| Il cinema
contemporaneo ha dimostrato, negli ultimi anni, un crescente interesse verso personaggi
portatori di handicap fisici o psichici. Essi, insieme ai limiti e alle potenzialità che
caratterizzano, possono, a volte, essere metafora di messaggi che vanno oltre il tema
della disabilità. Un
indicatore significativo dellinteresse del cinema contemporaneo per il tema
dellhandicap è indubbiamente lattenzione che lindustria cinematografica
ha dimostrato nel cogliere e assecondare la sensibilità sempre più presente nel grande
pubblico nei confronti di questa problematica.
È sufficiente uno sguardo dinsieme ai premi Oscar
assegnati nellultima quindicina danni per rendersi conto che molti successi
delle ultime stagioni cinematografiche hanno un ingrediente in comune: sono tutti film che
hanno come protagonisti soggetti genericamente definibili "deboli", in molti
casi portatori di handicap fisici o psichici.
Riepilogando brevemente le tappe dellaffermazione di
questa tendenza, si può partire dal 1986, anno in cui lattrice sordomuta Marlee
Matlin vince lOscar per linterpretazione di Figli di un dio minore. Due
anni più tardi è la volta di Rain Man, che si aggiudica le statuette per film,
regia, sceneggiatura e, naturalmente, quella per lattore protagonista, Dustin
Hoffman, fratello autistico di Tom Cruise.
Nel 1989 è lattore emergente Daniel Day-Lewis a
conquistare lOscar per linterpretazione del pittore-scrittore paralitico in Il
mio piede sinistro, e, nello stesso anno, la miglior regia va a Oliver Stone per Nato
il 4 luglio, storia di un reduce del Vietnam che, a causa delle ferite riportate in
guerra, finisce in sedia a rotelle.
Il 1991 è lanno del successo dello psichiatra-psicopatico interpretato da Anthony
Hopkins in Il silenzio degli innocenti; il miglior attore del 1992 è Al Pacino,
che fa lex militare cieco in Scent of a Woman - Profumo di donna; lanno
successivo Holly Hunter si afferma nella parte della protagonista muta di Lezioni di
piano e nel 1994 Tom Hanks con il ruolo di Forrest Gump.
Nel 1996, Geoffrey Rush viene premiato per
linterpretazione del pianista australiano vittima di un collasso psichico, David
Helfgott, in Shine. Infine nel 1997 Jack Nickolson vince mettendo in scena la
nevrosi ossessiva dello scrittore protagonista di Qualcosa è cambiato.
Se a questo elenco aggiungiamo gli Oscar assegnati
allanziana Jessica Tandy di A spasso con Daisy, a Tom Hanks malato di Aids di
Philadelphia, a Nicholas Cage alcolista di Via da Las Vegas e infine a
Benigni ebreo di La vita è bella, scopriamo che la prestigiosa statuetta dorata
per la migliore interpretazione è diventata negli ultimi tempi pressoché
unesclusiva per gli attori che interpretano personaggi appartenenti a categorie in
qualche modo deboli, minoritarie o discriminate.
Correttezza politica
Le motivazioni di tale fenomeno sono forse riconducibili a
quel diffuso atteggiamento critico che attribuisce allelemento tragico un valore
più alto e nobile e che assegna ai personaggi drammatici una complessità espressiva più
elevata, individuando nella commedia un genere "basso" e nellattore comico
un interprete di "serie B". Vi è poi unattrazione costante del grande
pubblico per il patetico, predisposizione che si presta in maniera particolare ad essere
sfruttata attraverso un soggetto intrinsecamente commovente come quello
dellhandicap. Inoltre la parte del disabile tende a rendere più evidente il lavoro
dellattore sulla performance, esaltandone il virtuosismo e valorizzando gli
aspetti più spettacolari della recitazione. Infine, lintensificarsi di queste
motivazioni si può forse spiegare con la diffusione, soprattutto nella cultura
statunitense degli ultimi ventanni, dellidea di correttezza politica, che
induce anche il cinema ad uno sguardo più attento (a volte purtroppo anche più ipocrita,
edulcorato e paternalista) nella rappresentazione delle minoranze etniche e dei soggetti
socialmente deboli.
Nel tentativo di gettare uno sguardo retrospettivo,
necessariamente parziale data lenorme quantità di film sullargomento, sulla
rappresentazione dellhandicap nella storia del cinema, si potrebbe suddividere i
tanti e diversi esempi possibili in tre grandi categorie.
Senza la pretesa di una classificazione rigida e
definitiva, cercando piuttosto dindividuare degli insiemi sufficientemente distinti,
ma necessariamente interrelati (tantè che alcuni dei film citati potrebbero a pieno
titolo figurare contemporaneamente in tutti e tre i raggruppamenti), si può pensare a un
primo gruppo di film che tende a evidenziare gli aspetti coercitivi e limitanti
dellhandicap; un secondo gruppo di film che mostra le inaspettate potenzialità
positive di questa condizione; infine un terzo gruppo di pellicole più interessate
allhandicap come immagine/idea capace di rappresentare metaforicamente
qualcosaltro.
In molti film lhandicap viene rappresentato
sottolineando particolarmente gli elementi di privazione, di limite, di prigionia che esso
comporta. La fatica di vivere e la difficoltà di comunicare del disabile vengono
amplificate e centrale spesso diventa il racconto della sofferenza profonda, della
diversità inconciliabile. Lo sguardo insiste particolarmente sui momenti o sulle
situazioni in cui la mancanza diventa incolmabile e produce impedimento, emarginazione,
sconforto.

Daniel Auteuil e Pascal Duquenne ne lOttavo
giorno (1996) di J. Van Dormael.
Situazioni da melodramma
Esempio tipico di questa tendenza si ritrova nelle
situazioni emotive a tratti patetiche espresse dalle molteplici declinazioni del genere
melodrammatico. In Luci della città (1931), la storia damore
"impossibile" fra Charlot che si finge milionario e la giovane fioraia cieca
sfrutta lelemento patetico per raccontare la crudeltà sociale, con il celebre
finale in cui la donna, riacquistata la vista, scopre la vera identità del suo salvatore.
Lelemento dellhandicap svolge una funzione
centrale anche nei mélo anni Cinquanta: nel capolavoro di Douglas Sirk, La magnifica
ossessione (1954), la protagonista perde la vista in un incidente, per poi recuperarla
dopo infinite pene (damore), mentre in Un amore splendido (L. McCarey, 1957,
rifacimento di un film del 1939, rifatto nel 1994) un grave incidente occorso alla
protagonista impedisce e procrastina lincontro amoroso, anche se il finale è lieto.
Il melodramma continua a essere spesso collegato
allhandicap come dimostrano anche pellicole più recenti come Go now (M.
Winterbottom, 1996), storia damore fra unimpiegata e un operaio che si scopre
improvvisamente malato di sclerosi; oppure Jack (F.F. Coppola, 1996), che racconta
di un ragazzino di dieci anni condannato da una malattia rara ad invecchiare a una
velocità sorprendente, ritrovandosi giovane in un corpo dadulto. Anche Le onde
del destino (L. von Trier, 1996) utilizza lhandicap fisico (il protagonista è
paralizzato a letto da un incidente sul lavoro) come forte elemento drammatico che
sconvolge una felice storia damore.
Il melodramma è spesso presente anche in quei film che
mettono in scena un volto sfigurato, che condanna chi ne è vittima allemarginazione
sociale e al fallimento amoroso. Dallarchetipo rappresentato da Il fantasma
dellopera (fra le numerose versioni da segnalare quella horror-pop-musicale di
B. De Palma, Il fantasma del palcoscenico del 1974) a Luomo senza volto (opera
prima di Mel Gibson del 1993), passando per lormai classico The Elephant Man (1980)
di David Lynch, film sulla storia vera di un uomo nato deforme e sfruttato prima come
fenomeno da baraccone e poi come curiosità scientifica.
La dimensione del limite, dellimmobilità è anche
tipica del thriller, in cui la vittima o il testimone sono figure la cui possibilità di
agire/reagire sono compromesse da un handicap.
Esempio paradigmatico è la paralisi sulla sedia a rotelle
(anche se momentanea) del protagonista di La finestra sul cortile (1954) di
Hitchcock; ma si pensi a film come Gli occhi della notte (1967), in cui una ragazza
cieca, interpretata da Audrey Hepburn (nomination allOscar), è costretta a
fronteggiare tre delinquenti; o al recente Gli occhi del testimone (1995) in cui
una donna muta è testimone di un efferato delitto.
Un altro filone che narra delle difficoltà che comporta
lhandicap, in questo caso anche sul piano sociale, è quello dei film che raccontano
le sofferenze dei reduci di guerra rimasti invalidi. Film come Tornando a casa (1978)
o Nato il 4 luglio (1989) utilizzano ad esempio linvalidità dei loro
protagonisti per stigmatizzare le atrocità della guerra in Vietnam.
Passando dalle difficoltà del reinserimento sociale a
quelle del vero e proprio inserimento nella società, si può ricordare infine tutti i
vari "ragazzi selvaggi" del cinema, da quello di Truffaut (1969) a Lenigma
di Kaspar Hauser di Herzog (1974), fino a Nell (1994).

Una scena da Il mio piede sinistro (1989).
Potenzialità inattese
Cè una serie di film che individua nella condizione
del disabile, oltre alla dimensione del limite, comunque sempre presente, delle
potenzialità inattese capaci di farsi promotrici di un riscatto della persona,
rivelandone qualità straordinarie. In alcuni casi queste potenzialità permettono di
costruire nuovi canali di comunicazione capaci di sorpassare lostacolo
dellhandicap.
Si pensi innanzitutto a un film come Forrest Gump (R.
Zemeckis,1994), il cui protagonista, con un quoziente dintelligenza al di sotto
della norma, attraversa trentanni di storia americana determinando senza volerlo
eventi decisivi e ottenendo il successo in tutte le iniziative che più o meno
consapevolmente intraprende.
Versione italiana dagli esiti assai più modesti è Ivo
il tardivo (1995) di A. Benvenuti, il cui protagonista trova espressione attraverso il
mondo dellenigmistica, dipingendo un intero paesino di parole incrociate. E spesso
è proprio lestro artistico a compensare le mancanze del disabile fino
allesempio estremo del protagonista completamente paralizzato di Il mio piede
sinistro che impara, con lunico arto a disposizione, a dipingere e a scrivere.
Ma la prova più emozionante di capacità di tramutare il
trauma dellhandicap in forza espressiva è forse data dal film Blue (1993) di
Derek Jarman, attraverso il quale lautore, diventato cieco a causa dellAids,
racconta il suo mondo interiore attraverso voci-pensiero fuori campo su uno schermo che
rimane completamente blu per lintera durata del film.
Esistono poi molti film che raccontano lincontro,
spesso difficile, fra un portatore di handicap e una persona "normale".
Attraverso la conoscenza reciproca, prima superficiale e conflittuale poi sempre più
profonda, lincontro innesca una dinamica di cambiamento reciproco, spesso in
positivo. Struttura tipica di un film come Rain Man, questarchetipo narrativo
si può ritrovare in numerosissimi film. Lincontro assume di volta in volta i
caratteri del rapporto fraterno (lo stesso Rain Man, ma anche Lottavo
giorno, 1996), amoroso (Figli di un dio minore), paterno (Scent of a Woman,
remake americano dellitaliano Profumo di donna, del 1974).
Ci sono infine casi in cui laspetto metaforico
dellhandicap diventa così decisivo che la figura del disabile viene utilizzata per
parlare daltro. Gli esempi di questo gruppo possono essere davvero tanti, anche
perché il piano metaforico può spesso essere rintracciato in numerosi esempi delle
categorie precedenti.
Tom Cruise,
reduce in sedia a rotelle,
in Nato il 4 luglio (1989)
di O. Stone. |
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Il piano
metaforico
Lecito infatti domandarsi se Forrest Gump non sia
una personificazione dellamericano medio o se il protagonista di La finestra sul
cortile non sia una perfetta metafora dello spettatore cinematografico, tanto per
citare due casi il cui valore metaforico è lapalissiano. Dunque, con la consapevolezza
della sintesi arbitraria delle seguenti scelte, è possibile suggerire una serie di
immagini dellhandicap particolarmente stimolanti sul piano simbolico.
Un primo esempio riguarda tutti quei personaggi che nel
loro essere Freaks (per citare il film maledetto del 1931 di Tod Browning che
ancora oggi ci obbliga ad interrogarci sulletica della rappresentazione del deforme)
rivelano la loro natura malvagia e, come il Riccardo III shakespeariano (versioni
cinematografiche di Olivier, 1955; Loncrain, 1995; Pacino, 1996), sono
"costretti" dalla loro natura a fare del male. Da queste parti cè anche
il Dottor Stranamore (1964) di Kubrick, un Peter Sellers incastrato su una sedia a
rotelle in un tic caricaturale del saluto nazista. Ma si pensi anche, per restare a
Kubrick, al valore ambiguo che assume lintellettuale vittima-carnefice in
carrozzella in Arancia meccanica (1971).
Altri spunti di riflessione, per concludere, mi sembrano
offrirli alcuni film recenti che parlano in maniera forse indiretta ma comunque molto
significativa dellhandicap. Penso agli Idioti (1998) di von Trier, storia di
un gruppo di giovani che si finge handicappato per sfidare le convenzioni borghesi e
ritrovare unautenticità perduta in una sorta di utopia, coraggiosa ma fallimentare,
di fine millennio. Scenari utopici sul futuro prossimo venturo li disegna anche Wim
Wenders, che in Fino alla fine del mondo (1991) immagina una tecnologia in grado di
ridare la vista ai ciechi e di registrare i sogni.
Sul versante pessimista si situa invece limmagine
del futuro dellemergente Andrew Niccol (già sceneggiatore di The Truman Show),
che in Gattaca (1997) immagina un futuro nel quale lassoluto controllo sul
patrimonio genetico elimini completamente lhandicap congenito e crei una società
"perfetta", nella quale gli emarginati diventerebbero i cosiddetti "figli
dellamore", contrapposti ai prodotti "invincibili" (ma inquietanti)
dellingegneria genetica.
Matteo Columbo |