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Belle
voci, polemiche, |
Quanto alla gara canora vera e propria, magari non era il caso di allungare il brodo, aggiungendo due canzoni in più tra quelle degli "artisti" (il nome l’ha inventato Bonolis l’anno scorso) e quelle dei giovani, che chissà chi ha ribattezzato "nuove generazioni", e che provengono come affluenti dai grandi fiumi di X Factor e Amici, e da quel Sanremo Lab che ha cambiato nome e s’è dato una regolata regalando voci importanti come Arisa e Simona Molinari. Dunque, ce n’è per tutti i gusti, il che non significa che, per coprire tutti i target, non si finisca per scontentarli tutti. Se ne valesse davvero la pena ve ne accorgerete seguendo il Festival. Ma il peggio va registrato nella smania di "nutrire" i media di sensazionalismo: così chi aveva potere decisionale ha inserito canzoni e cantanti (Povia ed Emanuele Filiberto) che, si sapeva, avrebbero suscitato molte polemiche.
La più fasulla, quella sulle canzoni in dialetto: bastava che qualcuno dello staff organizzativo facesse un minimo di ricerche e si sarebbe reso conto che al Festival le canzoni in dialetto ci sono state da sempre: tra le 1.725 che in questi 59 anni hanno partecipato a Sanremo, ben 15 erano in napoletano (Peppino Di Capri, Roberto Murolo, Renato Carosone, Nino D’Angelo eccetera), una in sardo (scritta da De André), una in veneziano (dei Pitura Freska) e persino, già nel 1972, una in triestino. Quegli ospiti quasi gratis Come accade ormai da anni, le canzoni in gara saranno "complementari", perché sarà lo show a riempire le cinque serate risolutamente volute dalla Rai che, trovandosi in un momento di crisi, sta risparmiando e ospita, quasi gratis, personaggi che hanno qualcosa da promuovere. Ci sarà Paolo Bonolis, prima di tornare in video su Canale 5 con l’ennesimo Ciao Darwin; ci sarà Christian De Sica, che deve rifarsi la faccia dopo troppi film panettone, lanciare il suo nuovo disco nel quale tenta di far rivivere Sinatra (ci aveva provato proprio a Sanremo nel 1973) e quindi promuovere il film di Pupi Avati, Il figlio più piccolo, nel quale ha, finalmente, un ruolo da cattivo. E, ancora, ci saranno Lorella Cuccarini, che deve lanciare Il pianeta proibito, il suo nuovo ammiccante musical, il fantasista della Sampdoria Antonio Cassano, la regina Rania di Giordania, la banda dei Carabinieri, un Can-Can del Moulin Rouge di Parigi, che compie 120 anni, e Raoul Bova. Chiuderà Maurizio Costanzo, ormai tornato in servizio permanente effettivo alla Rai e quindi avido di visibilità. Altri ospiti si affastelleranno in una serata "mito" nella quale si rievocheranno i primi sessant’anni del Festival, e in una di duetti con la partecipazione di interpreti illustri che di gareggiare al Festival proprio non ci pensano, ma o hanno un disco in promozione (la straordinaria Elisa) o si accontentano dell’ingaggio che si aggira sui 50 mila euro. I cantanti in gara, invece, ne ricevono 45 mila o 17 mila, a seconda delle categorie in cui si esibiscono, ma devono pagarsi tutte le spese e spesso quel cachet non basta. Una missione impossibile Alla Clerici, Paolo Bonolis lascia l’eredità di un Auditel medio di 12 milioni e 309 mila spettatori e uno share del 54,24 per cento, una missione apparentemente impossibile se si pensa che nemmeno Bonolis è riuscito a battere sé stesso quando, nell’edizione del 2000, aveva raccolto circa un milione di telespettatori in più e alzato lo share al 55,80 per cento. Coraggio Antonella, cerca di essere una padrona di casa serena e, soprattutto, non dare retta a nessuno. Un solo augurio: che le tre canzoni vincitrici non siano da dimenticare come quelle di un anno fa. Anche stavolta il regolamento non dà molto affidamento: vota il pubblico in sala, vota l’orchestra, ma poi c’è il televoto, in apparenza con minor peso, ma probabilmente ancora appaltato ai call center da chi vuol spendere per vincere o piazzarsi. Come l’anno scorso, dunque, il tarocco è in agguato. Gigi Vesigna
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