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Welfare comparato:
risponde Maurizio Ferrera LEuropa sociale del Duemila a cura di Cristina Beffa |
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Dal suo inizio fino a oggi il sistema delle
assicurazioni ha risposto ai bisogni dei cittadini. Ma i cambiamenti degli ultimi decenni
esigono interventi oculati. Occupazione, mobilità, formazione sono gli investimenti
principali. Per non distruggere le risorse. Per dare futuro alle quattro formule
dellUnione europea. La totale dipendenza economica dai genitori ostacola la mobilità, favorisce loccupazione sommersa, innesca circoli perversi. Del resto, però, la minore stabilità dei rapporti familiari e la carenza delle risorse creano non pochi rischi. Sin dalle sue origini la protezione sociale ha dato un importante contributo alla modernizzazione della società europea, stabilizzando leconomia di mercato, consolidando le istituzioni democratiche e inventando nuove e originali modalità di risposta ai bisogni di lavoratori e cittadini. Il welfare state (Stato sociale) entra però nel suo secondo secolo di vita in condizioni di incertezza, spiega Maurizio Ferrera, docente di Scienza dellamministrazione allUniversità di Pavia e grande esperto di Politica comparata. «Il nucleo centrale di welfare prosegue è costituito dalle assicurazioni sociali, ossia schemi pubblici che garantiscono protezione nei confronti di un insieme predefinito di rischi: la vecchiaia, linvalidità, il decesso del coniuge, la malattia, la disoccupazione, linfortunio sul lavoro e i carichi familiari. Questa garanzia pubblica poggia su diritti soggettivi e automatici e implica linclusione obbligatoria di ampi settori della popolazione in regimi previdenziali gestiti dallo Stato e finanziati tramite contributi. Il welfare non si esaurisce però nelle assicurazioni sociali. Intorno a questo nucleo si sono sviluppati servizi sociali, politiche attive del lavoro, schemi di reddito minimo garantito».
«In larghissima parte sì. Le assicurazioni sociali sono diventate unistituzione vecchia per stare al passo con il mutamento rapido della società. La logica istituzionale che le governa ha dato origine a circoli viziosi, ossia trabocchetti che tendono a mantenere lo status quo. Si tratta di vere trappole che contrastano ogni cambiamento».
«Linvecchiamento della popolazione, levoluzione demografica, le trasformazioni dei rapporti familiari. La famiglia europea è diventata meno stabile che in passato. Basti pensare ai divorzi. Quindi si constata la crescita di famiglie monogenitoriali, nuclei con un solo componente. La minore stabilità dei rapporti familiari costituisce una nuova fonte di rischio sociale. Associata alla carenza di risorse, la rottura di una rete familiare produce situazione di bisogno, anche acuto. La precarietà dei rapporti è evidente nellEuropa del Nord, mentre in quella del Sud permangono le tradizionali funzioni di ammortizzatori sociali. Ma neppure nel modello latino di welfare la tenuta della famiglia è data da tutti per scontata».
«Il ruolo vicario della famiglia rispetto alle politiche pubbliche, come ammortizzatore degli squilibri di protezione, come camera di compensazione tra redditi e opportunità di garantiti e non garantiti, incontra limiti oggettivi di efficienza sociale. Le famiglie possono assicurare sussistenza e soddisfare molteplici esigenze di cura. Ma lo possono fare solo localmente. La dipendenza dalla famiglia è un chiaro ostacolo alla mobilità, alla disponibilità al lavoro. Lo svolgimento di funzioni improprie spinge il familismo del welfare europeo continentale verso adattamenti perversi. La famiglia tende a reagire secondo la logica del soddisfacimento locale, anche con la ricerca frenetica delloccupazione sommersa con le conseguenze funeste che conosciamo».
«Sotto il profilo delle norme istituzionali, i sistemi di protezione sociale europei differiscono principalmente rispetto a regole di accesso, formule di prestazione, finanziamento e assetti organizzativo-gestionali. Su questa base possono essere distinte quattro diverse configurazioni europee: Paesi scandinavi, anglosassoni, Europa centrale e quella meridionale».
«Nei Paesi scandinavi la protezione sociale è un diritto di cittadinanza, la copertura è universale (persino per quanto riguarda le indennità di malattia e maternità, che in Svezia e Finlandia vengono concesse anche a chi non partecipa al mercato del lavoro) e le prestazioni consistono in somme fisse di importo relativamente generoso, automaticamente erogate alloccorrenza dei vari rischi. Al di sopra di questo pavimento universalistico, i lavoratori occupati ricevono prestazioni integrative tramite schemi professionali obbligatori altamente inclusivi (in Svezia ne esiste uno solo per tutti) e con normative omogenee. Le prestazioni di assistenza pubblica svolgono un ruolo di integrazione residuale e piuttosto circoscritto. La protezione sociale è primariamente finanziata tramite il gettito fiscale, tuttavia, recentemente sono stati compiuti alcuni passi per estendere il ruolo dei contributi sociali (nel 1994 la Danimarca li ha introdotti per lassicurazione di malattia e di disoccupazione). Sotto il profilo organizzativo, i vari comparti del welfare scandinavo sono fra loro fortemente integrati e lerogazione delle prestazioni (inclusa una vasta gamma di servizi sociosanitari) è sotto la diretta responsabilità delle autorità pubbliche, centrali e locali. Lunico settore che resta fuori dal quadro organizzativo integrato è lassicurazione contro la disoccupazione che è gestita dalle organizzazioni sindacali».
«Naturalmente, la robustezza delluniversalismo scandinavo non va vista come un dato immutabile. Soprattutto in campo pensionistico vi sono segnali di crescente erosione: la Danimarca ha introdotto modifiche sulla propria pensione di base già dal 1994, la Finlandia ha seguito lesempio danese nel 1996. Nel 1997 la Svezia ha introdotto una verifica sui redditi per le pensioni alle vedove, al di sotto delletà pensionabile».
«Anche qui la copertura del welfare state è altamente inclusiva: ma può considerarsi pienamente universalistica solo in campo sanitario. Infatti, nel settore della garanzia del reddito i cittadini inattivi e gli occupati che guadagnano meno di un certo importo (54 sterline a settimana nel Regno Unito e 30 in Irlanda nel 1995) non sono coperti dalla National Insurance e non pagano, ovviamente, i relativi contributi. Le prestazioni della National Insurance sono a somma fissa e di importi più modesti che in Scandinavia. La fascia delle prestazioni assistenziali con verifica delle condizioni di bisogno è molto più estesa. Per quanto riguarda il finanziamento, si tratta di sistemi misti: la sanità è interamente fiscalizzata, mentre le prestazioni in denaro, soprattutto di natura assicurativa, sono in buona parte finanziate tramite contributi sociali. Come in Scandinavia, il quadro organizzativo è fortemente integrato e totalmente gestito dallapparato amministrativo pubblico: le parti sociali giocano un ruolo secondario».
«Qui la tradizione bismarckiana, che prevede un collegamento fra posizione lavorativa e prestazioni sociali, è ancora influente tanto nel settore della garanzia del reddito quanto nel settore sanitario. Solo lOlanda e la Svizzera hanno parzialmente ibridato tale tradizione introducendo alcuni schemi a carattere universalistico. Le formule di prestazione, proporzionali al reddito e di finanziamento tramite contributi sociali, in larga misura rispecchiano logiche di natura assicurativa anche se non strettamente attuariale, con discipline spesso diverse a seconda dei gruppi professionali. Questo approccio di impronta fortemente occupazionale si riflette anche nei moduli organizzativi e gestionali. I sindacati e le associazioni dei datori di lavoro partecipano attivamente al governo degli schemi assicurativi di categoria, conservando qualche significativo margine di autonomia rispetto ai poteri pubblici, soprattutto in campo sanitario. La gran parte della popolazione risulta coperta dalle assicurazioni sociali, tramite diritti propri o derivati. Lobbligo assicurativo scatta automaticamente con linizio di unoccupazione produttrice di reddito. È da notare, tuttavia, che in Germania e in Olanda fasce di reddito più alte, poco sopra i 70.000 DM e sopra i 60.000 Fl annui, sono esentate dallobbligo assicurativo in campo sanitario. Chi scivola sotto le maglie assicurative può ricorrere alla rete di protezione assistenziale di base abbastanza robusta, ma meno standardizzata che in Scandinavia o nelle isole britanniche».
«Si tratta di welfare state contraddistinti da gradi di maturazione, anche istituzionale, non del tutto omogenei: il sistema di protezione italiano può dirsi largamente maturo pur con tutte le differenziazioni tra Nord e Sud del Paese, mentre il sistema spagnolo e in particolare quello greco e portoghese si trovano ancora sulla strada della maturazione. Il dibattito comparato ha finora considerato questi sistemi come appartenenti alla famiglia continentale, al regime di welfare conservatore-corporativo. Il loro raggruppamento in una famiglia separata viene giustificato dal fatto che nei Paesi sud-europei troviamo sistemi di garanzia del reddito di impronta bismarckiana, altamente frammentati lungo demarcazioni occupazionali e con formule di prestazioni molto generose. A differenza di quanto accade nellarea europeo-continentale, nellEuropa del Sud manca tuttavia unarticolata rete di protezione minima di base. Questa anomalia ha recentemente dato qualche segno di attenuazione grazie allintroduzione di schemi di reddito garantito a livello locale in Italia, Spagna e Portogallo. Ma le lacune di copertura restano vistose. Dallaltro lato, tutti e quattro i Paesi hanno istituito nellultimo quindicennio dei Servizi sanitari nazionali a vocazione universale, basati cioè su diritti di cittadinanza. Luniversalizzazione dellaccesso e la standardizzazione delle prestazioni possono dirsi compiute solo in Italia. Anche Spagna, Portogallo e Grecia hanno formalmente introdotto dei Servizi sanitari nazionali, ma la transizione dalle vecchie mutue categoriali al nuovo assetto è tuttora in corso. La destinazione finale è comunque quella di una cittadinanza sanitaria universale e standardizzata. Così la protezione sociale sud-europea è caratterizzata da un orientamento misto: gli schemi occupazionali e le parti sociali giocano un ruolo importante nel settore delle prestazioni economiche ma sempre meno nel settore della sanità. In questultimo settore, invece, il gettito fiscale sta gradualmente sostituendo i contributi sociali come fonte di finanziamento».
« Lesistenza di unampia e vivace comunità di dibattito internazionale, nonché lattivismo delle istituzioni europee nel diffondere raccomandazioni e nel promuovere gli scambi di informazione sono due fattori che favoriscono una progressiva convergenza qualitativa fra i vari sistemi. Tale convergenza trova però robusti argini nelle diverse configurazioni politico-istituzionali in cui si articola il modello sociale europeo».
«In una certa misura sì, almeno per qualche tempo ancora. Fra i tanti settori in via di integrazione, lEuropa sociale è per ora fortemente sotto-istituzionalizzata e la retorica della sussidiarietà gioca a favore dei particolarismi sociali nazionali. La definizione di un nuovo contratto sociale su scala continentale, di un vero welfare state a livello comunitario si profila come un processo lento e accidentato. In base ai documenti ufficiali (soprattutto dopo le revisioni di Maastricht e di Amsterdam) la promozione della solidarietà e della coesione sociale figura tra gli obiettivi fondamentali dellEuropa unita; linsieme delle norme approvate e attualmente vigenti sono tuttaltro che trascurabili, soprattutto tenuto conto dei punti di partenza. Il margine di movimento dellUnione europea resta tuttavia esiguo, soprattutto in paragone alla sfera economica e in prospettiva a quella monetaria. Le competenze formali sono meno ampie, le procedure decisionali più esigenti e il principio di sussidiarietà spinge sia gli Stati membri sia le sedi decisionali comunitarie a collocare la protezione sociale tra le aree "naturalmente" riservate alla competenza nazionale. Come è stato più volte osservato, questo stato di cose comincia a sollevare qualche serio problema allEuropa. Si tratta di problemi che anche i critici ultraliberisti del welfare farebbero bene a prendere sul serio. La creazione del mercato interno e dellUnione economica e monetaria non è uno sviluppo neutrale rispetto al funzionamento dei sistemi nazionali di protezione. Nel dibattito sulla crisi del modello sociale europeo il problema delle compatibilità fra mercato e welfare è tematizzato in termini "orizzontali" e pone seri interrogativi: quanto e quale tipo di welfare un Paese può permettersi dati i vincoli e le opportunità connesse al nuovo contesto economico comunitario e globale? Assai più rare sono le tematizzazioni in chiave "verticale", in cui il quesito di base è invece: quanto e quale tipo di welfare è opportuno avere a livello di Unione europea dati quei nuovi vincoli e quelle nuove opportunità? Sulla rilevanza di tale quesito possono esservi pochi dubbi e lassenza di risposte rischia di avere conseguenze poco desiderabili non solo rispetto agli obiettivi economici».
«Bisogna passare dalla tutela della disoccupazione alla promozione delloccupazione, ossia un pacchetto di risorse che assicurino possibilità di partecipazione a un riformato mercato del lavoro. Urgono regole di finanziamento e di computo delle prestazioni sociali consone agli incentivi al lavoro. Ancora: mercato del lavoro più equo e flessibile, riorganizzazione dei servizi per limpiego e lorientamento, istruzione e formazione senza illudersi che le abilità professionali saranno lunica panacea perseguibile. Da ultimo, ma non meno importanti delle urgenze appena elencate, servono politiche di promozione della mobilità dei lavoratori europei».
«Tre aspetti sono da tenere presenti: il paniere dei rischi, oggetto di obbligo assicurativo; le formule di finanziamento e prestazione; modalità organizzative. Un serio progetto di ricostruzione del welfare europeo dovrà ovviamente includere molti altri tasselli. Anzitutto lidentificazione di accorgimenti istituzionali che scoraggino la logica delle spettanze e i suoi effetti perniciosi sui piani cognitivo, normativo e politico. Inoltre, bisogna porre freni esterni, ossia accorgimenti istituzionali da apportare ai microcircuiti polititico-decisionali e vere e proprie regole costituzionali. Il welfare del futuro deve diventare sostenibile, i suoi schemi e i suoi programmi dovrebbero situarsi al di sopra di soglie minime di giustificabilità riconosciute da unopinione pubblica informata e consapevole». c.b.
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