Famiglia Oggi.

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n. 10 OTTOBRE 2003

Sommario

EDITORIALE
La rilevanza di un tema collettivo
di DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Siamo tutti "diversabili"
di CLAUDIO IMPRUDENTE

apep00010.gif (1261 byte) Colmare le lacune culturali
di MARIAPIA GARAVAGLIA

apep00010.gif (1261 byte) Il tutore del cuore
di GIOVANNI GELMUZZI

apep00010.gif (1261 byte) Non solo cooperazione sociale
di CARLO DE ANGELIS

apep00010.gif (1261 byte) Nè un eroe, nè un vinto
di ANDREA PANCALDI

apep00010.gif (1261 byte) Glossario della disabilità
di RENATO PIGLIACAMPO

apep00010.gif (1261 byte) Per un futuro vivibile
di GIORGIO CONCONI

apep00010.gif (1261 byte) Il trampolino di lancio per un figlio
di FRANCESCO BELLETTI

apep00010.gif (1261 byte) Storie di vita
di GIORGIO CONCONI

DOSSIER
Anche noi siamo felici
di DANIELA PALUMBO

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Osservando gli sguardi dei passanti
di BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La televisione del dolore
di ENRICO LOMBARDI

MATERIALI & APPUNTI
Uniti contro la sofferenza
di DANIELA PALUMBO
L'identità nasce dalla relazione
di ROSANGELA VEGETTI
Vivere con la moralità
di FRANCA PASINI

CONSULENZA GENITORIALE
Riconoscere le proprie paure
di LUISA PEROTTI

POLITICHE FAMILIARI
La mamma che torna in ufficio
di FRANCESCO BELLETTI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Il potere femminile in Ruanda
di ORSOLA VETRI

LIBRI & RIVISTE

 

UNA SFIDA PER CRESCERE

Siamo tutti "diversabili"

di Claudio Imprudente
(presidente del Centro documentazione handicap di Bologna)

Sono passati più di vent’anni dall’ultima iniziativa mondiale a sostegno dell’handicap. Molte cose sono cambiate, anche a livello di terminologia. Resta però ancora molta strada da fare per imparare a rappresentare le persone non secondo i deficit ma secondo le abilità.
  

L’attivismo civico ha molte e differenti forme, che vanno dal volontariato ai movimenti di base, dai gruppi di auto-aiuto ai servizi di comunità.
I protagonisti di queste iniziative vi dedicano tempo e risorse per accrescere il bene comune.

Siamo nel cuore di questo anno 2003, "Anno europeo del disabile". Fino a oggi ho avuto parecchie occasioni di andare in giro per l’Italia a parlarne e a portare un mio contributo. Tante cose ho raccontato, sostenuto, criticato e proposto, ma nel mio zaino fedele, appeso alla carrozzina, ho sempre portato questa piccola e intensa dichiarazione di intenti della "Comunità europea per l’Anno". Vorrei riportarla perché credo sia una buona fotografia del 2003.

«L’anno dovrà portare all’ottenimento di pari diritti per le persone disabili. L’attenzione sarà focalizzata, in tutta Europa, nelle molte aree della società dove barriere e discriminazione esistono ancora. L’Anno europeo delle persone con disabilità è un’opportunità storica per potere migliorare la situazione di 38 milioni di disabili in tutta Europa (uno su 10 europei). Le persone disabili sono cittadini con pari diritti. Nuove misure e un coinvolgimento attivo di tutti i settori dovranno portare a un cambiamento positivo nel modo in cui le nostre società includono i disabili. Il 2003 dovrà rappresentare l’inizio di una nuova era, un modo nuovo con il quale la società guarderà ai disabili».

L’ultima iniziativa simile a questa risale al 1981: si parlava in quell’occasione di "Anno mondiale dell’handicappato". All’epoca avevo ventun anni, l’Italia stava per diventare campione del mondo e cominciavo a frequentare le ultime file dei convegni sull’argomento handicap (e per dire la verità, nelle ultime file ci sono rimasto ben poco!).

Ricordo che il dibattito verteva su due nodi principali: i diritti delle persone handicappate e le famigerate barriere architettoniche. I primi, non si sa perché, non erano mai accompagnati dai doveri e le seconde erano conosciute solo dagli addetti ai lavori. Le associazioni di categoria si battevano per avere garantite l’assistenza e l’accessibilità al tessuto sociale. Erano tempi in cui aleggiava lo stereotipo dell’handicappato che protesta e recrimina, oppure resta da solo in casa, tristemente davanti alla Tv a guardare "Happy Days".

Paradossalmente sul palco di quei convegni non si vedeva mai un handicappato che ragionasse sulla propria condizione e lavorasse sulla cultura per proporre rivoluzioni e cambiamenti. Combattendo quelle battaglie giuste e necessarie formammo un gruppetto per ragionare su come un disabile potesse diventare risorsa per la collettività. Così prendeva avvio il cammino del Centro documentazione handicap di Bologna.

Venti anni dopo, un’altra iniziativa: il 2003, Anno europeo del disabile. L’"handicappato" è diventato "persona con disabilità": ecco la novità! Si tratta di un cambiamento che rivela un’importante evoluzione culturale: la persona non è più rappresentata dagli ostacoli che incontra (gli handicap) bensì dalle abilità che non ha (disabile significa appunto persona non abile). Viene così riconosciuto come gli handicap siano di fatto degli ostacoli oggettivi, propri non solo delle "persone disabili", ma delle stesse strutture e, persino, del vissuto culturale di ciascuno.

In questa prospettiva, come sostiene Andrea Canevaro (professore di "Pedagogia speciale" a Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna), diventa compito di tutti lavorare per la diminuzione di questi ostacoli. Ormai sono mesi che il Centro documentazione handicap di Bologna sta lavorando per non lasciarsi scappare questa importante occasione. L’obiettivo da raggiungere è compiere un ulteriore salto di qualità: la persona non deve essere rappresentata dai propri deficit e dalle proprie non-abilità bensì dalle proprie abilità diverse per essere riconosciuta semplicemente come Persona. Se proprio è necessario istituire una categoria, partiamo dalle abilità, non solo quelle residue, ma soprattutto quelle diverse e nuove. Per questo credo che un passo avanti lo si possa ancora fare per pensare a un mondo a misura d’uomo, a misura di tutti.

Una parola vincente

"Diversabile" è una parola positiva e propositiva allo stesso tempo. Penso sia vincente proprio perché risponde a questa logica di un mondo creato pensando a tutte le persone. Per spiegarmi farò un brevissimo esempio, forse anche un po’ banale ma facilmente comprensibile. Dicevo prima come nel 1981 uno dei punti forti di lotta era il famoso abbattimento delle barriere architettoniche. A vent’anni di distanza mi sembra si possa dire come questo tema abbia sì portato risultati (le barriere in realtà sono state abbattute il larga misura), ma credo non abbia avuto la forza sufficiente per portare a delle rivoluzioni culturali, nei modi di pensare della gente.

Le barriere architettoniche erano pensate come un problema di poche persone sfortunate che trovavano ostacoli a fare le cose che tutti gli altri facevano più o meno agevolmente. Una rampa di scale, per esempio, era ostacolo per una minoranza. Pensandoci, in realtà, sono tante le persone che per vari motivi trovano diffi-coltà in una rampa di scale: penso a una mamma con passeggino, a un uomo di affari con valige al seguito, a un facchino, a una persona anziana. Una minoranza un po’ allargata, o no? Nonostante tutto il fatto di aver pensato alle barriere come un problema di pochi, lo ha reso una argomentazione perdente che non ha interessato la gente perché, chiaramente, non si sentiva coinvolta (non voglio dire che si tratti di un giusto atteggiamento!).

Questa "diversabilità" che da un po’ di tempo stiamo proponendo e promuovendo ragiona proprio in questi termini: pone l’accento sulle abilità diverse di tutte le persone e non solo di una ristretta minoranza sfortunata e oppressa. Ecco perché credo che adottare questo termine possa aiutare a considerare le persona con deficit in una prospettiva nuova, più attenta alla storia personale di acquisizione delle abilità e di superamento delle difficoltà.

L’obiezione può essere: «Ma allora tutti siamo diversabili...». Certo che sì, ognuno con le sue caratteristiche e capacità di azione e pensiero che gli sono proprie e, per questo, distinte da quelle di qualunque altra persona.

Allora abbiamo fatto quel passo ulteriore. Siamo passati da Anno mondiale dell’handicappato del 1981 a Anno europeo del disabile nel 2003; magari nel 2025 saremo contenti perché vivremo l’"Anno mondiale delle persone diversabili"... ma io lancio una sfida: perché non indire l’"Anno universale del normodotato grave"? Un anno dedicato a tutti coloro che, per amore del proprio sé, non sono capaci di voltare lo sguardo per vedere chi vive accanto a loro, non sono in grado di cogliere e apprezzare tutte le differenze e potenzialità di ciascuna persona. Sono coloro che pur di non vedere volgono lo sguardo altrove e così stanno tranquilli.

C’è ancora molto cammino da fare, ma niente paura. È solamente questione di tempo, di pazienza e di molta voglia di mettersi in gioco e poi... stiamo lavorando per voi!

Claudio Imprudente
   

L’HANDICAP IN CIFRE

Secondo i più recenti dati Istat (consultabili in Internet nel sito www.handicapincifre.it) in Italia le persone disabili (con più di sei anni) che vivono in famiglia e nei presidi socio-assistenziali sono quasi due milioni e ottocentomila. Il calcolo si basa su di un criterio piuttosto restrittivo di disabilità: vengono considerate disabili le persone che nel corso dell’intervista (relativa all’indagine "Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari") hanno riferito una totale mancanza di autonomia per almeno una funzione essenziale della vita quotidiana. Sfuggono al calcolo coloro che soffrendo di una qualche disabilità mentale sono però in grado di svolgere le funzioni prese in esame.

Vanno, poi, aggiunti i bambini con un’età inferiore ai 5 anni, conteggiati secondo un diverso criterio per cui si stima un numero di circa 43.600 (esclusi quelli degli istituti). La presenza di disabilità è ovviamente correlata all’età: tra le persone di 65 anni o più la quota di popolazione con disabilità è del 19,3%, e raggiunge il 47,7% (38,7% per gli uomini e 52% per le donne) tra le persone di 80 anni e più.

I tassi di disabilità, inoltre, evidenziano una differenza di genere a svantaggio di quello femminile: le donne rappresentano, infatti, il 66% delle persone disabili e gli uomini solo il 34%. In rapporto al totale della popolazione le donne hanno un tasso di disabilità del 6,2% mentre gli uomini del 3,4%.

    








 

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