Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Milano ordinò le stragi
di Falcone e Borsellino

 
Attualità.
di Luciano Scalettari


MAFIE
MILANO È IL CENTRO NEVRALGICO DELLA ‘NDRANGHETA


CAPITALE IMMORALE

Capitali freschi, riciclaggio, narcotraffico, monopolio del ciclo del cemento, persino la borsa dei prezzi degli stupefacenti. Tutto passa dalla metropoli lombarda.

«Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto». È il passo più toccante e drammatico della lettera che Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, scrive alla moglie il 25 febbraio 1975. La porterà con sé ogni giorno, fino al momento in cui la moglie la troverà nella sua borsa, il 12 luglio 1979, dopo l’assassinio, sotto casa, da parte di un killer assoldato da Sindona.

Una delle prime vittime di mafia a Milano. Lui, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, aveva capito che sarebbe finita così quattro anni prima: «Pagherò a molto caro prezzo l’incarico», aveva scritto poche righe prima.

Un'immagine dell'ultima Giornata contro le mafie, che si è svolta a Napoli.
Un’immagine dell’ultima Giornata contro le mafie,
che si è svolta a Napoli (Fotoagenzia Napoli).

Oggi, 31 anni più tardi, Umberto Ambrosoli, avvocato come il padre, il minore dei figli di Giorgio, è a sfilare insieme agli oltre 500 familiari di vittime di mafia presenti alla Giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera, insieme alle centinaia di migliaia di milanesi, ma anche di persone venute da tutta Italia, per essere accanto a chi ha pagato "a molto caro prezzo" l’essersi opposti alle mafie o l’averle combattute. Da quell’espressione, "qualunque cosa succeda", Umberto Ambrosoli ha tratto il titolo del suo libro, scritto per raccontare ai suoi figli – i nipoti di quel nonno Giorgio che non hanno mai conosciuto – quanto è stata importante la scelta di coerenza e di rispetto dei valori della legalità pagata con la vita: «Avevo 8 anni», racconta Umberto. «Allora non capivo, non potevo comprendere fino in fondo nemmeno il termine "assassinato". Ma oggi posso dire che ci ha lasciato molto. Ho capito col tempo che quelle scelte le ha fatte per noi, per affermare fino in fondo la sua e la nostra libertà, rispetto alle proprie idee ma anche rispetto alle pressioni, ai ricatti, alle responsabilità. Perciò la Giornata della memoria lancia il messaggio che la mafia non è il problema di alcuni, ma di tutti, non è il problema del Sud, ma anche di noi milanesi».

Infatti, il tema della manifestazione milanese, che si svolge sabato 20 marzo, è "Legami di legalità, legami di responsabilità". Si svolge a Milano, quest’anno, dopo Reggio Calabria, Corleone, Roma, Bari, Napoli, e altre città. Perché?

Lombardia, terra di mafia

«Per diventare un po’ più consapevoli che il problema ce l’abbiamo in casa», spiega Lorenzo Frigerio, responsabile di Libera per la Lombardia. «La mafia, oggi, è un parassita vorace nella capitale economica del nostro Paese. L’attività svolta nelle scuole milanesi ci dimostra che i giovani se ne rendono conto molto bene. Speriamo che anche la reazione dei "grandi" sia altrettanto solidale e partecipe. Se la mafia a Milano è forte, è importante che lo sia anche l’antimafia civile». È forte, sì, la mafia in Lombardia. I numeri di Libera, ma anche della Direzione nazionale antimafia (Dna), parlano chiaro: tra il 2004 e il 2007 sono stati commessi 2.796 reati di criminalità organizzata. La regione è al quarto posto dopo Campania (4.663), Calabria e Puglia. E prima della Sicilia (2.411). I beni confiscati sono 655, le aziende 164. Quanto all’ecomafia, ossia ai reati ambientali, ne sono stati commessi 5.006 negli ultimi 5 anni, con 5.030 persone arrestate o denunciate. 

«Sono cifre inquietanti. Confermano che Milano è diventata la capitale della ’ndrangheta», dice il dottor Vincenzo Macrì, viceprocuratore aggiunto della Dna. «Quella delle mafie a Milano è la storia di un radicamento più che trentennale. Basti pensare alle centinaia di vittime lombarde della stagione dei sequestri. Quel "denaro fresco" la mafia l’ha usato per entrare potentemente nel mercato degli stupefacenti». Un mercato nel quale la ’ndrangheta in particolare ha soppiantato ogni altra organizzazione criminale, con una presenza tale che il capoluogo lombardo è diventato la "borsa" della cocaina: a Milano si fissa il prezzo per tutta Europa. 

«Siamo in una nuova fase: i boss hanno capito che i profitti enormi della droga vanno ripuliti e reinvestiti. Pertanto nelle indagini troviamo l’acquisto di ristoranti, discoteche, pompe di benzina, imprese. E investimento in edilizia. C’è il rischio che l’imprenditoria mafiosa sostituisca quella sana. L’altra cosa che hanno capito i mafiosi è che hanno bisogno di "rappresentanza politica" infiltrandosi nelle amministrazioni locali, perché sono quelle che danno gli appalti».

Il "federalismo mafioso"

Già nella relazione dell’Antimafia del 2008 – ricorda il magistrato – era stato lanciato l’allarme per un processo di riorganizzazione avviato dai boss lombardi della ’ndrangheta che vorrebbero l’autonomia dalla "casa madre": una sorta di "federalismo mafioso".

«A Milano», conclude Nando Dalla Chiesa, «c’è una grande rimozione. Si pensa che tutto sommato la mafia è un problema degli altri. Invece è forte al punto che in Lombardia ha ormai il monopolio del ciclo del cemento. Ci auguriamo allora che nella Giornata della memoria Milano sappia riproporsi come capitale morale del Paese, mobilitandosi e stando accanto alle vittime».

Merita ricordare quanto un giorno il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa disse al proprio giovane figlio Nando, poco prima di essere ucciso a Palermo, di cui era il prefetto, da un commando mafioso, il 3 settembre del 1982: «Nando, ci sono cose che non si fanno per coraggio; si fanno per poter continuare a guardare serenamente i propri figli e i figli dei propri figli».

Luciano Scalettari
    
  
DON CIOTTI: RICORDIAMO QUEI MILANESI, EROI ANTIMAFIA

"Legami di legalità, legami di responsabilità": vuole legare il Nord al Sud, le leggi e la giustizia, la Giornata della memoria e dell’impegno, che quest’anno fa tappa a Milano. Meta di un percorso che si rinnova nel segno della passione e della concretezza, della parola al servizio della conoscenza e dei fatti che costruiscono cambiamento.

C’è il lavoro quotidiano sui beni confiscati, il grande investimento educativo e culturale, la scelta di testimonianza dei familiari delle vittime. C’è la voglia di trovare, nel ricordo di chi è morto per la giustizia, lo stimolo a fare la nostra parte, a rafforzare con la coerenza, la responsabilità e un’adesione autentica, le regole di una democrazia altrimenti fragile.

A chiedercelo sono proprio le vittime delle mafie. A Milano ricordiamo fra gli altri Giorgio Ambrosoli, il prefetto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, e i morti delle bombe mafiose di via Palestro: Carlo Lacatena, Stefano Picerno, Sergio Pasotto, Alessandro Ferrari e Driss Mussafir, immigrato marocchino venuto in Italia come tanti altri per trovare vita, non morte.

Vittime che ci affidano le loro speranze interrotte e ci insegnano che il grande impegno dei magistrati e delle forze di polizia non basta a contrastare le varie forme di criminalità, illegalità e corruzione: serve il contributo di ognuno di noi, tanto al Nord come al Sud.

In Lombardia, accanto alle opportunità di un’economia fra le più dinamiche del Paese, si accendono gli appetiti delle organizzazioni criminali e i rischi della loro infiltrazione. Per fortuna c’è chi non abbassa la guardia: tanti bravi e onesti amministratori, il mondo del volontariato, del sindacato e delle associazioni.

C’è una Chiesa davvero attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo vescovo, a legare testimonianza cristiana e responsabilità civile, a denunciare disuguaglianze e forme di sfruttamento, a respingere ogni idea di sicurezza che non sappia coniugare regole e accoglienza.

Andiamo in tanti, a Milano, a dare man forte a questa società responsabile. Nella convinzione che fare memoria sia un impegno, un dovere di fronte a quanti sono stati uccisi per mano delle mafie, un impegno verso i familiari delle vittime, verso la società tutta ma, prima ancora, verso le nostre coscienze di cittadini, di laici e di cristiani, di uomini e donne che vivono il proprio tempo senza rassegnazione.

Luigi Ciotti


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