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«Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto». È il passo più toccante e drammatico della lettera che Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, scrive alla moglie il 25 febbraio 1975. La porterà con sé ogni giorno, fino al momento in cui la moglie la troverà nella sua borsa, il 12 luglio 1979, dopo l’assassinio, sotto casa, da parte di un killer assoldato da Sindona. Una delle prime vittime di mafia a Milano. Lui, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, aveva capito che sarebbe finita così quattro anni prima: «Pagherò a molto caro prezzo l’incarico», aveva scritto poche righe prima.
Oggi, 31 anni più tardi, Umberto Ambrosoli, avvocato come il padre, il minore dei figli di Giorgio, è a sfilare insieme agli oltre 500 familiari di vittime di mafia presenti alla Giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera, insieme alle centinaia di migliaia di milanesi, ma anche di persone venute da tutta Italia, per essere accanto a chi ha pagato "a molto caro prezzo" l’essersi opposti alle mafie o l’averle combattute. Da quell’espressione, "qualunque cosa succeda", Umberto Ambrosoli ha tratto il titolo del suo libro, scritto per raccontare ai suoi figli – i nipoti di quel nonno Giorgio che non hanno mai conosciuto – quanto è stata importante la scelta di coerenza e di rispetto dei valori della legalità pagata con la vita: «Avevo 8 anni», racconta Umberto. «Allora non capivo, non potevo comprendere fino in fondo nemmeno il termine "assassinato". Ma oggi posso dire che ci ha lasciato molto. Ho capito col tempo che quelle scelte le ha fatte per noi, per affermare fino in fondo la sua e la nostra libertà, rispetto alle proprie idee ma anche rispetto alle pressioni, ai ricatti, alle responsabilità. Perciò la Giornata della memoria lancia il messaggio che la mafia non è il problema di alcuni, ma di tutti, non è il problema del Sud, ma anche di noi milanesi».Infatti, il tema della manifestazione milanese, che si svolge sabato 20 marzo, è "Legami di legalità, legami di responsabilità". Si svolge a Milano, quest’anno, dopo Reggio Calabria, Corleone, Roma, Bari, Napoli, e altre città. Perché? Lombardia, terra di mafia «Per diventare un po’ più consapevoli che il problema ce l’abbiamo in casa», spiega Lorenzo Frigerio, responsabile di Libera per la Lombardia. «La mafia, oggi, è un parassita vorace nella capitale economica del nostro Paese. L’attività svolta nelle scuole milanesi ci dimostra che i giovani se ne rendono conto molto bene. Speriamo che anche la reazione dei "grandi" sia altrettanto solidale e partecipe. Se la mafia a Milano è forte, è importante che lo sia anche l’antimafia civile». È forte, sì, la mafia in Lombardia. I numeri di Libera, ma anche della Direzione nazionale antimafia (Dna), parlano chiaro: tra il 2004 e il 2007 sono stati commessi 2.796 reati di criminalità organizzata. La regione è al quarto posto dopo Campania (4.663), Calabria e Puglia. E prima della Sicilia (2.411). I beni confiscati sono 655, le aziende 164. Quanto all’ecomafia, ossia ai reati ambientali, ne sono stati commessi 5.006 negli ultimi 5 anni, con 5.030 persone arrestate o denunciate. «Sono cifre inquietanti. Confermano che Milano è diventata la capitale della ’ndrangheta», dice il dottor Vincenzo Macrì, viceprocuratore aggiunto della Dna. «Quella delle mafie a Milano è la storia di un radicamento più che trentennale. Basti pensare alle centinaia di vittime lombarde della stagione dei sequestri. Quel "denaro fresco" la mafia l’ha usato per entrare potentemente nel mercato degli stupefacenti». Un mercato nel quale la ’ndrangheta in particolare ha soppiantato ogni altra organizzazione criminale, con una presenza tale che il capoluogo lombardo è diventato la "borsa" della cocaina: a Milano si fissa il prezzo per tutta Europa. «Siamo in una nuova fase: i boss hanno capito che i profitti enormi della droga vanno ripuliti e reinvestiti. Pertanto nelle indagini troviamo l’acquisto di ristoranti, discoteche, pompe di benzina, imprese. E investimento in edilizia. C’è il rischio che l’imprenditoria mafiosa sostituisca quella sana. L’altra cosa che hanno capito i mafiosi è che hanno bisogno di "rappresentanza politica" infiltrandosi nelle amministrazioni locali, perché sono quelle che danno gli appalti». Il "federalismo mafioso" Già nella relazione dell’Antimafia del 2008 – ricorda il magistrato – era stato lanciato l’allarme per un processo di riorganizzazione avviato dai boss lombardi della ’ndrangheta che vorrebbero l’autonomia dalla "casa madre": una sorta di "federalismo mafioso". «A Milano», conclude Nando Dalla Chiesa, «c’è una grande rimozione. Si pensa che tutto sommato la mafia è un problema degli altri. Invece è forte al punto che in Lombardia ha ormai il monopolio del ciclo del cemento. Ci auguriamo allora che nella Giornata della memoria Milano sappia riproporsi come capitale morale del Paese, mobilitandosi e stando accanto alle vittime». Merita ricordare quanto un giorno il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa disse al proprio giovane figlio Nando, poco prima di essere ucciso a Palermo, di cui era il prefetto, da un commando mafioso, il 3 settembre del 1982: «Nando, ci sono cose che non si fanno per coraggio; si fanno per poter continuare a guardare serenamente i propri figli e i figli dei propri figli». Luciano
Scalettari
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