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Uno scrittore e un vescovo discutono dell’Italia. Si domandano: è vero che ha smarrito sé stessa? E poi: come può rimettersi a cercare la sua anima? Lo scrittore è Franco Scaglia, che ha pubblicato libri sulla Terra Santa e ha raccontato la storia di padre Matteo, il francescano investigatore tra il dramma di Israele e Palestina, ispirato a padre Michele Piccirillo, il più straordinario archeologo di Terra Santa. Il vescovo è monsignor Vincenzo Paglia di Terni, presidente della Federazione biblica cattolica, uomo appassionato di dialogo ecumenico, legato alla Comunità di Sant’Egidio, quelli che lavorano per la pace e per i poveri in tutto il mondo. Il libro si intitola In cerca dell’anima (Piemme, pagine 288, euro 19) ed è il risultato magnifico di un colloquio che invita a riflettere su dove stiamo andando. Scaglia sollecita. Paglia risponde. In questa intervista il vescovo riassume ogni questione.
«Perché fa fatica a trovare energia: è un Paese che si richiude su sé stesso, giorno dopo giorno».
«Infiacchisce l’anima nel profondo e offre il terreno alle derive violente. Insomma, scompaiono sia i sogni che le passioni».
«Ha una qualità di vita robusta, ma il virus del ripiegamento può insinuarsi anche tra i fedeli, che oggi sono tentati dall’individualismo. C’è bisogno di una Chiesa che con coraggio aiuti il Paese a ritrovare un’anima».
«I tempi sono straordinari e occorre una Chiesa straordinaria, "sale della Terra", tanto per citare il teologo Joseph Ratzinger. Ma con la consapevolezza che la Chiesa non è solo affare dei preti e che una nuova spinta propulsiva non viene affatto dai vescovi».
«Sembra forte, ma in realtà la sua debolezza è endemica. Accondiscende all’inerzia del Paese e continuare a spingersi uno con l’altro ai bordi del campo non fa bene a nessuno».
«L’immigrazione. Non se ne capisce la complessità e ogni semplificazione provoca danni. Da troppo tempo c’è chi somministra veleni, chiusure, disprezzo. E lo fa per far sparire dall’anima della gente, e quindi dal Paese, la cultura dell’accoglienza, che ha invece segnato in profondo l’Italia».
«Certo. Dovremmo educarci tutti insieme a trovare le ragioni, per esempio, di una cittadinanza europea. Io sogno il momento in cui avremo in tasca un passaporto europeo».
«In parte sì. L’affermarsi del cosiddetto "Terzo settore", cioè la possibilità di avere finanziamenti, cosa legittima, ha fiaccato l’amore gratuito, ha indebolito il volontariato. Ed è un atteggiamento che si sta registrando anche dentro il mondo cattolico».
«Il problema è che il potere politico usa lo Stato sociale per ridistribuire risorse a fini di consenso».
«No. Lo Stato sociale finisce per diventare troppo spesso uno strumento per proteggere gli interessi di alcuni, indipendentemente dal collegamento con la riduzione della povertà e con la redistribuzione della ricchezza. Rischia di diventare problema e non soluzione».
«E perché? L’elemosina oggi viene disprezzata, ma è l’unica azione che ci costringe davvero a fermarci e a guardare in faccia i poveri».
«Si prende ciò che piace, ci si costruisce un credo su misura. Assistiamo a un fumoso sentimento religioso, che alla fine risponde solo al proprio egocentrismo. Anche la stagione del dialogo sembra finita. È il tempo in cui ognuno cerca come difendersi meglio».
«Bisogna rispondere alla domanda sulle nostre comunità ricche di cose, ma infiacchite dentro, cullate troppo in preoccupazioni tutte interne. Dobbiamo imparare a gestire le nostre debolezze e i nostri limiti, senza stendere veli sulle debolezze e nascondere la polvere sotto il tappeto. Anche la comunità cristiana è attraversata da invidie, maldicenze e menzogne. Osservo che le Scritture sono piene di avvertimenti a questo riguardo».
«Il fatto di essere ormai condannati a lavorare di più non per essere felici, ma per comperare di più. C’è una cultura neomaterialista che fa del denaro non un fattore dell’economia, ma una sorta di fine dei fini. Un Paese meno smarrito ha bisogno di una vita diversa: più cultura e più spiritualità. Invece, siamo tutti spettatori impotenti o, peggio, complici di questa cultura e pensiamo che tutto si possa comprare».
«Certo, le emozioni più profonde vengono travolte dalla fretta di produrre e dal cinismo che ne segue. Il denaro è concepito come una salvezza, mentre in realtà è una schiavitù. Fermarsi e riflettere, mai».
«Io spero di sì. Potrebbe sembrare un paradosso, ma la sua drammaticità può, alla fine, essere positiva. Un salutare schiaffo educativo. Ma bisogna rendersene conto».
«Dovrebbero essere la nostra guida in una nuova società più sobria e meno smarrita. Ma li nascondiamo, anzi neppure si deve pensare che esistano. Abbiamo costruito un’apartheid tra ricchi e poveri, che attraversa le società a tutte le latitudini. Io domando: chi sono i cristiani se non gli amici dei poveri? Oggi la stragrande maggioranza degli italiani si dice cattolica, ma la bassa partecipazione deve farci riflettere».
«Non c’è mai stata un’età dell’oro per la Chiesa e lamentare che in passato i tempi erano migliori significa dimenticare la lezione di Gesù. La Chiesa deve agire attraverso l’amore con dolcezza e rispetto, esattamente come fa Benedetto XVI. L’amore gratuito è l’unica forza capace di ridare speranza al mondo di oggi. Se, invece, la Chiesa continua a guardare a orizzonti limitati, pur con grande dedizione, se continuiamo a occuparci sempre e solo delle nostre istituzioni, sarà difficile offrire di nuovo felicità al Paese, sarà difficile superare lo smarrimento e ritrovare l’anima». Alberto
Bobbio
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