| Un riordino dei servizi è divenuto ormai
urgente. Anche se non risolverà tutte le ambiguità del sistema. La politica sociale deve
salvaguardare le reti primarie. Promuoverle e integrarle. Per una migliore qualità della
vita. Considerare il rapporto
famiglia-protezione sociale implica preliminarmente affrontare un problema metodologico;
problema in realtà non solo teorico, ma anche operativo dato che la protezione sociale e
i servizi pubblici, se vogliono operare, devono in ogni modo darne una soluzione e di
fatto, come vedremo, lhanno data.
Da una prima angolatura si può affermare che il welfare nel nostro Paese, dal
momento in cui non ha seriamente elaborato un programma organico di politiche della
famiglia, è portato a non relazionarsi con famiglie, ma con individui.
Negli anni 50, ad esempio, lassistenza sociale si occupava essenzialmente
di povertà ed emarginazione. Erano i "senza famiglia", quelli di cui essa si
prendeva cura. Le famiglie stesse consideravano poco favorevolmente lipotesi di
unintromissione dei servizi nella loro vita. Era il modello
dellautosufficienza familiare, a sua volta saldamente radicato in un contesto
culturale di tipo familistico.
Successivamente, sul finire degli anni 60, lesplosione di domande sociali
salta a piè pari la famiglia. Al centro è il gruppo sociale, la categoria, il
collettivo. Il welfare ne darà una lettura aggregata per categorie di bisogno.
Lindividuazione del bisogno specifico connota il titolare povero, anziano,
portatore di handicap , a prescindere dal contesto familiare in cui è collocato. La
famiglia deve stare fuori dalla porta dei servizi. In tempi più recenti, alle famiglie si
ricomincia a prestare attenzione, in quanto luogo di condivisione dello stato di bisogno e
della sofferenza, di produzione del bisogno, in quanto risorsa per affrontarlo.
Ma fino a che punto questa nuova sensibilità si limita alla riflessione culturale o,
invece, informa di sé il concreto operare dei servizi, latteggiamento di fondo del
sistema di protezione sociale? Fino a che punto cioè la famiglia viene concettualizzata
in quanto tale nellorizzonte culturale e operativo del welfare?
Da un secondo punto di vista si può osservare che tutto questo, tuttavia, non
impedisce che levoluzione del sistema di welfare abbia ripercussioni di
grande rilievo sulle famiglie; ciò con tanta maggior evidenza dal momento in cui è in
atto una revisione di fondo, nel nostro come in altri Paesi, degli schemi consolidati di
protezione sociale. Negli ultimi tempi si è assistito a una riscoperta
dellimportanza della famiglia per i sistemi di welfare.
I punti caratterizzanti tale riscoperta possono essere così riassunti: riconoscimento
della centralità sociale della famiglia, e dellimportanza per la riproduzione
sociale delle funzioni da essa svolte. I fallimenti denunciati dalle sperimentazioni
alternative alla famiglia, la considerazione degli effetti devastanti sul tessuto sociale
che in alcuni Paesi si evidenziano a seguito dellestendersi di fenomeni di crisi,
oltre che la considerazione del rilievo economico delle funzioni di cura da essa svolte,
sono stati da questo punto di vista decisivi; riconoscimento che le famiglie, e più in
generale le reti sociali primarie, debbono essere salvaguardate sia dai processi
disgregativi indotti dal procedere della modernizzazione, sia da uneccessiva
colonizzazione statuale, che rischia a sua volta di depotenziarne lautonomia
rendendole vieppiù subalterne ai servizi; orientamento favorevole verso interventi di
promozione, supporto e integrazione, più che di sostituzione, in applicazione, implicita
o esplicita, del principio di sussidiarietà.
La famiglia viene in definitiva vista come un luogo che può contribuire con la sua
soggettività a fronteggiare la crisi dei sistemi di welfare. Da ciò la sua
rinnovata considerazione come una delle strutture portanti di forme di organizzazione
sociale nelle quali la presa in cura (care) dei soggetti avviene da parte della
comunità e i servizi sociali sono il prodotto di un mix integrato di produttori:
stato, privato sociale, famiglia, reti di relazioni comunitarie e mercato.
Strategie diverse
Tale riscoperta assume tuttavia forme ambigue ed
è passibile di sviluppi profondamente diversi. In essa, infatti, giuste considerazioni,
che si inseriscono in una prospettiva evolutiva del welfare, si saldano a
necessità derivanti puramente dalla crisi di questultimo. Nel primo caso si tratta
di giuste considerazioni sui limiti qualitativi che ineriscono lofferta pubblica di
servizi quando si sostituisce al care comunitario, soprattutto dal momento in cui
levoluzione sociale induce una radicale diversificazione delle domande e richiede
una tendenziale personalizzazione degli interventi. Nel secondo la riscoperta della
famiglia nasce dalla considerazione dei limiti quantitativi dellofferta pubblica, e
ha origine in motivazioni di carattere finanziario.
È evidente come dai due ordini di motivazioni possano derivare strategie di azione
profondamente diverse. Mentre infatti il primo tipo di considerazioni induce a ragionare
in termini di riordino del sistema di protezione sociale, il secondo induce semplicemente
a scaricare sulle famiglie costi che lo Stato non è più in grado di sopportare.
Poiché i vincoli di natura finanziaria non possono puramente essere rimossi, solamente
con un sussulto di volontà, è probabile che il futuro ci riservi una miscela di queste
due logiche di azione, come del resto sembra essere avvenuto negli ultimi tempi.
Comunque sia il cambiamento rispetto al passato non potrà che essere abbastanza netto.
Se infatti fino a qualche tempo fa ci si attendeva che le famiglie avrebbero finito per
assegnare un numero crescente di compiti ai servizi pubblici, ciò è avvenuto molto meno
di quanto ci si aspettava. È probabile che finora le famiglie abbiano sperimentato più
gli aspetti negativi che quelli positivi, ma, di fatto, il rapporto che esse intrattengono
con il sistema di welfare appare per molti aspetti sotto tensione.
I servizi pubblici hanno manifestato limiti sostanziali, sia sotto il profilo
quantitativo che sotto quello qualitativo. Il nostro Paese sembra denotare una minore
estensione sia dellassistenza domiciliare integrata che dellofferta di luoghi
di cura adatti a persone non autosufficienti. I servizi hanno spesso tacitamente supposto
che le loro inefficienze fossero supplite dalle famiglie e queste ultime, avendo nel
contempo elevato il livello qualitativo della domanda rivolta ai servizi, si sono ben
presto dimostrate deluse da ciò che il "pubblico" poteva offrire. Alle famiglie
si chiedono sempre più spesso forme di compartecipazione economica.
Entrambe le parti in causa Stato e società hanno così finito per
convergere nel riassegnare funzioni di servizio alle famiglie. Ciò è avvenuto in materia
di anziani non autosufficienti, di malati terminali, di malattie mentali, di portatori di
handicap.
Quando, daltra parte, c'è unintegrazione tra servizi e famiglie, oggi non
ci si attende più che il rapporto sia puramente di delega, come avveniva negli
"oratòri" di una volta. Le famiglie sono dunque sollecitate contemporaneamente
da molti soggetti a partecipare, a farsi coinvolgere, a non delegare: dalla scuola
allassociazionismo educativo e a quello sportivo; dai servizi di cura
allassociazionismo assistenziale.
Tutto questo è avvenuto per lo più senza unadeguata considerazione delle
trasformazioni incorse nel frattempo allinterno delle famiglie:
linvecchiamento della popolazione, il diffondersi del modello coniugale a doppia
carriera, il tramonto delle tradizionali solidarietà di genere per cui le donne erano
comunque disponibili a farsi carico dei compiti di cura, il permanere e sotto certi
profili lestendersi degli impegni domestici derivanti dalla crescita nella
qualità ricercata nei servizi familiari.
La logica dei servizi
Una prima direzione in cui ci si attende una
sterzata nelle modalità di porsi dei servizi riguarda la necessità che essi tengano
programmaticamente conto dei contesti familiari nei quali i soggetti vivono. Non si tratta
tanto di sostituire la famiglia allindividuo nellattenzione dei servizi, ma di
affiancare a esso un interesse per la prima che in genere manca. In alcuni ambiti ciò
già avviene, come in quella parte, peraltro minoritaria, dei servizi consultoriali che si
occupa di famiglie, o nei servizi per contrastare la tossicodipendenza e in quelli per
promuovere laffido. Ma per lo più si tratta di situazioni particolari, con disagi
pronunciati e patologie evidentemente familiari.
Occorre che diventi unattenzione costante, generalizzata, a cominciare dal
momento in cui si prende il primo contatto con lutente e ci si informa su di lui. In
che misura la famiglia è lorigine del problema, in che misura ne viene coinvolta,
in che misura può essere una risorsa per affrontarlo?
Un orientamento così strutturato porterebbe assai più facilmente a considerare le
differenze grandissime esistenti tra le famiglie quanto a risorse a disposizione, non solo
in termini di reddito aspetto anchesso troppo spesso trascurato , ma
anche in termini di tempo disponibile, di necessità di cura, di disponibilità di reti
parentali su cui poter contare o che viceversa necessitano di sostegno.
Il discorso sulla "famiglia come risorsa" uscirebbe dallastratto e ci
si interrogherebbe più concretamente su quali condizioni e da che punto di vista le
famiglie possano porsi come partners dei servizi e delle altre famiglie. Se le
risorse, anche finanziarie, scarseggiano e ci si deve avvalere di risorse comunitarie
prima trascurate, ciò non può essere fatto scaricando i problemi in modo
indifferenziato, ma si tratta di individuare dove esistono risorse inutilizzate.
E si tratta di mobilitare queste risorse; poi di mantenerle in gioco. Porsi in
relazione con le famiglie, pensarle come partners dei servizi, implica sviluppare
nel lavoro sociale una modalità dazione di tipo nuovo, che comincia a essere
sperimentata, ma che richiede un diverso impegno e un profondo cambiamento di mentalità.
Si tratta di un tipo di azione volta non ad erogare prestazioni, bensì orientata alla
promozione di risorse comunitarie. Essa può realizzarsi in varie forme, orientate a
valorizzare chi pensa (sbagliando) di non poter essere risorsa; a informare delle
possibilità che esistono; a offrire la possibilità di sperimentarsi in ambiti limitati,
che esigono un impegno contenuto; a rimuovere resistenze culturali; a supportare inoltre
con aiuti monetari, logistici e professionali (counseling), per indurre circuiti
virtuosi di attivazione di disponibilità; a considerare le famiglie come interlocutrici
nella realizzazione di programmi di salute.
Molti problemi sociali attuali, inoltre, hanno natura complessa ed esigono approcci
altrettanto complessi. Basterebbe pensare alla questione del disagio giovanile: si tratta
di problemi che non possono essere radicalmente risolti una volta per tutti, in quanto
sono il sintomo di difficoltà più ampie nei legami sociali. Nei loro confronti
lapproccio "terapeutico" con cui ci si approssima può risultare
sostanzialmente inefficace e motivo di frustrazione per tutti. Può mancare la
"somatostatina" e le "competenze" realmente decisive.
Segue: La riscoperta
della famiglia - 2
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