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molti cambiamenti avvenuti nella società hanno determinato mutamenti nei confronti del
vincolo matrimoniale, dei valori propri della coppia, della durata del legame. Sarebbe
però un errore considerare separazioni e divorzi caratteristiche delle nuove generazioni.
Non si può, infatti, concludere che in passato vigesse una forte stabilità coniugale
mentre lunica prerogativa del presente sia linstabilità. Oggi i giovani hanno
richieste e attese diverse dal matrimonio e lasciano impetuosamente emergere una non
banale domanda di felicità. Se rifuggono però da scelte definitive è perché non
vogliono giocarsi la vita per una causa non del tutto convincente. Il tema in oggetto è vasto e impegnativo: da una parte richiederebbe, per essere
adeguatamente approfondito, unampia rivisitazione storica; dallaltra
esigerebbe, per quanto riguarda il futuro, attitudini alla profezia che non sono
propriamente quelle del sociologo dal quale si attende, semmai, una ragionevole
previsione. Di qui, inevitabilmente, una scelta di campo ancorata soprattutto sul
presente, pur senza la rinunzia ad alcune incursioni nel passato e con alcune conclusive
aperture agli scenari futuri. Dallaltra parte è soprattutto con
"loggi" che deve confrontarsi la sociologia, così come, del resto, lo
stesso diritto: nelloggi gli uomini vivono e nelloggi gli uomini devono
riuscire a trovare risposta, in quanto possibile, ai loro problemi. Un altro preliminare
riguarda luso più frequente che si tenderà a fare dei concetti di
"stabilità" da un lato e di "fedeltà" dallaltro, piuttosto che
a quello di "indissolubilità".
Lindissolubilità è infatti una categoria per un verso giuridica
in quanto il divieto di rottura definitiva del matrimonio sia sanzionato dal
diritto, e di qui discenda la proibizione di successivi matrimoni "legali"
e per un altro verso religiosa, in quanto indica la percezione della persistenza
del vincolo coniugale come "impegno" verso il Dio fedele e insieme come
"dono" che scende dallalto. Dal punto di vista sociologico, tuttavia, la
categoria di "stabilità" ne co stituisce lequivalente, così come dal
punto di vista etico è il concetto di "fedeltà" che fornisce significato e
senso alla "indissolubilità". Poiché le riflessioni che seguono si situano in
una prospettiva essenzialmente sociologica, è ovvio che la principale categoria di
riferimento sia, appunto, la "stabilità".
Uno stereotipo alquanto diffuso, e spesso non poco acriticamente
ripetuto, è quello secondo cui vi sarebbe stata una sorta di brusco passaggio dalla
stabilità allinstabilità, a seguito del processo di modernizzazione: dunque, la
famiglia occidentale, un tempo stabile, sarebbe poi progressivamente transitata
nellarea dellinstabilità. La secolarizzazione dellarea occidentale, con
la conseguente caduta del significato propriamente religioso del vincolo matrimoniale,
avrebbe svolto, in questo passaggio, un ruolo determinante. Vi è una parte di verità, ma
solo una parte, in questo schema interpretativo che in realtà, alla luce delle recenti
ricostruzioni storiche, parziali e di insieme, chiede di essere in alcuni punti rivisto o
comunque reinterpretato.
In primo luogo si deve osservare che il confronto tra lasserita
stabilità del passato e la presunta instabilità della famiglia moderna è reso difficile
da un fatto sin qui, in generale, insufficientemente valutato, e cioè la diversa
propensione al matrimonio rilevabile nei due tipi di società. Al contrario di quanto
comunemente si crede, nella società occidentale, nel lungo arco di secoli che va dalla
crisi dellimpero romano a tutto il Settecento, il matrimonio non è stato affatto la
regola nel rapporto fra i sessi. Certo, la Chiesa per la sua parte e la società civile
(ma con minore convinzione) per la propria spingevano in direzione della legittimazione
dei rapporti sessuali e, di conseguenza, per la filiazione legittima; ma molti uomini e
molte donne si comportavano diversamente. Vi è una lunga galleria di uomini illustri
da Colombo a Cartesio, da El Greco a Galileo che hanno convissuto in via di
fatto e hanno avuto figli dalle donne con le quali convivevano, senza essersi mai sposati
o avendolo fatto molto tardivamente. Comportamenti di questo genere erano diffusi in tutte
le classi sociali, anche se per ragioni profondamente diverse; nelle classi più elevate
perché il principio del maggiorascato impediva il matrimonio legale dei non primogeniti,
onde evitare la frammentazione del patrimonio familiare; nelle classi più povere, perché
sposarsi e "metter su casa" comportava ieri come oggi costi e
oneri che, in una società povera, pochi potevano permettersi.
Non stupisce, dunque, che rigorose ricerche storiche abbiano messo in
evidenza la relativa rarità del matrimonio legale in Occidente: si valuta che per molti
secoli le persone sposate siano state meno della metà della popolazione adulta, anche
perché molte categorie di persone non solo i chierici, ma anche i servitori, i
marinai, i soldati, gli attori erano socialmente esclusi dal matrimonio. Il dato è
avvalorato, e in qualche modo documentato, dal rapporto, che allosservatore di oggi
appare del tutto anomalo, tra i figli legittimi e quelli illegittimi, i quali ultimi sono
stati in certi periodi in maggioranza. Nella società occidentale del Novecento, invece,
il matrimonio si è generalizzato, sino a raggiungere in Italia intorno agli anni 50
quello che per ora rimane il "massimo storico" di nuzialità: circa il 90% della
popolazione adulta. Nel 1951 solo il 7,85% degli uomini non erano mai stati sposati e il
14,49% delle donne sopra i 50 anni. Ora è ovvio che ad una più elevata e diffusa
nuzialità corrispondano più marcati fattori di instabilità. Quando le categorie "a
rischio" non si sposavano, evidentemente la famiglia come scelta operata dai
gruppi nel complesso più favoriti culturalmente e socialmente risultava più
stabile. Se il confronto si estendesse alle famiglie di fatto, il coefficiente di
instabilità della famiglia premoderna risulterebbe assai più elevato.
Alcuni mutamenti iniziali
Un secondo fattore che rende problematica ladozione del modello
«stabilità (di ieri)/instabilità (di oggi)», è rappresentato dallimportante
variante della durata dei matrimoni. Si è calcolato che ancora nel Settecento la durata
media del matrimonio si aggirasse attorno ai 17 anni (in certi periodi del Medioevo era
ancora più bassa). Nellarco di due secoli periodo di tempo relativamente
breve se ci si pone in una prospettiva di "lunga durata" la potenziale
durata media del matrimonio è oltre che raddoppiata, sino a situarsi oggi attorno ai
40-45 anni.
Infatti, pur se letà media di contrazione del matrimonio in
Occidente, e anche in Italia, si è sensibilmente elevata (sino a raggiungere nel 1996 il
dato di quasi trentanni per gli uomini e di 26-27 per le donne), in compenso le
speranze di vita sono fortemente aumentate, portandosi a circa 80 anni per le donne e a 75
anni per gli uomini. Da questi mutamenti demografici deriva un forte prolungamento
potenziale della convivenza, e il conseguente aumento dei rischi di instabilità. In altre
parole, se le convivenze matrimoniali, oggi, durassero soltanto 17 anni in media, il
numero delle separazioni e dei divorzi (molti dei quali, come noto, intervengono dopo i 20
anni di matrimonio) sarebbe assai più ridotto di quanto non sia.
Occorre tuttavia riconoscere che questi due fattori strutturali
più elevata percentuale di persone che si sposano, più lunga durata del matrimonio
non possono dare, da soli, ragione della crisi della stabilità matrimoniale
intervenuta in Occidente, e anche in Italia, nella seconda metà del ventesimo secolo. È
soprattutto con dati di ordine culturale che occorre misurarsi; e qui ci si incontra con
il vero elemento di novità dellapproccio giovanile al valore della stabilità
coniugale, e dal passato si transita necessariamente al presente.
Le attese di oggi
La ragione profonda della crisi va cercata e trovata nel radicale
mutamento intervenuto, con lingresso della modernità, nel "sistema delle
attese". Lelevato tasso di separazioni e di divorzi è essenzialmente dovuto
alla diversità della risposta che le attuali generazioni, a differenza di quelle del
passato, danno ad una sempre riproponentesi domanda: qual è il senso del matrimonio? Il
senso del matrimonio veniva ricercato, in passato, in ordine a tre fondamentali funzioni.
In primo luogo la procreazione socialmente legittimata: non (va sottolineato) la
procreazione tout-court, che può avvenire, comè ben noto (e come di fatto
avviene in tutte le società conosciute, anche se in misure sensibilmente diverse), in
altre forme. La vocazione alla paternità e alla maternità è profondamente radicata nel
cuore degli uomini e delle donne, e il matrimonio è il luogo nel quale questa aspirazione
si incontra con lesigenza di ogni gruppo umano di riprodursi. In questo senso il
matrimonio fecondo è stato considerato in tutte le epoche del passato (sino quasi ai
nostri giorni) un "matrimonio felice".
In secondo luogo al matrimonio è stata affidata una funzione di
protezione, emozionale e anche e soprattutto economica, rappresentando esso un modo di
migliore allocazione delle poche risorse disponibili. Anche in questo caso, uno stato di
vita che consentiva una vita più tranquilla e serena di quella ottenibile con il celibato
era considerato "un matrimonio felice". Infine, il matrimonio è stato
tradizionalmente il luogo non tanto del semplice esercizio della sessualità (che si è
sempre esplicata, in tutte le società, anche in altre forme), ma di una sessualità
socialmente, e soprattutto religiosamente accettata, in luogo di essere occultata e
marginalizzata. Ancora una volta, un matrimonio che avesse permesso un ragionevole e mutuo
soddisfacimento degli impulsi sessuali era considerato un "matrimonio felice".
Se si confronta questo schema, tipico del passato, con il vissuto delle
giovani generazioni si ha chiara la percezione del mutamento intervenuto e dunque del
cambiamento del "sistema delle attese". La procreazione non è posta più al
centro del rapporto di coppia; alla protezione contro i rischi dellesistenza si
provvede con il lavoro individuale e con il ricorso alle provvidenze dello Stato sociale;
gli impulsi sessuali non vengono più repressi né occultati, ma soddisfatti in molti casi
fuori dal matrimonio (con una significativa variante rispetto al passato, anche dalla
componente femminile della popolazione), né si ritiene più che sia necessario sposarsi
per appagare le proprie pulsioni sessuali.
Giovani in cerca di felicità
Pressoché nulla di ciò che gli uomini e le donne della premodernità
si attendono dal matrimonio persiste nel vissuto delle giovani generazioni. Ciò che
impetuosamente emerge, il terreno sul quale si deciderà il successo o linsuccesso
del matrimonio, è la realizzazione della felicità personale. Poco importa che si abbiano
figli; poco importa che il matrimonio consenta un tranquillo appagamento delle proprie
pulsioni sessuali, se alla fine non si raggiunge la felicità, se ci si sente
"infelici", e dunque insoddisfatti, inappagati, inquieti.
A dati in qualche modo oggettivi e misurabili si sostituiscono così,
nel passaggio della società premoderna alla società moderna, fattori in qualche modo
imponderabili, quali quelli che si riconducono allambigua e problematica categoria
di "felicità". Il matrimonio "tiene" se soddisfa questa aspirazione
alla felicità; non "tiene" più se sia ritenuto fattore di infelicità. Non vi
è dubbio che in questo modo il matrimonio moderno realizza un vero e proprio salto di
qualità rispetto al matrimonio premoderno. È potenzialmente più ricco, più espressivo,
più dotato di senso: ma nello stesso tempo più esigente. Una sorta di aurea
mediocritas come quella che caratterizzava non pochi matrimoni del tempo antico, e a
maggior ragione convivenze tenute in piedi per abitudine, o magari per amore del quieto
vivere e per pigrizia: tutto questo appare agli occhi delle giovani generazioni come un
inaccettabile arretramento rispetto alloriginaria e ricorrente domanda di felicità.
È per questo che il matrimonio viene molto spesso abbandonato.
È appena il caso di osservare che dietro a questo approccio mentale sta
larrière-pensée, che è poi un atteggiamento tipico delle società
divorziste, che la causa della mancata felicità del matrimonio sia dellaltro. Il
fatto che la fuoriuscita dal matrimonio, dopo la separazione o il divorzio, sia spesso un
altro matrimonio conferma appunto questa arrière-pensée, perché se si ritenesse
che linsuccesso del matrimonio fosse dovuto a propria responsabilità si opererebbe
una profonda conversione dei propri atteggiamenti e dei propri stili di vita, oppure ci si
rassegnerebbe a non sposarsi più, prendendo atto della propria fondamentale incapacità
di stabilire un felice rapporto di coppia. Ma lesperienza oltre che le
statistiche rivelano che difficilmente sarà così.
Occorre tuttavia rendersi conto che lattesa di felicità è una
"domanda seria" e che ad essa occorre prestare estrema attenzione. È doveroso
educare i giovani al realismo, alla presa di coscienza della realtà, alla consapevolezza
dei limiti insuperabili di ogni rapporto di coppia, anche il più armonioso; ma non
troverebbe ascolto alcuno, nelle generazioni giovanili, linvito a tenere in piedi un
rapporto matrimoniale quale che sia, da accettarsi per apatica rassegnazione, come una
sorta di condanna alla quale è impossibile sottrarsi (atteggiamento non insolito nelle
coppie anteriormente allintroduzione del divorzio, ma sempre meno frequente nelle
coppie di oggi, che operano ormai in una società divorzista non soltanto giuridicamente,
ma anche e soprattutto culturalmente).
Lemancipazione femminile
Dietro separazioni e divorzi occorre sapere leggere certo, molte volte,
superficialità, immaturità, fragilità di carattere e via dicendo; ma anche una forte e
legittima domanda di felicità. In prospettiva pastorale è necessario attrezzarsi non
solo per celebrare matrimoni "validi" ma anche matrimoni umanamente ricchi, e
dunque suscettibili di riuscita. Vi è infatti nella cultura contemporanea una sorta di
istintiva reazione di rigetto nei confronti della banalità, del grigiore,
dellanonimato nel matrimonio. Ciò che ieri appariva sopportabile, ed era di fatto
sopportato, ora non lo è più, né può esserlo più da parte delle nuove generazioni,
portatrici di una forte domanda di felicità coniugale. Qui si inserisce un tema centrale
che riguarda laspetto forse più evidente, e certo più incisivo, del mutato
atteggiamento delle nuove generazioni nei confronti del matrimonio, e cioè il nuovo modo
di porsi della donna verso questa istituzione.
Nella società del passato il matrimonio ha potuto essere letto a lungo
come una "struttura di protezione" della femminilità. Vi sono antropologi i
quali hanno interpretato listituto del matrimonio come «divieto sociale di una
maternità scissa dalla paternità», in altri termini come rifiuto sociale della figura
della ragazza-madre, nel presupposto empiricamente verificabile anche in società
considerate a lungo primitive, ma sotto questo aspetto forse più avanzate della nostra
che una procreazione monogenitoriale, di fatto affidata nella sua lunga fase di
gestione dopo il parto alla sola madre, fosse una procreazione "a rischio" e
dunque da evitare per un gruppo sociale preoccupato della propria autoconservazione e del
proprio sviluppo nel tempo. Analogamente hanno operato non solo in Israele ma in
quasi tutte le culture strutture sociali sostitutive del marito defunto in caso di
vedovanza, nel presupposto, di fatto verificabile, della strutturale condizione di
debolezza della donna sola. In questo senso il matrimonio ha operato nella storia come
elemento di sostegno delluniverso femminile inteso come "struttura della
debolezza".
Queste "ragioni di debolezza" sono tuttaltro che assenti
nelle stesse società industriali avanzate, le quali tuttavia hanno apprestato, in misura
ora più ora meno marcata, interventi rivolti a evitare alla società le conseguenze
sociali negative di una procreazione affidata a un solo partner, quello femminile,
privato del sostegno economico ma anche affettivo ed emozionale, delluomo. In
complesso, però, queste ragioni hanno perduto gran parte della loro persuasività in
relazione sia allingresso della donna nel mondo del lavoro, sia allintervento
stesso dello Stato sociale. Non è certo facile, oggi come ieri, educare un figlio da
sole; ma è meno difficile di ieri, e comunque questo fatto non sembra, agli occhi delle
nuove generazioni femminili, giustificare da solo il mantenimento di una relazione
ritenuta foriera di infelicità.
Segue: L'approccio giovanile al matrimonio - 2
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