ma anche di concreti gesti di solidarietà e di fratellanza – è una vita che parla degli altri, solo degli altri, e che negli altri trova senso. Non sappiamo se sia stata la domanda della quarta di copertina ("Che cosa ci fa, un prete, in galera?"), quindi una lecita, sana "curiosità", ad aver dato il "la" a Silvio Valota oppure la casualità di un incontro, la scoperta del racconto e delle imprese di un uomo speciale (anche se lui, don Luigi, lo sappiamo, ha orrore di questa definizione) che possono convincere a scrivere un libro anche a chi non fa lo scrittore di mestiere (Valota, nella vita, si occupa di formazione aziendale).

Dice l’autore: «Ho conosciuto don Luigi quando mi è stato presentato da una comune amica, la signora Vanna Lebeau, che aveva da tempo in mente di nobilitare con un libro le vicende di questo sacerdote. Lei stessa s’è data molto da fare per i carcerati di San Vittore e quando ci siamo conosciuti, seduti insieme intorno al tavolo di un ristorante dal nome evocativo, ma forse stridente in questo caso, La dolce vita, abbiamo capito subito che l’immediata sintonia che sperimentavamo ci avrebbe spalancato visuali inconsuete».

Don Luigi Melesi è stato ordinato sacerdote l’11 febbraio 1960. È un salesiano. Ha vissuto la prima esperienza di contatto con il mondo del carcere con i ragazzi del riformatorio, a Torino, al Ferrante Aporti. Presso la Casa di rieducazione di Arese ha operato poi come insegnante e catechista, per sette anni.

Ascolto, consolazione, speranza

Nel 1967, insieme a don Ugo De Censi ha creato l’Operazione Mato Grosso, un movimento giovanile impegnato per il Terzo mondo sulla linea della Populorum progressio. Tornato ad Arese, come direttore della Casa di rieducazione, fonda la rivista Espressione giovani, dedicata al teatro e al cinema.

È quello il tempo in cui scrive testi teatrali: La parabola di Gesù in teatro, Gli atti degli apostoli in teatro e altri. Dal 1978 è cappellano presso il carcere di San Vittore. Ha conosciuto migliaia di persone, migliaia di storie. Ha consolato, ascoltato, lottato, sperato insieme a donne e uomini che spesso non sapevano neppure più che cosa fossero l’ascolto, la consolazione e la speranza. Ha combattuto, spesso e con vigore, contro l’ingiustizia che a volte si può trovare anche nei luoghi dove la giustizia si amministra.

«Nelle pagine del libro scorre una storia del carcere che è anche storia di un’Italia spesso disconosciuta, dai ladri ai brigatisti, dai suicidi di Mani pulite alle storie di Vallanzasca, dalle armi lasciate presso l’Arcivescovado di Milano al sacrificio di chi va in galera al posto di un amico», dice Silvio Valota. «Storie di uomini, uomini che hanno sbagliato, ma rimangono persone. Storie che potrebbero essere i racconti di uno scrittore fantasioso, ma ormai sappiamo che la realtà va molto spesso ben al di là della fantasia più sfrenata».

Sono tutte storie vere, continua l’autore del libro, «che parlano della vita e della morte, del dolore e delle speranze dei detenuti e di chi sta loro attorno, raccontano di sbarre d’acciaio e di anni col sole a scacchi. Esattamente come potrebbero narrare persone qualsiasi quali siamo noi, che viviamo fuori dalle porte con i catenacci e ci pensiamo liberi».

Con don Luigi Melesi, attraverso le pagine di Prete da galera, e la scrittura di Silvio Valota, è possibile farsi un’idea di quello che è il carcere oggi. E di com’era ieri. Le cose, purtroppo, non sono molto cambiate. È apprezzabile l’uso della parola "galera" del titolo, perché ancora di galera, dura, inflessibile, inumana ma soprattutto non utile allo scopo che si propone di raggiungere (la restituzione alla società di un individuo migliorato rispetto al momento in cui è finito dentro) si tratta.

Rimettersi in carreggiata

Galera, dunque. Luogo in cui le persone sono considerate solo "reati che camminano". Posto in cui riconvertirsi a una vita perbene è praticamente impossibile, perché manca lo spazio e "rimettersi in carreggiata" è un sogno. Per cambiare i paradigmi di vita di un balordo, per fargli capire che senza "l’altro" non esistiamo, che la sopraffazione non paga. Spazio per dimostrare, come dice don Luigi, che bisogna «vivere secondo gli insegnamenti della propria madre».

Nessuna madre al mondo darebbe mai al proprio figlio un’educazione per spingerlo verso il male. Argomento forte, anche per i non cristiani, leva giusta per condurre uno qualunque alla sincerità e alla coscienza del bene. Che forza, quel prete da galera.

Emila Patruno

torna all'indice