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Alessandro
Pittin |
Il filo di Arianna Follis è un interminabile nastro di neve, quello di Arianna Fontana una breve vorticosa spirale di ghiaccio. Che si tratti di sciare o di pattinare la gara è una linea ideale da seguire, un filo annodato in cerchio in cui ci si può perdere, colpa di quel labirinto psicologico che sono i Giochi olimpici: una gara sola per dare senso a quattro anni di lavoro. Sul filo dello sci di fondo si misura la resistenza, anche psicologica: nei chilometri infiniti c’è tempo di avvitarsi con la mente. Sul filo dello short track, invece, prevale l’adrenalina: sulla pista corta (questo significa short track letteralmente), si pattina velocissimi, il ghiaccio è affollato, soprattutto in staffetta, facilissimo urtarsi e cadere. Arianna Follis ha 32 anni, è sposata con Alessandro, Ale, il suo skimam: questione di feeling sulla neve e fuori. «Fra chi scia e chi prepara gli sci ci vuole una corrispondenza continua di sensazioni. La comunicazione è fondamentale, ma il meglio si dà quando le sensazioni che si percepiscono sono simili. E poi aiuta stare bene insieme, visto che si devono condividere tante ore di neve. Ale è bravo a smontare la mia tensione, mi sento spesso non all’altezza delle situazioni e lui sa come togliermi il peso della pressione». Tra sciare e lasciare Prima di Torino 2006 Arianna Follis voleva appendere gli sci al chiodo, tornare in cucina a impastare la sua fantastica pizza: «Stavo sempre sulla soglia del 30 posto, mi sembrava che non sarei cresciuta più». E invece poi è sbocciata come una stella alpina: il titolo mondiale l’anno scorso, la terza piazza al Tour de ski quest’anno. «Ale e il mio allenatore mi hanno convinta a continuare. L’esperienza qualcosa insegna, l’Olimpiade però è gara a sé, peccato solo che la mia distanza preferita, la 10 km skating, sia la prima in programma, avrei preferito avere il tempo di scaldare i motori». Un risultato soddisfacente? «Dal quinto posto, ma il podio sarebbe super, perché ai Giochi restano solo le medaglie». Arianna Fontana, invece, non ha neanche avuto il tempo di capire di essere diventata grande. A quattro anni ha messo i pattini per gioco, prima rotelle e poi ghiaccio, stava ancora quasi giocando quando a 14 ha vinto la gara di selezione per la Nazionale maggiore. A 15, in una notte magica torinese, con la faccia di chi non ci credeva, si è messa al collo il bronzo olimpico in staffetta: «Non ho capito subito che cosa avevo fatto, ho avuto bisogno di tornare a casa, a Polaggia di Berbenno, per raccogliere l’abbraccio della famiglia e rendermi conto. A Vancouver arriverò con un’altra esperienza, anche se nello short track la delusione è in agguato: al momento fa male perdere, come ho fatto, l’oro europeo per tre punti. Mi consola sapere che l’appuntamento più importante deve ancora venire». Sognare una medaglia è legittimo, forse necessario: «La sognano tutti gli atleti che vanno ai Giochi». Ma Arianna sa che sulla pista corta lei e Nicola Rodigari hanno titolo a sperare. E poi? «Soci 2014. E dopo, smettere di girare in tondo e guardare avanti. Sposarsi, diventare mamma, insomma: la vita». Accanto al fidanzato Roberto Serra, pattinatore anche lui, cullando anche l’idea di una vacanza in un simbolico altrove: «Bora Bora, in Polinesia». Difficile immaginare qualcosa di più lontano dal ghiaccio.
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