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EXCURSUS STORICO SULL’ISTITUZIONE FAMILIARE

Cellula mai uguale a se stessa

di Cecilia Dau Novelli
(docente di Storia contemporanea presso l'Università di Cagliari) 
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page La famiglia è più viva che mai. Ha resistito e resisterà perché essa risponde a profondi bisogni. Certamente cambierà ancora. Ma rimarrà sempre uno dei principali soggetti della trasformazione.

La storia della famiglia, che è una recente e valida acquisizione della storiografia, ha avuto il merito di aver sgombrato il campo dall’erronea convinzione che l’istituzione familiare fosse stata sempre uguale a se stessa. Al contrario, la famiglia ha assunto svariati modelli nel corso dei secoli, in particolare dalla caduta dell’Antico Regime si è messa in moto senza più fermarsi. Ha cominciato a modificarsi quando si è rotta l’unità abitazione-lavoro, per la fuga dei contadini dalla miseria delle campagne verso il lavoro nelle fabbriche, e quando si è sgretolata la rigida ereditarietà nella trasmissione dell’attività lavorativa. Questo momento in Italia ha coinciso con il primo decollo industriale alla fine dell’Ottocento.

Sarebbe impossibile qui dilungarsi su più di un secolo di trasformazioni continue, quindi si indicheranno solo tre momenti emblematici che hanno caratterizzato il mutamento familiare in Italia: il periodo appunto della prima industrializzazione tra fine ’800 e inizio ’900; il ventennio fascista; e il secondo decollo industriale, gli anni del "miracolo economico".

In questi tre periodi la famiglia italiana è cambiata sia come oggetto di politiche sociali che come soggetto politico, cioè come uno dei principali agenti del mutamento socio-economico. Questo significa che la famiglia non ha solo passivamente recepito i cambiamenti economici, ma è stata essa stessa uno dei principali fattori di cambiamento della società italiana.

Già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento aveva preso il via, in tutti i Paesi dell’Europa occidentale quel profondo processo di modificazione della struttura familiare che diventerà poi più visibile nel corso del Novecento. Per quanto riguarda l’Italia, il passaggio dalla famiglia allargata a quella ristretta avrà la sua origine nello sviluppo industriale e avrà effetti profondi nella vita privata e comportamentale dei singoli.

Il lento e progressivo restringimento del gruppo familiare sarà, del resto, uno dei fenomeni determinanti della società liberal-borghese. Nel periodo tra le due guerre i cambiamenti iniziati alla fine del secolo scorso diventeranno più evidenti specialmente a causa della forte accelerazione al cambiamento impressa dalla prima guerra mondiale. Ma saranno, a dir poco, vorticosi nel periodo del secondo dopoguerra, allorché tutta la società italiana subirà quella "grande trasformazione" che la porterà a diventare un Paese industrializzato.

Il primo grande cambiamento è stato quello verificatosi alla fine dell’Ottocento. In questa fase, accanto a una maggioranza di grandi famiglie contadine sono apparse anche molte famiglie operaie e un piccolo numero di famiglie borghesi. È chiaro che si tratta per lo più di astrazioni, tuttavia il ricorso a modelli è indispensabile per comprendere le fratture e le continuità.

In effetti, non è mai esistito un modello unico di famiglia contadina patriarcale tradizionale così come lo si immagina comunemente. O, per lo meno, quello che era diffuso nell’Ancien Régime alla fine del secolo scorso in Italia era già scomparso. Già la celebre inchiesta agraria del 1883 aveva chiarito che molti figli dopo il matrimonio andavano a vivere per conto loro. Ma, al di là della maggiore o minore estensione, questa famiglia contadina esisteva e aveva in comune la miseria alimentare. Poi, nel giro di vent’anni, la situazione cominciò a cambiare: l’emigrazione all’estero, lo sviluppo della zootecnia, l’industrializzazione, il miglioramento delle condizioni igieniche favorirono una minore miseria. La pellagra che aveva devastato le campagne fu quasi debellata, portando a una minore mortalità. Per quanto riguarda i rapporti tra i coniugi, i matrimoni erano quasi sempre combinati dalle famiglie, sia tra i poveri che tra i ricchi. Mentre i ruoli maschili e femminili erano ben definiti: anche le donne lavoravano nei campi, ma in genere erano addette a mansioni diverse. Dunque, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento compare in Italia quel processo di nuclearizzazione della famiglia che continuerà poi in maniera più evidente negli anni più recenti. Infatti, dalla metà del secolo scorso fino alla prima guerra mondiale la diminuzione del numero delle famiglie allargate, che già era evidente nelle classi più elevate, si manifestò anche tra la popolazione rurale che costituiva allora la maggioranza della popolazione italiana. Tale fenomeno si deve attribuire a due cause concomitanti e distinte: l’urbanizzazione e l’industrializzazione.

Il passaggio dal gruppo domestico allargato a quello ristretto ha avuto la sua origine nello sviluppo industriale che ha modificato la vita privata degli individui, i quali non hanno recepito passivamente i cambiamenti economici.

Se all’indomani dell’unificazione italiana l’ampiezza media delle famiglie era ancora di 4,7 persone, nel 1921 era già scesa a 4,4. Contemporaneamente si verificò anche un sensibile calo della mortalità infantile a cui si accompagnò una diminuzione della natalità. Sempre a partire dalla fine dell’Ottocento si passò da un tasso di mortalità del 27,2 per mille al 19,1 nel 1914, di conseguenza, rispetto a questa maggiore aspettativa di vita dei figli, i genitori misero in atto rudimentali sistemi di controllo delle nascite. Così nello stesso periodo di tempo la natalità decrebbe dal 37,4 per mille abitanti al 31,7. Negli anni successivi la mortalità continuerà a decrescere, salvo un’impennata negli anni della Grande guerra e così anche la natalità.

Il decollo industriale

Le famiglie operaie erano in prevalenza cittadine, perché le fabbriche si localizzarono soprattutto nelle periferie urbane. Infatti l’emigrazione in città divenne, proprio in quegli anni, un fatto rilevante. Certamente erano nuclei più piccoli di quelle contadine, anche per la grande difficoltà a trovare delle abitazioni adeguate. Difatti, tutte le famiglie urbane, sia che fossero operai, artigiani o muratori, condividevano la penuria degli alloggi. Per non parlare della completa mancanza di qualsiasi norma di tutela lavorativa. Per altro nella famiglia urbana, come in quella contadina, tutti lavoravano e avevano un’occupazione diversa.

Infatti, gli anni del decollo industriale ebbero un’altra importante conseguenza sulla vita delle famiglie, per il massiccio impiego di manodopera femminile. In mancanza di una specifica legislazione, il lavoro delle donne veniva pagato molto meno di quello degli uomini. Il 1881 registrò il momento di massimo impiego femminile nel mondo del lavoro con il 43,9% delle donne impegnate fuori di casa. Da allora in poi le lavoratrici ricominceranno di nuovo a diminuire per arrivare nel 1911 al 29%. Il minimo verrà raggiunto nel 1931 con il 19%. Ma ancora negli anni Cinquanta la maggioranza delle donne faceva la casalinga. Solo a partire dal 1971 la percentuale ricomincerà a scendere. Quindi la figura della casalinga sarà un fatto nuovo, cominciato all’inizio del Novecento, dovuto all’uscita delle donne dal mondo del lavoro.

Il maggiore tempo a disposizione e la richiesta di essere più visibili e attive nella società portarono alla nascita del femminismo, che fu uno dei fattori di cambiamento nella vita familiare ma non fu l’unico. Il femminismo fu l’aspetto più evidente, più immediatamente leggibile, ma quelli nella struttura e nell’identità familiare ne furono l’aspetto più profondo e duraturo. Infatti le trasformazioni familiari non investirono solo il sesso "debole", ma anche quello "forte" implicando modificazioni dei comportamenti assai più profonde di quelle del femminismo.

Per le leggi allora vigenti lo Stato liberale non considerava la famiglia un soggetto di diritto. Tutta la codificazione era allora infatti caratterizzata dalla difesa dei diritti dell’individuo nella tradizione del diritto francese. Il Codice civile del Regno d’Italia, promulgato nel 1865, si occupava della famiglia nel titolo V, dedicato al matrimonio, ma l’interesse del legislatore si era prevalentemente fermato sulle disposizioni relative ai diritti e ai doveri fra i coniugi e sui requisiti e sui vincoli per contrarre o per sciogliere il matrimonio. Infatti per la prima volta lo Stato aveva avocato a sé il diritto di legiferare in tema matrimoniale, togliendo alla Chiesa il suo secolare diritto sulla materia.

La Chiesa da parte sua affrontò il magistero sulla famiglia con la pubblicazione dell’enciclica Arcanum divinae sapientiae, promulgata da Leone XIII nel febbraio 1880. Anche qui però prevaleva l’attenzione verso il sacramento del matrimonio in contrasto con il contratto matrimoniale sancito dallo Stato, piuttosto che verso la famiglia nel suo complesso. In generale poi nell’atteggiamento della Chiesa predominava la preoccupazione di difendere la tradizione della famiglia cristiana rispetto ai mutamenti che si stavano verificando.

In questo contesto si afferma progressivamente la famiglia borghese: ancora numericamente molto esigua, ma già un modello trainante. Quando si dice borghese, non si intende solo appartenente alla classe media, ma caratterizzata da una serie di comportamenti decisamente innovativi: la tendenza al matrimonio d’amore, la ricerca dell’intimità familiare, l’importanza concessa alla casa e agli spazi privati dell’abitazione. Fin dalla metà dell’Ottocento, questo diviene il modello al quale tutti aspiravano. La donna, sposa e madre esemplare, era il nume tutelare di questa isola felice celata agli occhi esterni dalle mura domestiche. L’uomo, padre e lavoratore onesto, era la colonna portante, mentre i figli erano educati e coccolati come mai era avvenuto in passato.

Il secondo periodo di cambiamento non coincide con una fase di forte sviluppo economico, ma piuttosto con un periodo di modernizzazione della vita quotidiana durante il ventennio fascista e segnerà l’allargamento, quasi di massa, della famiglia media. Uno dei più significativi cambiamenti degli anni Trenta fu la concentrazione dell’età in cui nascevano i figli. Se infatti prima la fecondità della donna avveniva in un arco di tempo molto lungo, circa tra i 20 e i 40 anni, nel periodo successivo la procreazione ebbe a concentrarsi in un intervallo sempre più breve tra i 20 e i 30 anni.

Il ventennio fascista

In generale, per quanto riguarda la fecondità, il passaggio a un indice basso avvenne in periodi diversi a seconda delle regioni: in alcune zone come la Liguria e il Piemonte questo dato era già molto esiguo negli anni Venti, mentre intorno agli anni Trenta apparve evidente che esisteva un deliberato controllo delle nascite anche nel meridione. Il minor numero dei figli e il periodo più ristretto nel quale nascevano i figli rappresenteranno per le donne una maggiore libertà, per il ridotto impegno delle gravidanze e quindi una profonda modificazione nella vita familiare.

La prima guerra mondiale aveva diviso e lacerato molte famiglie: gli uomini al fronte e le donne a casa per la prima volta nella storia d’Italia. Il primo dopoguerra sarà, dunque, segnato da un forte desiderio di famiglia: tradizionale, forte e sicura. Sia il fascismo che la Chiesa cavalcheranno questa "voglia" di famiglia in chiave di restaurazione e mantenimento dell’ordine.

Una valanga di norme legislative investirà la struttura familiare per arginare il calo delle nascite: la celeberrima tassa sul celibato, i premi di nuzialità e natalità, i privilegi per i coniugati con prole e i vari sussidi alle famiglie numerose; senza ottenere grandi risultati. Il Codice civile finalmente promulgato nel 1942 riassumeva tutta la politica familiare del regime. La parte dedicata alla famiglia rappresentava un grande sforzo di razionalizzazione senza precedenti nella legislazione liberale. Fra l’altro il Codice se ne occupava nel primo libro "Delle persone", introducendo un capitolo nuovo sugli aspetti patrimoniali.

La Chiesa da parte sua tenterà di riportare l’ordine nei comportamenti devianti che apparivano già fonte di preoccupazione. Con la famosa enciclica sul matrimonio, Pio XI, nel 1930, cercherà di entrare fin nella sfera più intima dei rapporti coniugali con una regolamentazione che non dimenticava nulla.

In questo modo intendeva suggerire alla cristianità un nuovo modello di comportamento al quale aderissero tutti i credenti. Il suo fu uno sforzo complessivo di rifondazione morale in una realtà sociale, dove i comportamenti privati sembravano essere in progressivo degrado.

Tuttavia, nonostante questa accentuazione dei valori tradizionali, la realtà familiare mutò inesorabilmente grazie a un sensibile ammodernamento della vita quotidiana. Alla fine degli anni Trenta, prima che la guerra si abbattesse sui nuclei familiari, c’era già una realtà nuova. Estranea al fascismo, perché autonoma nelle sue scelte di vita, era una famiglia trasformata dal progresso: dalla radio che tutti ascoltavano, dalle prime automobili che tutti ambivano avere, dal cinema che tutti guardavano. L’imponente attività legislativa aveva reso la famiglia più forte, ma non l’aveva piegata agli scopi del fascismo. Era una forza che esercitava una sua inconsapevole resistenza al fascismo, restandone tutto sommato impermeabile.

Inoltre l’opera di coinvolgimento delle masse, con lo sport, con il dopolavoro, con la propaganda, aveva di fatto portato gli uomini, e soprattutto le donne, a un nuovo protagonismo sociale. Per le donne si trattò di un vero e proprio salto in avanti per l’aumentata scolarizzazione, per la frequentazione della pratica sportiva e per l’accesso ad alcune carriere, come quella dell’insegnamento, nella quale divennero dominanti. Il protagonismo femminile, pur negato strenuamente dal regime, emerse con forza a dispetto delle tante norme che intendevano tarparlo.

Alla fine del ventennio quella famiglia borghese, comparsa alla fine dell’Ottocento, che era stata strenuamente osteggiata dal fascismo, era di gran lunga il modello vincente. Ancora non abbracciava la maggioranza delle famiglie italiane, ma certamente costituiva il sogno di tutti. Le famiglie contadine, che erano state il mito del regime, erano in realtà un fenomeno residuale.

Il miracolo economico

Infine la terza e ultima trasformazione: quella originata dal "miracolo economico". L’industrializzazione diffusa a tutto il territorio del Paese, l’urbanizzazione, la forte emigrazione interna e la secolarizzazione ebbero sulle famiglie italiane un effetto devastante, minandone le solide fondamenta.

Se, nel 1948, il numero consistente di matrimoni risentì chiaramente di una impennata dopo la stasi dovuta alla guerra, compare per la prima volta un numero consistente di separazioni legali che nel ventennio era stato irrilevante. Il tasso di natalità inizia a discendere decisamente, mentre il numero medio delle persone per famiglia, che era ancora superiore a 4 nel 1931, scenderà a 4 nel 1951 e a 3 nel 1981.

D’altra parte la famiglia fu uno dei soggetti attivi del cambiamento. Come già era in parte avvenuto negli anni Trenta, la famiglia sarà uno dei centri propulsori della grande trasformazione dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale. L’impatto della nascente società dei consumi sulla comunità domestica si caratterizzò anzitutto per un’accentuata spinta alla "soluzione privata" dei problemi.

Le nuove abitazioni e i molti elettrodomestici garantivano a un numero crescente di famiglie di svolgere le proprie attività in privato. E poi l’ingresso trionfale della televisione che proiettava le mura domestiche al centro del mondo. Ma la maggiore ricchezza e la disordinata espansione dei consumi erano anche fonte di squilibri, di ansie e di attese non soddisfatte, di nuove povertà non sempre dettate da bisogni materiali.

La conquista del nuovo diritto di famiglia nel 1975, attesa da lungo tempo, veniva a sanare secolari ritardi come la direzione collegiale della famiglia da parte dell’uomo e della donna, ma permanevano ancora sostanziali disparità.

La liberalizzazione dei comportamenti e lo scambio dei ruoli erano gli effetti più evidenti della comparsa della tecnologia nello spazio della domesticità. Il calo dei matrimoni, la diminuzione della natalità, il contrarsi dei nuclei familiari, l’aumento dei divorzi sono fenomeni degli ultimi vent’anni, ma sono tutti collegati alla grande trasformazione avvenuta in modo repentino negli anni Sessanta. La famiglia borghese, a lungo vagheggiata, e ormai diffusa nella quasi totalità della popolazione veniva ora messa in crisi dalla forza centrifuga dei nuovi comportamenti. Le donne non sopportavano più l’esclusività del loro ruolo domestico, gli uomini soffrivano di una perdita di identità, i figli rifiutavano di essere ancora l’emblema del successo familiare.

Il segno del disagio diventerà evidente in occasione dei due referendum, quello sul divorzio prima, nel 1974, e quello sull’aborto poi nel 1981. Il dibattito scatenato in queste occasioni è stato il segno di come proprio i temi legati alla famiglia, alle donne e alla vita privata abbiano più profondamente spaccato l’opinione pubblica diventando per questo temi "politici".

Il resto è storia di oggi, con i sempre più numerosi singoli, le coppie non più basate sul matrimonio, le famiglie allargate non in senso verticale ma orizzontale. Comunque, la famiglia è più viva che mai. Resiste perché risponde ad alcuni bisogni fondamentali che non sono risolvibili in altro modo: quello di vivere in comunità per combattere la solitudine, quello di educare i figli e di inserirli nel mondo degli adulti, quello di cercare la felicità in un rapporto duraturo con l’altro sesso.

Certamente cambierà ancora, anche se non si può dire in quale direzione, ma continuerà ad esistere e ad essere uno dei soggetti principali delle trasformazioni sociali, economiche e politiche.

Cecilia Dau Novelli
    

BIBLIOGRAFIA

  • Barbagli M., Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Il Mulino, Bologna 1984.
  • Vecchio G., Profilo storico della famiglia italiana, in "Le stagioni della famiglia", Paoline, Milano 1994.
  • Dau Novelli C., Famiglia e modernizzazione in Italia tra le due guerre, Studium, Roma 1994.
  • Dau Novelli C., La famiglia come soggetto della ricostruzione sociale (1942-1949), in "Cattolici, Chiesa e Resistenza", Il Mulino, Bologna 1997.
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