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Lutopica stagione del "Flower Power" si trasforma
con il 1968 in una dura realtà di lotta. La canzone italiana scopre la voglia di
combattere transitando dal Festival di Sanremo alle piazze. Il suo è un cammino non
facile, inizia dallimpegno di Fabrizio De André e di Francesco Guccini per
proseguire col furore militante di cantautori come Paolo Pietrangeli, che si riappropriano
della tradizione folk per dare voce agli studenti e agli operai. In America e in
Inghilterra, allindomani dellesplosione psichedelica, il rock cerca invece di
mutare pelle: attraverso il timido approccio politico dei Beatles, la violenza blues dei
Rolling Stones, limprevedibile religiosità di Bob Dylan, il ribellismo
autolesionista di Jim Morrison e di Jimi Hendrix, la rabbia freak di Frank Zappa.
LA CONTESTAZIONE DEI CANTANTI ROCK
I MITI MUSICALI DEL 68
Per meglio focalizzare il 1968 della musica
in Italia è necessario fare un passo indietro. Sanremo 1967: il suicidio del cantautore
Luigi Tenco, in gara con il brano Ciao, amore, ciao, produce leffetto di
scardinare unepoca, grida: «basta» al conservatorismo festivaliero, preannuncia
limminente rivoluzione culturale. E caratterizzerà non poco il successivo festival.
Visto in superficie, Sanremo 68 era la copia carbone dei precedenti: melodie
allitaliana costruite su ritornelli da mandar giù a memoria. Nella sostanza fu
invece "sessantottesco": il primo posto ottenuto da Sergio Endrigo con Canzone
per te pose infatti allattenzione del grande pubblico un artista introspettivo,
del tutto estraneo alle mode e di fede comunista. La stampa specializzata, e in
particolare il periodico Musica e Dischi, non mancò di sottolineare che «Sanremo
è sempre una tappa importante, per il tormentato cammino della canzone italiana, ed è un
fatto estremamente positivo che questa volta il giudizio popolare non si sia lasciato
accecare dal divetto commerciale o dal cantante alla moda (che in ogni caso potranno
rifarsi sul piano delle vendite, beninteso), ma abbia mobilitato la sua scelta con una
serietà che nessuno, forse, si era attesa. La lezione di Tenco non è stata inutile,
dopotutto: e ci sembra, questa, la conquista più autentica che traspare dai risultati
della rassegna».
Quelli di Tenco e di Endrigo non furono comunque gli unici esempi di una tensione
musicale palpabile che in seguito andrà ad acquisire una valenza politica. Basti pensare
a Fabrizio De André, sino a quel momento confinato ai margini del business discografico
per via delle sue battaglie contro il moralismo borghese, che alza orgogliosamente la
testa e incide lalbum Tutti morimmo a stento, ispirandosi alle poesie di
François Villon; quindi, compone i versi di Senza orario senza bandiera, entrando
"rivoluzionariamente" in contatto con il rock dei New Trolls. De André
riannoderà i fili del 68 cinque anni più tardi con Storia di un impiegato,
tratteggiando la solitaria e disillusa ribellione di un uomo avvinto dal maggio
studentesco francese.

Francesco Guccini in concerto.
E basti inoltre ricordare Francesco Guccini, folksinger votato a Bob Dylan e autore di
sontuose pagine cantautorali come Auschwitz, Dio è morto (allepoca
cancellata dalla programmazione Rai) e Noi non ci saremo.
Eppure, scorrendo le classifiche dei dischi più venduti in quellanno non
troviamo traccia di canzoni barricadere. Semmai, nascosti nel grande mare nazionalpopolare
di Gianni Morandi, Caterina Caselli, Al Bano e Mino Reitano, i germogli di un qualcosa che
stava lentamente mutando: Patty Pravo che sfodera unghiate protofemministe nella canzone La
bambola; Enzo Jannacci che, con Vengo anchio? No tu no e Ho visto un
re (parole di Dario Fo), trasferisce il cabaret dallélite alla massa; Paolo
Conte che scrive Azzurro e la regala ad Adriano Celentano; Lucio Battisti che con Balla,
Linda pone le basi di una carriera straordinaria, da indiscusso innovatore della
musica. Furono però piccole turbolenze. Troppo piccole per poter davvero scuotere il
sistema. A prevalere fu lillusione che il Flower Power, la stagione dei fiori
e della felicità importata dal mondo anglosassone, dovesse protrarsi in eterno. Che lo
slogan: «mettete dei fiori nei vostri cannoni», intonato dai Giganti in Proposta al
Festival di Sanremo 67, fosse il lasciapassare per un duraturo benessere pacifista.
La canzone politica
Ci volle allora il 68 della musica ribelle
per mandare allaria tali convinzioni. Un 68 che per poter uscire allo scoperto
prese le distanze dalla luccicante vetrina della hit parade radiofonica e impose la
propria forza alimentandosi di canzoni in presa diretta, di cronaca sociale e politica, di
messaggi di lotta. Un passaparola che si mise a viaggiare di cantina in cantina, di corteo
in corteo. E per dare forma alla protesta furono sufficienti una voce e una chitarra
acustica.
Le canzoni del cosiddetto "impegno", intonate in compagnia perseguendo
unidea di spettacolo estemporaneo, on the road, senza barriere ma soprattutto
estranee ai santuari della musica (il palcoscenico sanremese, le sale di registrazione),
traevano spunto dal patrimonio folklorico nazionale che due gruppi in particolare
Cantacronache e il Nuovo canzoniere italiano avevano riscoperto e reinterpretato.
Il primo, formatosi a Torino nel 1957 e supportato da scrittori quali Eco, Calvino,
Fortini e Rodari, combatteva il disimpegno canzonettistico dando voce alla cronaca
pressante e allattualità politica. Per farlo, oltre alla ricerca etnomusicologica
approcciò gli chansonniers francesi alla Brassens, considerati maestri
darmonia, pulizia del verso e ironia. Il Nuovo canzoniere italiano, nato a Milano
negli anni 50 attorno al lavoro di Gianni Bosio e Roberto Leydi, due studiosi del
movimento operaio, cominciò invece ad approfondire il canto popolare entrando poi in
contatto con Cantacronache.
Dalla palestra cantautorale del Nuovo canzoniere italiano ebbe modo di emergere Paolo
Pietrangeli, romano, figlio del regista cinematografico Antonio Pietrangeli e autore di Contessa,
il brano promosso ad "inno nazionale" del movimento studentesco sessantottino.
Composto due anni prima, durante loccupazione dellUniversità di Roma in
seguito alluccisione dello studente Paolo Rossi per mano fascista (27 aprile 1966),
diviene popolarissimo in tutte le manifestazioni politiche, al pari di Bandiera rossa e
dellInternazionale.
Questa canzone-simbolo che si snoda lungo versi crudi, da spietata cronaca nera, come:
«E quando è arrivata la polizia / Quei pazzi straccioni han gridato più forte, / Di
sangue han sporcato il cortile e le porte, / Chissà quanto tempo ci vorrà per
pulire...», era, lo ha ricordato di recente Pietrangeli, «un canto di libertà, non di
mediazioni, che canalizzò intenzioni e furori di quel momento. Era scritta da uno del
movimento: molti la conoscono, ma non tutti sanno chi lha composta. Era il nostro
vezzo scrivere canzoni che fossero patrimonio di tutti. Ma fra i segreti del successo
cè una ragione tecnica: il ritornello è un dodecasillabo, ideale per la marcia».
Unaltra sua composizione, intitolata Valle Giulia («Hanno impugnato i
manganelli / E hanno picchiato come fanno sempre loro; / Ma allimprovviso è
successo / Un fatto nuovo: / Non siam scappati più!...»), e nata in contemporanea con
gli avvenimenti del 1° marzo a Roma durante i quali un corteo di studenti, caricato dalla
polizia davanti alla Facoltà di Architettura, rispose allattacco con lanci di sassi
e uova, viene proposta ai militanti alla stregua di modello comportamentale.

Il cantautore Fabrizio De André.
Pier Paolo Pasolini, interpretando lostilità della sinistra nei confronti del
"ribellismo" studentesco identificato come protesta dei cosiddetti "figli
di papà", esplode in una feroce requisitoria poetica: «Quando ieri a Valle Giulia
avete fatto a botte / Coi poliziotti, / Io simpatizzavo per i poliziotti / Perché i
poliziotti sono figli di poveri».
Sempre secondo Paolo Pietrangeli, «una canzone doveva entrare in sintonia con quanto
accadeva, con quanto si sentiva». E confrontarsi, laddove fosse possibile, con ciò che
succedeva fuori dai confini nazionali: come ad esempio luccisione del Che
nellottobre del 1967, narrata in musica nel 68 in Comandante Che Guevara,
un altro grande successo popolare. Ma a fornire la materia prima per le canzoni militanti,
proposte da esponenti del Nuovo canzoniere italiano quali Ivan Della Mea, Gualtiero
Bertelli, Giovanna Marini, Alfredo Bandelli e Pino Masi, era pur sempre la realtà
italiana.
Studenti e operai
Il movimento studentesco, in verità snobbato
dalla maggioranza degli intellettuali, solidarizzò con la classe operaia sfruttata e si
unì al malcontento che si consumava nelle fabbriche. Il passaparola per voce e chitarra
si trasforma: non è più il canto di lotta epico e violento di Contessa, ma il
punto di vista operaio che oltrepassa la barriera degli stabilimenti per esternare
pubblicamente i drammi e le utopie di unintera classe sociale.
Qualche esempio. Il siciliano Pino Masi nella sua Ballata della Fiat canta che
«I sindacati vengono a dire / Che bisogna ragionare / E di lottare non si parla più. /
Signor padrone, ci siam svegliati / E questa volta si dà battaglia / E questa volta come
lottare / Lo decidiamo soltanto noi». Il veneziano Gualtiero Bertelli dà invece sfogo in
Suona la sirena a tutta la negatività del microcosmo-fabbrica: «Per farcela
bisogna ripetere / Un gesto dopo laltro, a cadenza / Più rapida di ogni pensiero, /
Che si ferma ai cancelli della fabbrica; / Mettersi dinanzi alla macchina / È uccidere la
propria anima / Per otto lunghe ore al giorno: / I pensieri, i sentimenti, tutto...». E
riferendosi allo sciopero degli operai della Montedison di Porto Marghera, che occuparono
la stazione paralizzando Venezia senza che le forze dellordine osassero intervenire,
scrive Primo agosto, Mestre, Sessantotto: «E mentre vi aspettiamo, / Servi di chi
ci sfrutta, / Vi siete finalmente ritirati, / In preda anche voi, per una volta, / Alla
paura dessere picchiati».
Il lucchese Ivan Della Mea compone nel 1966 la canzone O cara moglie, che
diviene il simbolo dellautunno caldo del 68. Il suo è un accorato identikit
della condizione operaia: «O cara moglie, stasera ti prego / Dì a mio figlio che vada a
dormire, / Perché le cose che io ho da dire / Non sono cose che deve sentir. / Proprio
stamani là sul lavoro, / Con il sorriso del caposezione, / Mi è arrivata la
liquidazione, / Mhan licenziato senza pietà...».
Il pisano Alfredo Bandelli, infine, si impegna con unaltra composizione "da
corteo" intitolata Violenza, a concretizzare il sogno di vedere uniti il
movimento studentesco e quello operaio. Ma i versi: «Sempre uniti vinceremo / viva la
rivoluzione!», verranno disintegrati dalla cruda realtà degli anni Settanta. Quella
delle bombe.
I grandi happening
Fuori dai confini di unItalia in
ebollizione, il 68 votato al rock, e vissuto nelle roccaforti musicali
dAmerica e dInghilterra, si rivelò un anno sfuggente, non sempre facile da
decifrare. Bisognava dare un seguito alla straordinaria esperienza che, nel bene e nel
male, aveva contraddistinto la Summer of Love, la lunga estate del trionfo
dellamore incoraggiata dal movimento hippie, che si era cristallizzata a futura
memoria nel 1967 con linno All You Need Is Love cantato dai Beatles in
mondovisione televisiva.
Nella West Coast, e in particolare nellarea di San Francisco, i Jefferson
Airplane divennero i messaggeri della protesta e del rinnovamento, mentre i Grateful Dead
elaboravano col romanziere Ken Kesey (lautore di Qualcuno volò sul nido del
cuculo) i cosiddetti acid test, iniziazioni al consumo dellLsd da
replicare in concerto come happening collettivi. Inoltre, avevano allestito la loro
Comune (un vero e proprio luogo di culto per i seguaci) in una palazzina al 710 di Ashbury
Street.
A New York, laltra faccia della medaglia, i Fugs, davano invece il via alla
psichedelìa intesa come connubio di musica e poesia, e i Velvet Underground,
sponsorizzati dallesponente della Pop Art, Andy Warhol, svisceravano con furore
decadente la dura realtà dei bassifondi metropolitani.

I "maledetti" Rolling Stones.
La risposta britannica allAcid Rock statunitense la fornirono invece i Pink Floyd
con i loro esperimenti dediti ai suoni e alle visioni: dilatate improvvisazioni
strumentali corredate da giuochi di luci stroboscopiche. Il rock, in tal modo, espandeva
le coscienze utilizzando scienza e tecnologia.
Tutto quel frenetico intrecciarsi di vicende, sogni e utopie confluì nello Human
Be-In del gennaio 1967 al Golden Gate Park di San Francisco e nel Festival di Monterey
di giugno, apoteosi dellesserci a tutti i costi per cavalcare in libertà le
tumultuose onde del suono. «Musica, Amore e Fiori» era scritto sopra uno striscione
sospeso da un lato allaltro del palcoscenico. Tre parole che il 6 ottobre di
quellanno vennero idealmente cancellate, quando gli hippie celebrarono il loro
funerale per le strade di San Francisco. Motivo della protesta: lingordigia dei mass
media e del business discografico che avevano ucciso la fantasia del movimento.
Fu difficile dare un seguito a tutto questo. Ma anche raccogliere leredità di un
anno che aveva prodotto quasi esclusivamente capolavori: dischi come Sgt. Peppers
Lonely Hearts Club Band (Beatles), Between The Buttons (Rolling Stones), The
Velvet Underground & Nico (Velvet Underground), Are You Experienced? (Jimi
Hendrix), Strange Days (Doors), Surrealistic Pillow (Jefferson Airplane), Absolutely
Free (Frank Zappa) e The Piper At The Gates Of Dawn (Pink Floyd) risultarono
talmente innovativi da escludere a priori futuri sviluppi musicali. Il che determinò,
negli Stati Uniti che facevano il loro ingresso nel 68, il grande successo di due
inni generazionali che riprendevano sostanzialmente lideologia della Summer of
Love: On The Road Again, galoppata blues proposta dai Canned Heat, e Born To
Be Wild degli Steppenwolf, succo della colonna sonora del film Easy Rider.

"Easy rider" (1969) di Dennis Hopper:
un cult-movie per i giovani.
I Jefferson Airplane, dal canto loro, dopo avere imposto allattenzione dei media
linno del movimento intitolato Somebody To Love, affrontarono il tema
dellamore libero con Triad, canzone scritta da David Crosby. I californiani
Iron Butterfly, invece, con la suite In-A-Gadda-Da-Vida (storpiatura della frase
"In the garden of Eden") descrissero le visioni prodotte dallassunzione di
acido lisergico.
Quei musicisti che il Flower Power aveva indubbiamente irrobustito in termini di
notorietà approcciano il 68 in punta di piedi, guardandosi attorno con
circospezione. Ma si dovranno arrendere allevidenza dei fatti: il conflitto in
Vietnam come priorità della protesta giovanile, le uccisioni di Martin Luther King e di
Robert Fitzgerald Kennedy, le manifestazioni alla convention del Partito democratico a
Chicago. Transiteranno dallutopica fase della pace e dellamore a quella
spietatamente realista della lotta. Alcuni vinceranno, altri perderanno la loro battaglia.
Di certo suoneranno unaltra musica. Vediamone alcuni.
Beatles e Rolling Stones
I Beatles, reduci dal magistrale affresco
psichedelico del "Sergente Pepe", a febbraio raggiungono lIndia per un
soggiorno al centro di meditazione trascendentale del Maharishi Mahesh Yogi, a Rishikesh.
Ma la febbrile ricerca di spiritualità, una volta scoperto che il Maharishi altri non era
se non un cinico affarista, si traduce in fallimento. Quellesperienza negativa,
tuttavia, è alla base del boom creativo del White Album, antitesi pessimista e
senza ideali di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band. La chiave di lettura
"politica" del disco è custodita nel brano Revolution, composto da John
Lennon traendo spunto dai disordini studenteschi del maggio parigino che raggiunsero il
culmine in seguito alla decisione di De Gaulle di sciogliere lAssemblea nazionale
francese. E ciò curiosamente avveniva proprio nella sera in cui, a Londra, i Beatles
realizzavano la canzone. Nel frattempo gli studenti britannici occupavano le loro
università proclamando lo "stato di anarchia" in solidarietà coi colleghi di
Nanterre e della Sorbona.

Il gruppo dei Beatles al culmine del loro successo.
I più politicizzati, alluscita di Revolution, incolparono Lennon di avere
espresso toni troppo rassicuranti: versi come: «Dici che vuoi una rivoluzione, / Bene,
sai / Tutti vogliamo cambiare il mondo. / Mi dici che è evoluzione, / Bene, sai / Tutti
vogliamo cambiare il mondo. / Ma quando parli di distruzione, / Non sai che puoi
considerarmi fuori? / Non sai che andrà tutto a posto?», vengono interpretati,
soprattutto dalla nuova sinistra americana e dagli esponenti della controcultura, come il
grido di un borghese impaurito ben deciso a chiamarsi fuori da qualsiasi ipotesi
rivoluzionaria.
Lennon, di fatto, aveva già sposato la causa pacifista e in seguito, reagendo alle
provocazioni di Black Dwarf, lorgano di stampa del comitato per la
solidarietà al Vietnam, dichiarerà: «Sapete cosa cè di sbagliato nel mondo? La
gente. E allora volete distruggerla? Finché voi-noi non cambieremo il nostro modo di
pensare, non cè alcuna possibilità. Ditemi una rivoluzione che ha avuto successo.
Che cosa ha rovinato il comunismo, il cristianesimo, il capitalismo, il buddismo,
eccetera? Le menti bacate, e nientaltro».
Anche i Rolling Stones, proverbiali concorrenti "maledetti" dei Beatles,
attraversano il 68 indecisi se sguainare o meno la spada della protesta. Mick
Jagger, che si era recato in pellegrinaggio dal Maharishi Yogi più per farsi notare che
per ritrovarsi spiritualmente, aveva battuto coi suoi compagni la remunerativa strada
psichedelica con risultati sconfortanti: il long playing Their Satanic Majesties
Request si era rivelato un pasticcio, così come lo sgangherato inno alla stagione dei
fiori furbescamente intitolato We Love You, con John Lennon e Paul McCartney a fare
i coristi. Viceversa lalbum Beggars Banquet, con la sua copertina
raffigurante la parete di un gabinetto pubblico ricoperta da scritte oscene, assecondò le
esigenze dei giovani britannici i quali, stanchi delle stravaganze psichedeliche,
ricercavano le ruvide radici del blues quasi a volere ritrovare lautenticità di
quello spirito ribelle che il Flower Power aveva per molti versi sopito. E ciò non
poteva che soddisfare il proletariato e la sinistra rivoluzionaria. Ma bisognava avere il
coraggio di spingersi oltre, dare voce al malcontento giovanile. Jagger, nel corso del
68, aveva peraltro mostrato attitudini rivoluzionarie dichiarandosi contrario alla
proprietà privata e partecipando a una dimostrazione contro la guerra in Vietnam
organizzata dalla sinistra a Londra, in Grosvenor Square.
I risultati (anche se rimane il dubbio sullautenticità barricadera del cantante)
non si fanno attendere: lalbum Beggars Banquet mette in evidenza una forte
spinta eversiva a partire dal brano Street Fighting Man («Ehi, penso che sia
arrivato il momento per una rivoluzione. / Ma dove vivo la regola del gioco è una
soluzione di compromesso»; e ancora: «Cosa può fare un povero ragazzo / Se non cantare
in una banda di rocknroll, / Perché nella sonnacchiosa Londra / Non cè
assolutamente posto per un combattente di strada»), identikit di un disagio che sarebbe
riduttivo imprigionare in un ambito esclusivamente politico, per proseguire con Jig-saw
Puzzle fra donne anziane che danno alle fiamme la loro pensione, vagabondi che
divorano sandwich al mentolo e la Regina dInghilterra che incita le forze
dellordine a caricare i dimostranti; Factory Girl, ritratto neorealista di
unoperaia senza un soldo da parte; Salt Of The Earth, inno alla «gente che
lavora duro», e Sympathy For The Devil, luciferina epopea di tensioni e rivolte
sociopolitiche.
La religiosità di Dylan
Gli anni Sessanta identificarono nel menestrello
del folk-rock Bob Dylan, originario di Duluth, nel Minnesota, il portavoce della protesta
pacifista. Canzoni come Blowin In The Wind, Masters Of War, A Hard
Rains A-Gonna Fall e The Times They Are AChangin furono gli atti
coraggiosi di un uomo, ma soprattutto di un poeta, che non aveva paura di urlare la
verità in faccia al sistema.
Nel 1966, dopo la pubblicazione dellalbum Blonde On Blonde, un incidente
motoristico lo costringe a una lunga assenza dalle scene durante la quale registra i Basement
Tapes (che usciranno soltanto alla metà degli anni Settanta) ed elabora brani scarni,
dai testi pacati e meditativi. Una svolta radicale: il Dylan del 1968, ben lungi dalla
rabbia generazionale, con John Wesley Harding (il nome è quello di un pistolero
del Far West) punta tutto sulla religiosità. Imprevedibilmente. È lui stesso a
definirlo: il suo è «il primo disco di rock biblico». Nel brano I Dreamed I Saw St.
Augustine, immaginando il martirio di santAgostino, si esprime così: «Ho
sognato che vedevo santAgostino, / Vivo e con respiro ardente e forte, / E ho
sognato che stavo tra quelli / Che lo mandarono a morte. / Ah, mi son svegliato
nellira, / Così solo e spaventato, / Ho graffiato i vetri con le dita, / Ho chinato
il capo e ho singhiozzato».

Bob Dylan al concerto per il Papa (27-9-'97).
Canzoni che trasudano amore come Ill Be Your Baby Tonight convivono
accanto ad I Am A Lonesome Hobo e I Pity The Poor Immigrant, dalle quali
emerge un sentimento compassionevole nei riguardi dellumanità. Ma lallegoria
che sottintende The Ballad Of Frankie Lee And Judas Priest («Be, la morale
della storia, / La morale della canzone, / È solo che uno dovrebbe starsene / Al posto
che gli appartiene. / Per cui se vedete il vicino trasportar roba, / Aiutatelo se è
pesante, / Ma non andate confondendo il Paradiso / Con la casa sul marciapiede di
fronte») è in realtà un concreto atto daccusa contro i falsi profeti americani. E
la cupa All Along The Watchtower, con lincalzante quesito iniziale: «Deve
pur esserci una via duscita», tratteggia lo scenario più inquietante che il rock
abbia mai osato descrivere. Lo specchio fedele del 1968.
Jim Morrison, il ribelle
9 dicembre 1967. A New Haven, nel Connecticut, si stanno esibendo i californiani Doors.
Sono loro il grande evento, il gruppo rock del quale tutti parlano, lo schiaffo in faccia
al sistema. Jim Morrison, il leader (1943-1971), è in scena per ribadire tutta la sua
trasgressione da «Edgar Allan Poe tornato dallaldilà per reincarnarsi in un
hippie», come hanno proclamato i giornali. Ogni volta che sale sul palco è un punto
interrogativo, unincognita: ondeggia il corpo come uno sciamano, usa musica e sesso
per spingersi oltre la soglia del pudore, incarna luniverso visionario di William
Blake («Cè un mondo oltre le porte della percezione»: da qui il nome Doors,
"le porte"). Morrison, quella sera, ferma improvvisamente la musica. Parla al
pubblico, racconta che un poliziotto lo ha assalito dietro le quinte mentre si
intratteneva con una ragazza. Lo urla al microfono, infiamma gli animi, suscita la
reazione di un agente. Lui lo sbeffeggia e viene arrestato. Ma che importa a questo demone
rock dalla faccia dangelo? Per lui, il 67 che finisce è solo una tappa della
grande battaglia contro la «american way of life».
Il suo slogan generazionale è: «We want the world and we want it now!», vogliamo il
mondo e lo vogliamo subito! È Jim Morrison lingombrante mito che lAmerica
vuole annientare, il ribelle estremo. Il 1968? Un anno da bruciare in fretta,
contrapponendo al "potere dei fiori" loltraggioso "potere del
sesso".
Purtroppo, però, lalbum Waiting For The Sun (il titolo, metaforico,
allude allattesa della rivoluzione) non produce limpatto dirompente del
precedente Strange Days. Benché la popolarità dei Doors abbia raggiunto il
culmine, non è supportata da nuove canzoni che reggano il confronto con Light My Fire,
Break On Through, The End, Moonlight Drive e When The Musics
Over. Limmenso talento poetico di Morrison, novello Rimbaud, evapora fino alla
normalità. Il gruppo si sforza di dare voce alle tensioni politiche, ma lo fa nel modo
peggiore, con presunzione, gettando fumo negli occhi. The Unknown Soldier, ad
esempio, riduce il pacifismo a luogo comune: «Questa dannata guerra finirà / Quando
saremo troppo vecchi per goderci la pace. / Il milite ignoto / Vaga fra le righe del
telegiornale. / I bambini tirano le cuoia a 26 pollici, / Sul video sono vivi, abortiti,
vivi, morti. / Un proiettile perfora lelmetto / Ed è lultimo rintocco per il
milite ignoto, / Lultimo schianto per il milite ignoto». Five To One vorrebbe
invece imporsi ad inno di rivolta ma snocciola ovvietà come: «Loro sono armati, / Ma noi
abbiamo i numeri dalla nostra parte. / Vinceremo, sì, abbiamo già in mano il controllo
della situazione»; oppure: «Tesoro, ce la faremo nella nostra primavera, / Basta che
uniamo le nostre forze ancora una volta». Non manca neppure laddio da romanzo rosa
alla stagione dei fiori di Summers Almost Gone: «Lestate sfuma via, /
Esala gli ultimi sospiri, / Batte gli ultimi rintocchi, / Lestate è quasi finita. /
Dove ci rifugeremo / Quando lestate sarà svanita?».

"Doors" (1991), il film di Oliver Stone.
I Doors andranno ancora avanti, zoppicando, per due anni. Jim Morrison si ridurrà a
farneticante prigioniero di droghe e alcol, simbolo di un rock che alimenta dentro sé il
buco nero dellautodistruzione. Fino a trovare la morte, in un appartamento del
Marais, a Parigi. In circostanze mai del tutto chiarite.
Nel ricordo del Festival di Monterey cè lindimenticabile concerto durante
il quale Jimi Hendrix (1942-1970) cercò e trovò la sua rivincita personale. Il
chitarrista nero di Seattle, snobbato in patria e osannato dalla Swinging London,
la sera del 18 giugno 1967 entrò finalmente nei cuori dei ragazzi americani. Gli bastò
estrarre dalle corde della sua chitarra elettrica il blues, il grande sogno psichedelico,
la distorsione del rock. Al termine dellesibizione abbandonò lo strumento a terra,
lo cosparse di benzina e gli diede fuoco con un accendino, consumando un rito voodoo che
ipnotizzò i cinquantamila spettatori.
Oltre la psichedelìa
Il chitarrista Hendrix sapeva come stringere in
pugno il pubblico: utilizzando la chitarra come macchina del suono, boato, orchestra,
addirittura parodia della voce umana. Ne estraeva listinto animale, il sesso, la
provocazione; ma anche uninebriante dolcezza, il misticismo, la desolazione.
Il 1968 lo inonda di successo: è lui il più grande chitarrista di tutti i tempi, la
bandiera della nuova generazione. E lo uccide lentamente, il 68, come sta facendo
con Jim Morrison. Perché Hendrix ha i tratti somatici autodistruttivi di un genio
egocentrico, geloso, schiavo della droga, poco propenso a scendere a patti con Mitch
Mitchell e Noel Redding, i suoi musicisti. Pubblica lalbum Axis: Bold As Love mentre
la sua vita rincorre paradisi artificiali sempre più rischiosi: ma è nuovamente grande
musica, come quella del disco desordio, Are You Experienced?, che sembrava
irraggiungibile tanto era bella e rivoluzionaria. Suoni rallentati, astratti, metafisici,
che incorniciano il parlato del brano Up From The Skies: «Voglio sapere degli
spazi dietro le vostre menti. / Vedo soltanto il vuoto, oppure sto diventando cieco? / O
si tratta di un ricordo delle vibrazioni e degli echi del passato, / Cose come "Amate
il mondo" e "Lasciate correre la vostra fantasia". / È vero? Vi supplico,
lasciatemi parlare / Parlare con voi».

Raduno hippy al concerto di Woodstock.
Jimi Hendrix vuole strafare, superarsi, diventare un mito assoluto, sovrannaturale.
Incide il doppio disco Electric Ladyland e ritorna con la composizione Voodoo
Chile allamato blues. Canta: «La notte della mia nascita, lo giuro, la luna
divenne rosso fuoco. / La mia povera madre gridò: "Signore, la zingara aveva
ragione!". / E la vidi cadere di colpo morta (abbiate pietà)/ (...) / Ho fatto
lamore con te. / E il Signore sa che non ti ho fatto male / (...) / Perché sono
lontano milioni di miglia / E allo stesso tempo sono proprio qui, / Nella tua cornice
(ascolta ciò che dico!) / Perché io sono un figlio del voodoo. / Il Signore sa che sono
un figlio del voodoo».
Arriverà poi il 1969 della partecipazione a Woodstock, con lesecuzione
estremista dellinno statunitense (Star Spangled Banner), durante la quale la
sua chitarra elettrica produrrà il fragore dei bombardamenti aerei sul Vietnam. «Basta
una serie di note. Il resto è improvvisazione», dirà Hendrix prima di morire a Londra,
per unoverdose di barbiturici.
La guerra del freak Zappa
Ribellarsi al sistema, puntare il dito contro il
modo di vivere americano, non significò soltanto aggregarsi a quel Flower Power che
peraltro si ridusse a moda smarrendo loriginaria autenticità. Volle dire,
soprattutto a Los Angeles, combattere da freak: cioè buttar fango sullAmerica,
inneggiare al comunismo, scuotere le coscienze tirando oscenamente in ballo il sesso come
arma contro il perbenismo. Tanto, sostenevano i freak, è inutile perdere troppo tempo con
la politica: perché la rivolta studentesca verrà presto dimenticata, mentre il futuro
apparterrà alla rivoluzione sessuale. Vestire trasandato, dire parolacce, praticare
lamore libero, disprezzare il "dio denaro", farsi beffe dei genitori e
dellintera società: lidentikit del perfetto freak era questo. E la sua lucida
eccentricità si concretizzò nella cosiddetta "musica totale" che, partendo dal
rock, abbracciava altri generi: il jazz, la canzonetta più commerciale, il rumore puro,
il blues, il folk. Attraverso la fusione di essi fu possibile creare lideale suono
della satira e della provocazione.
«Mister America, / Tira dritto / Davanti alle scuole che non insegnano. / Mister
America, / Tira dritto / Davanti alle menti che non riesci a dominare / Mister America, /
Cerca di nascondere / Il vuoto che hai dentro / Se anche ti rendessi conto di come hai
mentito. / E degli squallidi trucchi che hai tentato / Neanche allora fermeresti la marea
che sale / Di freaks affamati, o amore mio», cantava Frank Zappa in Hungry Freaks,
Daddy, un brano che divenne linno underground dei mendicanti dutopia e
degli emarginati.
Zappa (1940-1993) si è rivelato un «fool on the hill» (parafrasando i Beatles), il
più geniale fra i sabotatori della scena musicale. Nato a Baltimora, adottato dalla
California, aggredì polemicamente il Flower Power e il movimento giovanile. Nel
1968, a Berlino, effettua un concerto con il suo gruppo, le Mothers Of Invention (da
una frase di Platone: «La necessità è la madre dellinvenzione»): il pubblico,
inferocito, lo taccia di qualunquismo politico. Lui alza le spalle e prosegue per la sua
strada proclamando che «per fregare il sistema basta rivoltarlo». Del resto, la
provocazione è nei suoi cromosomi: lanno precedente, al Garrick Theatre di New
York, aveva invitato sul palco tre marines e dopo averli obbligati a cantare aveva
consegnato loro una bambola esortandoli a infierire su di essa «come se fosse una piccola
vietnamita dal muso giallo». Il 68 "zappiano", prima dogni altra
cosa, è incastonato nella copertina dellalbum Were Only In It For The
Money.
Limmagine, che ritrae Zappa e i suoi musicisti in abiti femminili con tanto di
scritta Mothers composta con frutta e ortaggi, è la velenosa parodia di quella del
Sgt. Pepper beatlesiano. E i contenuti del disco? Acidi, insolenti, un sonoro
schiaffo in faccia ai figli dei fiori. I proclami della controcultura vengono fatti a
pezzi nel brano, Who Needs The Peace Corps: «Ogni città deve avere un posto /
Dove i falsi hippy si possano incontrare. / Prigioni psichedeliche / Che spuntano in tutte
le strade. / Andate a San Francisco». Flower Punk, invece, prende di mira il falso
hippie smidollato: «Hey Punk, dove stai andando / Con quel distintivo sulla maglietta? /
Beh, sto andando a un love-in / a sedermi e suonare i miei bongo / Nellimmondizia. /
(...) / Hey Punk, dove stai andando / Con quelle perline intorno al collo? / Sto andando
da uno psichiatra / Perché possa aiutarmi / Ad essere un nevrotico». E, "dulcis in
fundo", Idiot Bastard Son, canzone di odio sincero nei confronti del tipico
figlio dAmerica che per la prima volta viene chiamato per nome e cognome:
"Idiota Bastardo", per lappunto.
Were Only In It For The Money, elettroshock destinato ad un 1968 già
sufficientemente scosso da terremoti sociopolitici, fu a suo modo il caustico elogio
funebre di unintera epoca. Poi si volterà pagina: nel 69 del colossale
Festival di Woodstock e del concerto di Altamont organizzato dai Rolling Stones e
macchiato col sangue di un diciottenne nero accoltellato dagli Hells Angels. Lo
slogan: «Peace & love» non avrà davvero più senso. E il rock avrà paura,
dopo la scomparsa ravvicinata delle sue icone più osannate (Brian Jones, Jimi Hendrix,
Janis Joplin, Jim Morrison...).
Eppure, nonostante tutto, riuscirà a risorgere dalle sue ceneri.
Stefano Bianchi
BIBLIOGRAFIA
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politica, fuori THEMA, Bologna 1991.
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protesta civile, Hobby & Work, Bresso (MI) 1997.
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- Bertoncelli R., Un sogno americano - Storia della musica pop da Bob Dylan a Carter,
Arcana, Milano 1977.
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Milano 1989.
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1989.
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1965-1971, Arcana, Milano 1991.
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