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n. 10 OTTOBRE 2003 EDITORIALE SERVIZI
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MASS MEDIA
& FAMIGLIA - NEI MEDIA RESISTE LA MARGINALITÀ E L’ESCLUSIONE
La televisione del dolore di
Enrico Lombardi Fino al 1981 era difficile trattare l’argomento "handicap". Da allora molte cose sono cambiate. Non è più un tabù parlarne, anche se il problema non è il "quanto" ma il "come". Sul piccolo schermo il vero rischio è dare la caccia al "caso umano". «La tendenza a mettere in cornice il programma sull’handicap, a mettere l’handicap nella rubrica, come accade per i giornali, è un modo per fare emarginazione, di mettere nell’angolo i problemi, di trattarli a parte. Invece i problemi dell’handicap sono problemi di tutti e dovrebbero essere collocati in un ambito generale. Se non dai un’emozione alle persone la notizia non la captano, passa via. Certo non deve essere per forza un’emozione che provochi pietà o paura, basta che provochi solidarietà» (cfr. N. Rabbi, HP, n. 5, 1991). Queste le parole di Enzo Aprea, giornalista disabile, rilasciate all’indomani del suo licenziamento dalla Rai, avvenuto nel 1987. Sono trascorsi 16 anni da allora, il nostro Paese, ma anche parte del resto del mondo, ha subito numerosi e totali cambiamenti politici, sociali e tecnologici. Ciò che invece sembra non aver trovato piena realizzazione è proprio l’auspicio che possiamo leggere "tra le righe" delle parole di Aprea: che l’incontro con persone con disabilità divenga un incontro con persone normali. Eppure, oggi nessuno si sognerebbe di negare alle persone disabili il diritto a vivere una vita integrata e a godere delle possibilità di tutti. La normativa italiana, nel settore della disabilità, è unanimemente riconosciuta come una tra le più avanzate e innovative nell’intero panorama internazionale, eppure essa è in larga parte disattesa. Per avere conferma di questo basta dare un’occhiata all’ambiente che ci circonda. Noteremo allora che le barriere architettoniche, bandite dal nostro ordinamento giuridico almeno dal 1978, sono ancora ben presenti, a ricordarci la scarsa attenzione generale per i problemi delle persone con disabilità. Si tratta soltanto di un esempio, il più eclatante, quello maggiormente comprensibile da tutti. A questo ne potremmo aggiungere molti altri. Si potrebbe sostenere che sia soprattutto un problema di soldi ma è stato dimostrato che costruire senza barriere architettoniche, oltre a essere più civile e a rendere le strutture più sicure, non va a incidere più di tanto sui costi. Un problema socio-culturale Il problema quindi, non è soltanto economico, ma anche, e forse soprattutto, socio-culturale. Nel corso dei secoli la figura sociale del disabile ha assunto contorni sempre più specifici passando da una indiscriminata condizione di povertà a una connotazione di malattia. Ciò che invece sembra essere rimasta invariata è la collocazione nelle categorie della marginalità e dell’esclusione. Questo lo sfondo che occorre tener presente anche quando si parla di disabilità e mezzi di comunicazione di massa. Si tratta indubbiamente di un rapporto difficile, complicato, che ha attraversato almeno tre fasi. La prima che arriva fino agli anni Ottanta è una fase di sostanziale disinteresse. Certi argomenti non si potevano trattare. Semplicemente non esistevano. La seconda fase ha inizio nel 1981, anno dedicato dalle Nazioni Unite alle persone portatrici di handicap. Per la prima volta si affrontò con termini adeguati il problema. Fu un periodo caratterizzato da un clima di euforia dove argomenti e termini come barriere architettoniche, integrazione scolastica, integrazione lavorativa, ottennero visibilità arrivando anche a iniziative di grande spessore e valore civile. Non a caso proprio in quel periodo furono promulgate le principali leggi che regolamentano il settore. Il meccanismo di comunicazione fu per certi versi analogo a quello sviluppatosi, anni prima, per il femminismo. Sfumata questa fase, più o meno all’inizio degli anni ’90, ne è subentrata un’altra determinata dalla crescita dell’importanza della televisione nei sistemi di comunicazione, dal passaggio del dominio della carta stampata a quello dell’informazione televisiva amplificata dal fenomeno della concorrenza fra emittenza pubblica e privata. Protagonismo e narcisismo La spettacolarizzazione dell’informazione come presupposto della comunicazione, ha comportato che anche il tema della disabilità, e più in generale della marginalità sociale, rientrasse in questa logica. Nasce così la "Tv del dolore", emblematico esempio di come da un’intuizione giusta, cioè che si possa fare comunicazione anche parlando di disabilità, si possa arrivare a un’applicazione totalmente negativa. Basandosi principalmente sul soddisfacimento di un’esigenza di protagonismo, di narcisismo e di riscatto dell’emarginazione vissuta in chiave personalistica, ha avuto la conseguenza di evitare di affrontare i problemi di fondo, risolvendo, spesso in termini di raccolte fondi, singole questioni o situazioni, grazie alla capacità emozionale dei programmi. Certamente una scelta dettata da pigrizia mentale e da ragioni di audience; ma anche per «esorcizzare le paure, scongiurare il reale con i segni del reale, vivere la realtà e la sua durezza, provarne la vertigine, senza rischiare, senza soffrire» (Bussadori V., L’immagine dell’handicap nella stampa quotidiana, Centro documentazione handicap, Aias, Bologna 1994). A ogni modo "Tv del dolore" o informazione corretta, le categorie marginali hanno iniziato a interessare i mezzi di comunicazione, scoprendo realtà sconosciute a molti. Il problema, allo stato attuale, sembra essere non più il quanto se ne parla ma il come certi argomenti sono affrontati dai media. Il rischio è che la comunicazione, invece di essere strumento per creare legami, per "mettere in comune", per riconoscere e valorizzare l’altro, divenga sopraffazione, imposizione, negazione dell’altro. Gli studi sulle emittenti evidenziano i meccanismi attraverso i quali un fatto, un evento, diventa notizia. L’esistenza di criteri soggettivi e l’influenza delle routine produttive che definiscono la notiziabilità, stanno a dimostrare che la notizia relativa a un fatto è in realtà la rilettura e la ricontestualizzazione del fatto stesso all’interno del mezzo di informazione. Per questo motivo si può parlare di realtà mediata dalle logiche e dai formati dei media, che concorre alla costruzione delle rappresentazioni sociali da parte degli individui. Questa dinamica assume particolare rilevanza quando la quantità di informazioni e di conoscenza diretta della realtà recepita dai media è assai più elevata rispetto a quella raccolta per esperienza autonoma. Studiare come i media contribuiscono alla costruzione sociale della realtà, implica focalizzare l’attenzione sull’impatto che le rappresentazioni simboliche dei mezzi di comunicazione di massa hanno nella percezione soggettiva della realtà sociale. Tale problema diventa rilevante se non si restringe all’equivalenza tra contenuti dei media e sistema di rappresentazione degli individui. Annullare la distanza In altre parole questo significa che se da un lato la percezione della disabilità, da parte del lettore-spettatore, sarà influenzata anche da tutta un’altra serie di fattori (sociali, culturali, economici, ambientali), è anche vero che la rappresentazione fatta dai media, è spesso l’unico mezzo attraverso cui il lettore-spettatore riesce a entrare "in contatto" con questo tipo di problema. Diventa allora, fondamentale trattare l’argomento in modo corretto. Soprattutto con competenza. Purtroppo, e ci sono molte ricerche a dimostrare questo, i mezzi di comunicazione di massa dimostrano una scarsa conoscenza dei temi dell’handicap e della disabilità. Temi che tratta in modo approssimativo e superficiale. È ancora forte la tendenza ad affrontare l’argomento come qualcosa di diverso, distante dal resto della società. Quando questa distanza viene annullata ciò avviene in riferimento a fatti non edificanti come nel caso dello scandalo dei falsi invalidi, della crisi economica o della sessualità legata prevalentemente a scenari di violenza. È forte la tendenza a ricercare il cosiddetto "caso umano", privilegiando storie riferite a singoli individui. Questo atteggiamento sembra condurre i giornalisti a presentare le notizie su di uno sfondo prevalentemente problematico, dove a dominare la scena sono l’esclusione sociale e la malattia. Tale tendenza viene resa ancora più evidente dal fatto che gli approcci più usati per confezionare gli articoli e i servizi sono quello di denuncia e sensazionalistico. La rappresentazione sociale della persona con disabilità che si ottiene dalla lettura-visione dei media non sembra comunque molto diversa da quella della realtà, ammantata di stereotipi e pregiudizi culturali. Impossibile, a nostro giudizio, stabilire dove i media cessino di essere "specchio" per iniziare a essere un elemento condizionante della realtà. Impossibile, e tutto sommato inutile. Come abbiamo detto all’inizio il problema non è soltanto economico, ma anche e soprattutto socioculturale. Esiste ancora, forse in maniera meno accentuata rispetto al passato, ma comunque ancora ben presente, un certo disagio nell’incontrare, nel rapportarsi a chi è diverso da noi, a chi sfugge a certi standard. Gli articoli pubblicati sulle riviste, i servizi trasmessi in televisione rispecchiano e documentano questo disagio. Si tratta di un problema complesso, dai molti risvolti. Un problema che potrà essere risolto soltanto se tutte le parti di cui la società si compone si assumeranno le proprie responsabilità. Mezzi di informazione compresi. «L’educatore è gravato da una grande responsabilità, mentre colui che informa, il "puro informatore", pare che non ne abbia alcuna. Ma questa differenza non esiste. Se voi siete informatori responsabili, siete anche educatori. Ma se siete educatori irresponsabili, voi state trasgredendo le regole del gioco», scriveva Karl Popper. Enrico Lombardi
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