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La diffusione del
fenomeno è da ricercare nella sfiducia della gente verso le grosse organizzazioni. Oggi
prevale limpegno mirato e misurabile. Aiutare chi è meno fortunato risponde a un
bisogno di partecipazione. Luca Jahier, 36 anni, dal 1994 è
presidente della Focsiv, la Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale
volontario, il maggior raggruppamento italiano di associazioni impegnate sul fronte della
cooperazione. Delle 55 Ong (Organizzazioni non governative) federate, diverse si occupano
specificatamente di adozioni (o del sostegno) a distanza e di forme similari di
solidarietà. Con lui parliamo del ruolo crescente che questa forma di partecipazione
riveste nel contesto più vasto della collaborazione nord-sud.
- Dottor Jahier, il fenomeno del "sostegno a
distanza", singola o familiare, copre uno spazio sempre più largo della solidarietà
tra Paesi sviluppati e Paesi poveri. Come la giudica?
«Il mio è un giudizio bivalente: come per ogni azione
umana, dipende se ci si ferma, come dire, ai primi moti del cuore, oppure se si riesce a
cogliere questa occasione per andare avanti, crescere e partecipare a quello che sta
dietro».
- Qual è, secondo lei, la ragione del successo?
«Ladozione a distanza, meglio sarebbe chiamarlo
"sostegno", non è un fenomeno nuovo: ci sono alcuni gruppi e alcune realtà che
lo propongono senza clamori da trenta-quarantanni, prima ancora che la promuovessero
gruppi di base. Per fare un esempio, a Roma cè un gruppo composto da famiglie
legate a un padre gesuita che lavora in India; nessuno lo conosce al di fuori del
"giro", eppure questo gruppo raccoglie circa 5 miliardi lanno che vanno a
sostenere famiglie povere indiane. Basti pensare ancora al sostegno dei seminaristi fatto
dalle pontificie opere attraverso forme di adozioni. È vero, però, che il fenomeno ha
conosciuto uno sviluppo enorme negli ultimi anni grazie al grande coinvolgimento mediatico
e alle sposorizzazioni di divi dello spettacolo e dello sport».
- Questo sviluppo non nasconde, al fondo, un senso di
sfiducia verso le grandi forme organizzate della cooperazione?
«Certamente lorigine del successo recente del
"sostegno a distanza" o delle forme analoghe di solidarietà è dovuta in parte
a una certa sfiducia generalizzata che nel nostro Paese si è manifestata in forma più
acuta dopo gli scandali della cooperazione gli anni scorsi e che ha finito, come sempre,
per trascinare limmaginario collettivo a trascurare il buono che cera, in
definitiva. Ancora oggi si valuta che i fenomeni di corruzione non abbiano toccato più
del 10-15% di tutta lattività di cooperazione, ma è rimasta una macchia. Più in
generale ha generato nel nostro Paese una sfiducia verso tutto ciò che è grande, che è
distante, che non è immediatamente percepibile e misurabile. Cè quindi il
prevalere di un impegno sociale in qualcosa di molto piccolo, mirato, diretto che io posso
controllare, considerare mio. In questo risiede lambivalenza, di cui dicevo, la
valenza e il limite».
«Da un lato il "sostegno a distanza"
rappresenta una grande spinta positiva, un tipo di proposta che nel limite
dellimpegno personale che richiede (poche decine di migliaia di lire al mese) è
significativa, anche se limitata; dallaltra offre una modalità di intervento a
quelle persone che tutto sommato erano sempre rimaste ai margini di un impegno diretto
nella cooperazione e nella solidarietà, per farle coinvolgere in un rapporto diretto.
Quindi laspetto fortemente positivo è il coinvolgimento diretto che questa proposta
sta suscitando anche in piccoli gruppi di famiglie e di persone».
«Il limite può essere che ci si fermi solo
allaiuto inviato a una famiglia lontana o a un bambino, nella sicurezza che questi
soldi arrivino davvero e non finiscano nei mille rivoli di altre istituzioni. Il problema
è di non perdere di vista la realtà che sta dietro questo gesto. Non parliamo dei
fenomeni più gravi, quali possono essere i bambini schiavi, i bambini lavoratori, i
bambini di strada e quantaltro cè di miserevole. Certamente è importante
sostenere alcune famiglie e alcuni bambini perché possano tirarsi fuori dal proprio
contesto. Però alcuni problemi sono molto più strutturali: e lì occorre intervenire con
progetti di sostegno allistruzione, con attività formative, sulle condizioni più
generali di vita, sulla promozione di attività socio-economiche che generino opportunità
di reddito. In certe zone del Sahel, del Bangladesh o dellAmerica Latina posso
sostenere quante famiglie voglio, o fare assistenza per la vita, ma se non creo anche
opportunità di sviluppo non risolvo i problemi».
- Questo vuol dire che il "sostegno a distanza" non
basta?
«Non basta assolutamente come nessuna delle azioni di
solidarietà e cooperazione prese a sé stanti. È un gesto che è utile, che può fare
del bene, a certe condizioni che possono generare anche delle opportunità. Dice un
vecchio detto che se in tutta la mia vita ho contribuito a salvare soltanto una persona,
ho già fatto qualcosa di straordinario. Questa valenza etica del gesto in sé ha un suo
significato. Anche per la realtà locale. Di fatto molte delle associazioni che promuovono
il "sostegno a distanza" lo ancorano ad attività di missionari che sono
presenti in loco e ne fanno uno strumento che si inserisce in una politica
complessiva. Oppure sono organismi non governativi di volontariato e di cooperazione che
fanno questo, accanto ad una serie di altre azioni».
- Diciamo chiaramente che è uno degli strumenti della
cooperazione.
«Il suo valore aggiunto, in qualche misura, può proprio
derivare dal fatto che permette di coinvolgere un numero più elevato di persone. Il punto
è che il coinvolgimento di queste persone, al di là della loro buona volontà e della
profonda rettitudine del gesto, venga intercettato successivamente dalle associazioni che
propongono le cosiddette adozioni a distanza, come prima occasione di un cammino che va
oltre. Il rischio, ripeto, è che il tutto si esaurisca nel fatto che avendo aiutato,
esaurisco il mio compito».
- Ma, allora, il privato che cosa può fare per inserirsi
maggiormente nella cooperazione? Questo coinvolgimento come può concretamente
materializzarsi?
«Ci sono persone che hanno cominciato con il
"sostegno a distanza" lasciandosi poi coinvolgere dalla realtà nella quale è
inserita: partendo come volontari con la loro famiglia, impegnandosi negli organismi di
cooperazione, nel fare unazione di informazione e sensibilizzazione. Le forme di
impegno possono essere tante, nessuna è risolutiva presa a sé, ma tutte concorrono a un
coinvolgimento più ampio».
- Abbiamo parlato di cooperazione internazionale. Comè
attualmente lo stato di salute della nostra?
«Lo stato di salute della cooperazione si potrebbe
liquidare con il titolo di quella commedia inglese: "Aspettando Godot"».
«Aspettiamo fondi, aspettiamo riconoscimenti per i
volontari: sono sempre meno rispetto a quelli dei Paesi europei; quindi non solo fondi, ma
anche garanzie, tutele giuridiche, riconoscimenti: i nove decimi dei volontari che partono
sono dei fuorilegge; partono senza tutela né garanzie, pur essendo stata lItalia il
primo Paese in Europa, trentadue anni fa, ad approvare una legge sul volontariato, la
famosa legge Pedini. Oggi siamo a meno di cento unità riconosciute dallo Stato (in
Francia sono 1.900, in Gran Bretagna 2.500, con un aumento del 20% nellultimo anno):
cè di che riflettere».
«Occorre riconoscere che, nella ristrettezza assoluta dei
fondi, gli stanziamenti per la cooperazione non sono stati una preoccupazione prevalente
dei nostri governi degli ultimi anni, di qualunque colore fossero. I problemi sono
sostanzialmente di tre tipi. Il primo è un problema di burocrazie; in questo Paese prima
nessuno ha controllato nulla, oggi tutti sono più realisti del re, prevale la presunzione
di non innocenza: visto che per definizione qualcuno ruba, bisogna partire dal presupposto
che tutti sono potenziali ladri. Quindi si sono moltiplicate burocrazie impossibili, che
in alcuni casi costano molto di più dei soldi erogati.
«Il secondo problema è che in questi anni, contro la
volontà o le azioni di ministero degli Esteri, ha sempre prevalso il maglio terribile
delle esigenze di Cassa determinate dal Tesoro. Anche ritardando il pagamento di dieci
miliardi a una Organizzazione non governativa si fa cassa, perché sembra paradossale, ma
le grandi economie e i grandi risparmi sono fatti con le mille e una chiusure, facendoti
tornare uninfinità di volte per avere i soldi che ti avrei dovuto dare.
«La terza questione è che cè la necessità di
recuperare una chiara priorità politica e culturale dellimpegno italiano nella
cooperazione. Non è pensabile reggere le sfide che ci stanno di fronte senza un serio
impegno continuativo; e non è sicuramente tutto confinabile, come certi media o certa
opinione pubblica rischiano di pensare, a qualche grande azione umanitaria o a una grande
raccolta di fondi miliardari in qualche serata televisiva. Sono necessarie azioni
coordinate e prolungate e questo deve diventare anche parte di priorità politica».
- Anche perché dagli ultimi dati della Fao pare che la fame
nel mondo aumenti e che la forbice del benessere tra nord e sud si apra sempre di più.
«Tre o quattro anni fa a Madrid a un vertice della Banca
mondiale si disse che cerano 1,2 miliardi di persone nel sud del mondo, cui se ne
aggiungevano 200 milioni nel nord, in stato di completa povertà che non potevano più
essere recuperate e che quindi erano condannate. Stiamo parlando di un miliardo e mezzo di
persone che sono sotto il livello del limite di sopravvivenza. Il fatto è che continuiamo
solo a spendere parole e che tutti i Paesi occidentali stanno diminuendo i fondi per la
cooperazione. Un dato della contraddizione della politica: nei giorni in cui stavano
riesplodendo sulle nostre coste gli sbarchi di immigrati dai Balcani, a metà novembre,
DAlema in Parlamento disse che lunica vera risposta nel lungo periodo era
quella di aumentare la cooperazione, per creare ricchezza in quei Paesi. Ebbene, in quello
stesso giorno la Commissione Bilancio alla Camera dei deputati passava un emendamento che
tagliava venti miliardi alla cooperazione».
- Quindi le prospettive non sono positive.
«Direi che cè questa grandissima contraddizione a
livello internazionale: mai come negli ultimi anni, dal vertice di Copenaghen in poi,
tutti i grandi summit internazionali delle Nazioni Unite sono stati la punta più
avanzata di teorizzazioni sulla lotta contro la povertà. E mai come in questi anni i
governi hanno staccato la spina, i finanziamenti sono diminuiti e in molti casi si sono
fatti enormi passi indietro. In alcuni casi si è ritornati a trentanni fa, quando
la cooperazione era intesa per alcuni come affari, per altri come interventi straordinari
in casi di guerre o carestie».
- Unultima cosa, per tornare alle forme di
collaborazione dirette, come le adozioni. Alcuni enti locali promuovono forme di
cooperazione cosiddetta decentrata: gemellaggi o adozioni pubbliche. Che cosa ne pensa?
«Sono sicuramente una delle dimostrazioni che malgrado i
governi abbiano tagliato i fondi e ci sia stata una caduta di sensibilità, in questi anni
sono aumentati i gruppi, sono cresciuti i movimenti e in Italia in particolare si sono
affacciati sulla realtà della cooperazione moltissimi enti locali: regioni, province e
comuni. Questo lo giudico un segno sicuramente positivo di una tendenza diversa: le
trentamila persone che si sono recate in Bosnia durante i giorni drammatici del conflitto,
con la partecipazione di migliaia di enti locali, sono state il più grosso fatto sociale
di solidarietà internazionale dopo le marce per il Vietnam. È uno degli elementi che
possono dare speranza. Certo, occorre fare attenzione alla tentazione di costruire tanti
piccoli ministeri degli Esteri, oppure di dar vita a tante iniziative scoordinate, come se
gli enti locali fossero organizzazioni di base e non un ente pubblico che ha per ruolo
quello di catalizzare risorse, di muovere il territorio, di coinvolgere le forze locali.
Anche qui ci sono esperienze molto positive, ci sono competenze tecniche specifiche che
possono essere messe a disposizione per determinate esigenze. Azzardo: la costruzione di
una rete fognaria di una grande città del sud del mondo, o la rete idrica o piuttosto un
piano per un bilancio comunale. Questi interventi sono la spinta di una sensibilità che
cè e che tuttavia, se non è inquadrata in una politica complessiva, rischia di
disperdersi in mille rivoli».
Claudio Ragaini
Un patto
damore Canti
per la messa degli sposi centrati sul tema dellAlleanza.
Parole di
Annamaria Galliano,
musiche di Daniela Ricci. |
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