Nonni o educatrici,
soprattutto di fiducia
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di
Renata Maderna
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ASILI
NIDO: IN ITALIA SONO TROPPO POCHI. E TROPPO CARI
QUESTO
BIMBO
A CHI LO DO
Alcuni
genitori preferiscono affidare i figli piccoli ai nonni, ma non sempre è
possibile. Se poi la mamma lavora, la scelta è inevitabile. Anche se si
scontra con una realtà inadeguata.
| Nei
corsi di preparazione al parto ti parlano della nascita e del distacco
che proverai da quel bimbo che faceva parte di te e poi è lì fuori,
"maneggiato" da altri, e che è per sempre un’altra persona.
Ma ben altra preparazione occorrerebbe a un diverso distacco, con
tutta un’altra scadenza rispetto ai precisi nove mesi della gravidanza
e tuttavia, anche se rimandato, inevitabile: il momento in cui l’abbraccio
continuo con il neonato si dovrà sciogliere nel gesto, il più
bisognoso di fiducia estrema, di "passarlo", per un’ora, un
giorno o anche più, a un’altra persona. Un gesto scontato e naturale
per chi non l’ha provato e che da sempre affligge prima o poi ogni
mamma e, anche e sempre più, molti papà. Nido, nonni, baby sitter? La
prima soluzione, sentenziano i dati più recenti, in Italia non può
essere sempre messa in conto. Le altre, come raccontano le testimonianze
che presentiamo in queste pagine, hanno pro e contro e dovrebbero
includere anche la possibilità che la mamma possa rimanere a casa per
un lungo periodo. Ma questo sarebbe possibile soltanto se anche in Italia ci fossero
politiche familiari che rendono possibile la scelta. Allora le mamme e i
papà sarebbero liberi di realizzare per il figlio un progetto di vita
più ampio, che tenga conto di caratteristiche, tempi ed esigenze di
quel particolare bambino in quella particolare famiglia.
R.M.
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È lontano il tempo in cui i nidi non servivano perché le mamme si
curavano in prima persona dei figli, oppure qualcuno nella grande famiglia d’origine
lo faceva per loro. Le più benestanti avevano in casa una "tata"
e persino la scuola materna non veniva considerata una tappa scontata. L’idea
di un "parcheggio" in cui lasciare un piccolo sotto i 3 anni
faceva rabbrividire, con tanto di compassione per «quei poveri bimbi
di mamme povere».
Ben diversa è la situazione oggi, con la maggior parte delle mamme che
lavora fuori casa. Tante abbracciano l’iscrizione al nido anche come
percorso di crescita e di socializzazione di quello che spesso è un bambino
senza fratelli. Nonostante questo profondo cambiamento, tuttavia, alcuni
genitori rimangono contrari all’uscita di casa prima del tempo della
scuola materna, il che talvolta viene sfruttato dai politici come una scusa
per sostenere che i fondi spesi
per i nidi siano sufficienti. La realtà della carenza di posti disponibili,
al contrario, oltre a essere ben nota ai diretti interessati è ribadita
ciclicamente dalle ricerche, come la recente realizzata da Cittadinanzattiva.

L’Italia risulta al di sotto degli obiettivi minimi fissati per l’Europa
dall’Agenda di Lisbona che chiedeva di fornire servizi per l’infanzia
per coprire, entro il 2010, il 33 per cento dei bambini sotto i 3 anni.
Mentre Danimarca, Svezia e Irlanda hanno il più alto tasso di diffusione
dei servizi (con una copertura del 40 per cento), seguite da Finlandia,
Paesi Bassi e Francia (con il 30), in Germania si scende al 10 e in Italia
al 6. Se poi ai nidi si sommano le offerte degli spazi-gioco, delle scuole
materne per bambini minori di 3 anni e di altre proposte dei Comuni, secondo
l’Istituto degli Innocenti di Firenze (incaricato del monitoraggio sui
nidi), in Italia trovano un posto 23 bimbi su 100.
Interventi dagli effetti duraturi
Oltre a queste difficoltà, tuttavia, si deve pagare un costo medio
mensile di 300 euro. L’analisi dell’Osservatorio prezzi e tariffe di
Cittadinanzattiva segnala che ben 34 città hanno aumentato le rette e in 7
capoluoghi gli incrementi superano il 10 per cento. È stato valutato che in
una coppia di genitori con figlio con un reddito lordo annuo di 44.200 euro
la spesa per la retta del nido incide per il 10 per cento del totale.
Ma dovrebbero indurre a riflettere ancor più le correlazioni tra la
presenza di nidi e il tasso di occupazione femminile (in Italia il 47,2 per
cento, media europea 59,1) e tra la diffusione dei nidi e il numero medio di
figli per donna (in Alto Adige 1,53 con il 100 per 100 dei Comuni con nido,
a fronte del Molise con 1,14 figli con il 2,9 per cento dei Comuni con
nido). Tanto per ricordarsi che questi temi non sono solo "questioni da
mamme", come ha detto il premio Nobel per l’economia James Heckman,
spiegando che «gli interventi di qualità per la prima infanzia hanno
effetti duraturi perché le loro ricadute sul benessere della collettività
sono dimostrate».
Renata
Maderna
| Se
avessi un terzo bambino vorrei mandarlo nel nido dei primi due. Le
educatrici erano speciali, per preparazione e attenzioni nei confronti
dei bambini, ma anche di noi mamme, titubanti e timorose soprattutto all’inizio.
Ora che sono alle elementari, ci ritroviamo a sfogliare l’album con le
foto che raccontano quando hanno schiacciato l’uva e camminato sui
semi, costruito la navicella spaziale di bottiglie e lavorato sul
rispetto degli altri. Non so, però, se me lo potrei permettere ancora e
qualche volta penso anche a quanto avremmo potuto risparmiare.
Anna, 39 anni
Sono rientrata al lavoro quando Matteo aveva 7 mesi. Una carissima
amica, Carla, rimasta vedova da poco, si è offerta di aiutarmi poiché
né io né mio marito abbiamo i genitori (lui è orfano di entrambi e io
ho solo il papà che vive lontano). Lo ha tenuto tutto il giorno fino
all’anno d’età. Poi abbiamo deciso di mandarlo al nido sino all’ora
di pranzo. Carla andava a prenderlo a mezzogiorno e aspettava che
rientrassi. Matteo le è affezionatissimo. La chiama zia-tata. Per me è
stata un’ottima soluzione: dicevo sempre che mi fidavo più di lei che
di me stessa.
Cristina, 38 anni
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