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Accadde trent’anni fa e bisogna ricordare. Martedì 12 febbraio 1980, Università La Sapienza di Roma, il professor Vittorio Bachelet esce dall’aula dopo la lezione e si avvia sugli scalini con la sua assistente Rosy Bindi. Una giovane donna lo spinge, gli punta la pistola, partono tre colpi. È a terra quando un altro giovane gli spara alla nuca. Aveva 54 anni. Lasciava la moglie Maria Teresa, detta Miesi, e i due figli Maria Grazia e Giovanni. Era stato per un decennio presidente dell’Azione cattolica e l’aveva rinnovata alla luce del concilio Vaticano II. Al mondo cattolico aveva insegnato l’esercizio della laicità, l’obbedienza in piedi. Eletto vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, puntava a "catechizzare con la Costituzione", facendola entrare nelle coscienze dei cittadini e nella vita vera. Insegnava Diritto pubblico dell’economia alla facoltà di Scienze politiche, stimatissimo come studioso e come maestro. Per tutto questo era entrato nel mirino delle Brigate rosse. L’aveva messo in conto, ma restava sereno. Agli amici che lo rimproveravano di aver rifiutato la scorta, rispondeva: «Meglio morire in uno che in cinque». Bisogna ricordare anche quel che accadde due giorni dopo, ai funerali. Nella chiesa di San Roberto Bellarmino, stipata delle più alte autorità dello Stato e di gente comune, un ragazzo sale all’altare per la preghiera dei fedeli. È Giovanni, il figlio di 24 anni, che conclude così la sua invocazione: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Le parole di Giovanni, trasmesse in diretta Tv, scossero un’Italia che sembrava rassegnata al sangue sparso in quella stagione atroce degli "anni di piombo". Il figlio ripeteva l’insegnamento del padre, che era stato un uomo mite, sorridente, amico di tutti, servitore della legalità, della giustizia, della solidarietà; un cattolico che non predicava le virtù, ma le praticava. Il cardinale Carlo Maria Martini ha definito la morte di Bachelet un "martirio laico", perché egli aveva impostato la sua esistenza, la professione e gli incarichi pubblici «nello spirito delle beatitudini evangeliche». Non si può dire in una pagina ciò che Vittorio Bachelet ha insegnato nella stagione dei grandi cambiamenti e ciò che continua a insegnare in questi nostri tempi confusi e disillusi. Suggerisco il libro di Angelo Bertani e Luca Diliberto Vittorio Bachelet. Un uomo uscì a seminare, pubblicato dall’Editrice Ave nel ’94 e poi nel 2008. Angelo Bertani è stato vicino a Bachelet dagli anni in cui curava l’ufficio stampa dell’Azione cattolica fino agli ultimi giorni. Perciò la sua testimonianza e i suoi ricordi sono importanti. Il sottotitolo del libro rimanda alla parabola del seminatore, che a Vittorio bambino era stata raccontata dalla madre. Così ne aveva scritto, nel 1971: «La spiegazione della mamma mi piacque moltissimo: il seme è la parola di Dio; c’è chi non la intende e viene dispersa; chi non le consente di mettere radici, e si dissecca; chi l’accoglie, ma poi la lascia soffocare dalle preoccupazioni, dal denaro, da altre passioni; e infine chi la custodisce e la fa fruttificare». A trent’anni dalla morte, il seme custodito da Vittorio Bachelet continua a dare frutti. Franca
Zambonini
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