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Kabul A Kabul le contraddizioni non devi cercarle: ti si parano davanti con tutta la loro sfrontatezza. Succede quando vedi una donna coperta con un burqa che maschera ogni particolare, la spersonalizza e la uniforma ai colori della città. Sotto, però, si intravedono delle scarpe elegantissime, tacco alto e camminata regale. Succede anche che il burqa non sia sempre strumento di oppressione, ma che al contrario possa rappresentare una protezione. Molte donne lo tengono nella borsetta e se la situazione si mette male o se devono attraversare quartieri pericolosi lo indossano per passare inosservate. Essere donna a Kabul significa convivere con una società che non riconosce diritti, ma che per contrasto impedisce qualsiasi controllo fisico su una donna che indossi un velo. Check-point o aeroporto non c’è differenza, la donna passa e nessuno controlla. Motivo per cui se è un uomo a indossare un velo per mascherarsi da donna, magari con intenti terroristici, viene ucciso sul posto. Nessun processo, nessun tribunale. A Kabul ci si può imbattere in qualsiasi tipo di bazar, mercatino o bancarella dove vendere burqa è una normalità, come da noi vendere canottiere. L’abito tradizionale solitamente blu può anche assumere colori diversi, o diventare un arredo per la casa, come il miniburqa copribottiglie, per apparecchiare la tavola con eleganza. Contraddizioni e contrasti, libertà presunte e costrizioni reali che viaggiano a braccetto per la città, inconsapevoli le une delle altre. Eppure anche a Kabul esistono posti in cui la vita sembra aver ripreso un corso a noi più comprensibile. Il bene e il male, la libertà e la speranza hanno trovato modo di mettere radici e persone disposte ad annaffiare il germoglio nascente. Nel centro di Kabul c’è un luogo singolare, si chiama il "Giardino delle donne". Dall’esterno niente di speciale: il solito cancello con le solite guardie armate a controllare chi va e chi viene. Ma una volta varcata la soglia si capisce perché quel luogo sia tanto speciale. Dentro non ci sono armi, nessun filo spinato, niente che ricordi ciò che fuori è la norma. Ci si dimentica di stare in una città devastata dalla guerra e si comincia a passeggiare in un giardino vero. L’ingresso è consentito solo alle donne e ai bambini. Gli uomini qui, per una volta, non comandano. Burqa, velo, chador o hijab qui non significano nulla. Diventano un ornamento come un altro, ritornano a essere dei pezzi di stoffa colorata. Le donne sono libere di sostare, passeggiare, chiacchierare. Il "Giardino delle donne" è uno spazio aperto, ma anche il primo e unico luogo in città dove si fanno veri e propri esperimenti di libertà. Cinquanta donne sono state scelte, dopo aver ottenuto il permesso delle famiglie, per lavorare nelle manifatture interne. Cambiare la mentalità della gente Un edificio basso contiene una piccola officina di assemblaggio di lampade, un laboratorio di riparazione di telefoni cellulari e uno per la lavorazione delle pietre da ornamento. La conquista più grande, però, non è rappresentata dal lavoro dignitoso che svolgono. Nemmeno dallo stipendio che possono, in una minima parte, tenere per sé dopo averlo condiviso con la famiglia. Il vero successo è stato ottenuto quando ci si è resi conto che questa iniziativa stava cambiando la mentalità della gente. A un certo punto ci si è accorti che i mariti iniziavano e non temere il nuovo status delle loro compagne, persino a concedere loro di spendere i soldi che si erano guadagnate. Poi a cambiare atteggiamento sono state intere famiglie, cellule di società che poco alla volta, giorno dopo giorno, sono riuscite a condividere un progetto al di là delle tradizioni, delle religioni, dell’opinione di chi non era d’accordo. Una giovane donna intenta a intagliare bellissime pietre blu spiega di essere arrivata lì quasi per caso, sfiduciata e corrosa dalle difficoltà che comporta vivere a Kabul. Poi i contrasti con la famiglia, le liti e la voglia di iniziare una nuova vita. Ora, dice orgogliosa: «Sono in grado di lavorare queste pietre preziose e vado fiera del mio lavoro. Non avrei mai pensato di poter arrivare a tanto, e di poter persino tenere per me parte dei soldi che guadagno». Atteggiamento fiero e dignitoso Qui la naturalezza e la spontaneità sono la norma, niente a che vedere con quanto accade poco fuori, di là dal muro. Nel piccolo bar del "Giardino" le donne prendono il tè con le amiche, ridono, scambiano opinioni sulla giornata e sul lavoro. Il burqa è là, sulle sedie, o sollevato dietro la testa. Gli sguardi non sono puntati in basso come fuori, l’atteggiamento non è remissivo e sottomesso, ma fiero e dignitoso. Il "Giardino delle donne" è un vero fiore nel fango di Kabul, una città senz’alberi, misera e distrutta dalla guerra. Ma ora la speranza ha messo radici, la libertà ha trovato modo di incunearsi tra le lamelle del filo spinato. Ora deve solo allargare la propria influenza. Kabul è un luogo magico dove la buona volontà e la costanza non restano termini astratti. Possono diventare mattoni, classi, lavagne e gessetti. È il caso del Pbk, acronimo per la scuola Pro Bambini di Kabul, un centro diurno per bambini con ritardo fisico e mentale. Il progetto nasce nel Natale del 2001 quando Giovanni Paolo II lanciò un grido: i bambini sono il futuro del mondo, salviamo i bambini di Kabul. Da allora diverse congregazioni religiose hanno fatto confluire i loro sforzi per buttare un salvagente nel mare di naufraghi della capitale afghana. Oggi quattro suore e diverse insegnanti tengono vivo il centro e aiutano una trentina di bambini con difficoltà a ottenere quel minimo di conoscenza che consenta loro di poter frequentare la scuola statale. I bambini vengono accompagnati alla mattina dalle famiglie, imparano l’alfabeto, mangiano insieme e giocano. Possono essere bambini, possono dimenticare quello che c’è oltre il muro della scuola. Suor Michela gestisce il centro con altre tre religiose di diverse congregazioni. «Prendiamo tutto noi, facciamo la spesa e cuciniamo», ci racconta. «I soldati prima volevano vedere i permessi ogni giorno; ormai però la gente ha imparato a conoscerci», aggiunge la religiosa, «e si fidano di noi». Di nuovo, il cambio più importante non è avvenuto con i mattoni, con i fucili o con il denaro. Il punto di svolta è stata la fiducia, la costanza. Rapporti basati sulla fiducia «La mentalità delle famiglie è cambiata», prosegue suor Michela; «prima alcune non riconoscevano i loro bambini disabili come tali, e quelli con difficoltà erano destinati a peggiorare la loro situazione. A volte non venivano a prenderli a scuola, erano trascurati oltre ogni misura. Oggi può succedere che sia il fratello grande che viene a prendere la sorellina, o la famiglia insieme». La costanza di queste quattro suore ha influito più che mille discorsi. Il fatto che l’intero Paese sia gestito secondo i dettami della religione musulmana è un dettaglio che ormai la gente non considera nel caso del Pbk: le suore hanno fatto breccia nei cuori, nell’animo di chi basa i propri rapporti sulla fiducia tra le persone. I bambini al Pbk sono contenti, adesso sono bambini veri in una città di piccoli uomini e donne costretti a diventare grandi troppo in fretta. Stefano
Fumagalli
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