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«Era ora», ha detto Barbra Streisand sul palco degli Oscar un attimo prima di annunciare il vincitore del premio per la regia. Era ora perché il vincitore era una vincitrice, mai successo nelle ottantuno edizioni precedenti: Kathryn Bigelow per il suo The Hurt Locker ,miglior film e miglior regia, più altri quattro premi di contorno. L’altra singolarità è che la regista ha raccontato una storia di guerra ed era, finora, inedito il punto di vista femminile su una esperienza da millenni tutta maschile. Mai una donna aveva posato lo sguardo fin dentro il rischio, il dolore, la paura, la solitudine di chi combatte in prima linea. La sua conclusione è che la guerra diventa, infine, una dipendenza, un’assuefazione tossica: «Volevo mostrare che la guerra è una droga», aveva detto Kathryn Bigelow presentando due anni fa il suo film alla Mostra di Venezia.
Il titolo è traducibile con "L’armadietto del dolore", che nel gergo dei soldati americani indica la cassetta del pronto soccorso per i feriti, ma anche quella in cui si mettono gli oggetti personali di un caduto per mandarli ai familiari, come si vede nella prima scena. Il film segue un gruppetto di sminatori, ingaggiati in Irak, nel loro girovagare in cerca di bombe da disinnescare, tra le macerie di Baghdad e la polvere del deserto, tra attentati e imboscate. Chiusi dentro scafandri antiesplosione che li fanno assomigliare ad astronauti, devono scovare gli ordigni, rozzi oppure sofisticati ma sempre micidiali, nascosti dai terroristi. Il gruppetto è al comando di due sergenti, uno prudente, l’altro spericolato, in uno scenario ansioso dove ogni telefonino può essere un detonatore e ogni ombra dietro una finestra un nemico in agguato. Per trovare gli esplosivi, gli artificieri si servono di piccoli robot. Ma l’ultimo atto del disarmo tocca all’uomo, che deve frugare dentro una matassa di fili rischiando ogni volta di saltare in aria. La differenza tra la vita e la morte sta nella pinza che tronca il filo giusto o sbagliato. La maggior parte dei film di guerra sono contro la guerra. Questo film non esprime un giudizio sull’occupazione americana in Irak: necessaria, come sosteneva George W. Bush che l’ha ordinata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre; oppure un errore, come sostiene Barack Obama che, entro la fine di agosto, farà tornare a casa 50 mila soldati. La condanna di Kathryn Bigelow è affidata alla crudezza a volte insopportabile delle scene. Come quella dell’uomo imbottito di esplosivo che grida di essere un padre di famiglia e non un kamikaze; ma il sergente non fa in tempo a salvarlo e si mette al riparo dall’esplosione gridandogli «scusa, scusa». «Ho voluto raccontare l’inutilità di questa guerra come di tutte le guerre», ha detto la regista. E ha dedicato i suoi Oscar «agli uomini e alle donne in divisa che non solo in Irak e in Afghanistan, ma anche nelle emergenze come i vigili del fuoco, salvano vite umane». Bisogna aspettare la fine del film perché il giudizio morale diventi esplicito. Il sergente artificiere è tornato a casa, l’amore per la moglie e il figlioletto non gli basta più; si sente estraniato nell’esistenza ordinaria dopo quella maledettamente straordinaria vissuta all’ombra della morte e decide di ritornare laggiù, nell’inferno. Ormai è schiavo del rischio, prigioniero dell’armadietto del dolore, intossicato da una droga chiamata guerra. Franca
Zambonini
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