Jean-Claude
Kaufmann
C’era una volta il principe azzurro
Ed. Mondadori, Milano 2000, pp. 259, L.
32.000
L’autore, sociologo francese, focalizza in questo
saggio la sua attenzione sulla vita delle donne che vivono da sole. Che
vivono da sole, non che sono sole. Bisogna infatti subito sgombrare il
campo da vissuti ottocenteschi, da un’immagine di povertà affettiva,
sentimentale, sessuale legata alla figura tradizionale e ormai obsoleta
della "zitella". L’autore esalta invece l’icona del cammino
rivoluzionario delle donne perché contrappone ai valori della dedizione e
della cura – perno della vita familiare e dell’intera vita sociale –
i valori dell’autonomia, del libero disporre di sé.
Lo sviluppo della vita da single femminile,
soprattutto nelle sue forme più accentuate, ha in sé un potenziale
sovversivo inimmaginabile, conducendo in
qualche modo all’estremo il paradosso di cui sono portatrici le donne
oggi. Il fatto cioè che proprio la loro forza nuova, il loro sottrarsi
alla dominazione maschile e agli imperativi femminili della lamentazione e
del vittimismo le inserisce in un’area comune a donne e uomini: l’area
della autodeterminazione e della libertà di costruzione del sé.
Ma la libertà è altrettanto difficile della servitù
perché immette elementi di insicurezza, di ambivalenza all’interno
della stessa area di forza. Questa insicurezza – che deriva
paradossalmente dalla loro stessa forza – è un segno importante della
vita delle donne single. «Vivere da sole – scrive l’autore –
conduce irrimediabilmente a uno sdoppiamento: due parti di sé combattono
una guerra perenne senza che nessuna delle due riesca mai a vincere in
maniera definitiva». È questo il paradosso: la vita da soli è una
"vita in due"... Incertezza e instabilità sono il prezzo del
conflitto di identità. Chi si è veramente, quella che si sente libera e
forte o quella che si sente sperduta come una bambina abbandonata?». Le
due identità coesistono: la difficoltà sta nel dover continuamente
reinventare la loro coesistenza.
Il tutto si complica poiché in genere la parte di sé
attribuibile alla percezione di "bambina abbandonata" aspira a
ricongiungersi con il "principe azzurro", a perseguire
indefettibilmente il sogno d’amore, che non riesce mai a sostanziarsi
proprio perché le esigenze alte delle donne giovani e meno giovani –
colte, qualificate, curiose – si scontrano con un’offerta maschile
spesso modesta o comunque non rispondente alle aspettative.
Il sogno del principe può allora diventare un’ossessione,
invadere la "parte attiva" e trascinarla in un’esistenza di
attesa, contravvenendo così alle dinamiche di autonomia psichica; ma –
conclude l’autore con un guizzo finale di ottimismo – può anche
portare a una sorta di unione tra la donna autonoma e il principe. Perché
le traiettorie di autonomia hanno molti punti in comune con lo slancio
amoroso: entrambi sono slancio, tensione permanente verso una
riformulazione di sé, reinvenzione della vita. A patto che al principe si
attribuisca un’esistenza più virtuale che reale, qualcosa in cui
credere senza crederci concretamente.
Marina Piazza
Alberto Agosti, Paola Di Nicola (a cura di)
Leggere il maltrattamento del bambino: le radici della violenza
Ed. Franco Angeli, Milano 2000, pp. 317, L.
40.000
Nel panorama della letteratura dedicata al problema del
maltrattamento, il volume si evidenzia per la completezza che offre al
lettore.
Diviso in tre parti, il lavoro si apre con contributi
che aiutano a comprendere le radici, storiche e psicologiche, che sono
alla base di un fenomeno "scoperto" relativamente di recente: fu
infatti solo alla fine del secolo scorso che, a fianco del problema dei
bambini abbandonati, ci si iniziò
a
occupare dei drammi presenti entro i confini familiari. Gli autori
propongono quindi sia una sintesi dei diversi approcci teorici che stanno
alla base di tutti gli attuali programmi preventivi e di recupero, sia un’approfondita
analisi del contesto italiano. Un altro interessante capitolo, sempre
nella prima parte, è dedicato al particolare ruolo che l’infanzia
riveste nelle società post-moderne, nel momento in cui il rapido sviluppo
tecnologico non permette più quello scambio generazionale di informazioni
che aveva caratterizzato le società sino a pochi decenni or sono.
La seconda parte del libro riguarda invece i
"luoghi del maltrattamento", con un’ampia rassegna che
attraversa il mondo dello sport (con i relativi rischi di
strumentalizzazione agonistica dei ragazzini), quello della scuola (che
spesso si rivolge a generici alunni, togliendo così valore alle
differenze individuali), fino a occuparsi delle possibili forme di
violenza presenti in quelle istituzioni nate (paradossalmente) per aiutare
bambini e adolescenti in difficoltà: reparti di pediatria, centri
educativi, comunità.
Il volume si chiude con una terza sezione destinata ad
alcuni approfondimenti, in cui tre contributi di taglio più clinico
offrono spunti concreti sul processo di intervento.
Gianni Cambiaso
Mauro Mariotti, Roberta Frison
Relazioni terapeutiche e adolescenti multiproblematici
Ed. Franco Angeli, Milano 2000, pp. 256, L. 48.000
Se l’adolescente è come una persona che attraversa un mare in tempesta,
l’esperienza del centro di riabilitazione psichiatrica "La
Rotonda" di Reggio Emilia (descritta nel libro) mi pare un’isola
felice a cui un giovane in difficoltà può approdare.
Il centro, progettato da Mauro Mariotti, prende spunto
da presupposti teorici e si pone come una struttura intermedia, cioè un
luogo che cura adolescenti con gravi disturbi psichici, partendo da un’idea
di tipo evolutivo-dinamica che mira a far crescere i pazienti condividendo
con loro gli obiettivi terapeutici che sono: rinforzare il soggetto a
usare le proprie risorse, fornendogli un contenimento fisico senza
ghettizzarlo, né cronicizzarlo, con una diagnosi psichiatrica pesante
e
precoce, ma dandogli una possibilità di reinserimento sociale e
familiare; offrire strumenti per contenere le angosce del giovane;
stimolare in lui l’indipendenza, creando alleanza
e collaborazione anche con la famiglia per evitare la colpevolizzazione
dei genitori; facilitare il processo d’individuazione ponendosi come
contesto di apprendimento; far sperimentare all’adolescente problematico
la relazione sia con l’adulto (l’operatore vissuto come adulto
affidabile), sia con i pari, attraverso attività di gruppo miranti a
elaborare le diverse aree dell’interazione (confronto, condivisione,
stimolazione di nuovi interessi, linguaggio non verbale).
Il rischio di formulare una diagnosi psichiatrica
etichettante e cronicizzante in un ragazzo che vive appunto un periodo di
mobilità e d’incertezza, congelandone il processo evolutivo, pare
evitato in questo tipo di intervento che credo possa realmente funzionare
e possa essere esempio per altre esperienze.
Sonia Lio
Franco Garelli
I giovani, il sesso, l’amore
Ed. Il Mulino, Bologna 2000, pp. 237, L.
24.000
Nel nostro Paese le ricerche sui giovani sono numerose e
ricorrenti, ma «i campi più analizzati sono quelli della partecipazione
sociale e politica, il rapporto con le istituzioni, la questione lavoro,
la presenza a scuola, gli orientamenti religiosi; mentre è debole l’attenzione
ai nuovi linguaggi dei giovani, ai loro stili di vita e modelli di
comportamento al di fuori degli spazi istituzionali, a quei
"luoghi" o momenti in cui essi maggiormente si identificano ed
esprimono i loro interessi e orientamenti». Tra questi, Garelli ha scelto
come oggetto di indagine il tema dell’affettività e della sessualità,
perché capaci di interpellare i giovani in
profondità,
facendo emergere vissuti e orientamenti di fondo.
Si tratta di un’indagine di tipo qualitativo nella
quale sono stati sottoposti a una traccia di intervista semistrutturata
150 giovani di età compresa tra i 20 e i 24 anni in tre grandi città
italiane: Napoli, Bologna, Torino. Le 150 interviste realizzate con il
registratore sono poi state trascritte, fornendo così il materiale per l’elaborazione
e gli approfondimenti successivi. Gli aspetti trattati vanno dal
significato del rapporto sessuale alla dimensione della contraccezione,
alle differenze di genere nel comportamento sessuale e costituiscono i
vari capitoli del volume.
Si ricava così una preziosa miniera di frasi raccolte e
analizzate nel dettaglio che ci forniscono un quadro curioso e
affascinante delle aspettative e delle tensioni di una generazione nei
confronti della vita affettiva e sessuale. I giovani vengono descritti
come individui sessualmente esperti, conoscitori delle dinamiche di
coppia, tesi a vivere spontaneamente e a sperimentare a oltranza, mossi
dai sentimenti e dalle emozioni, orientati a cercare continue conferme di
sé e delle proprie scelte in campo affettivo e sessuale.
Carlotta Bonaiti
Kimberly S. Young
Presi nella rete. Intossicazione e dipendenza da internet
Ed. Calderini Edagricole, Bologna 2000, pp.
215, L. 23.000
L’autrice, docente di Psicologia all’Università di
Pittsburgh, studia la dipendenza dalla Rete, una patologia simile al vizio
del gioco o alla bulimia.
Le vittime appartengono a un campionario umano molto
vario che comprende adolescenti, giovani donne, professionisti,
casalinghe, i quali in un tempo molto breve diventano schiavi del computer
fino a stravolgere la propria vita e modificare comportamenti e relazioni
coi familiari. È la famiglia che si accorge, per prima, dell’anomalia
di abitudini, che assumono progressivamente il carattere della patologia.
Sedotti dalle chat, daun gioco di ruolo o dal cybersesso,
i dipendenti virtuali non si accorgono del loro comportamento, perché
trovano in Internet un surrogato potente e docile di soddisfazioni che la
vita reale non dà loro. La frequentazione di una chat può dar l’impressione
di avere tanti amici, comprensivi e disponibili; il gioco permette di
evadere e di inventarsi altre personalità o manifestare tendenze
socialmente riprovevoli; il cybersesso libera dalle inibizioni in
maniera protetta dall’anonimato. Per la prima volta nella storia molti
hanno a disposizione uno strumento per reinventarsi una seconda vita e
fuggire così da quella reale.
Calcolando che la percentuale dei dipendenti
"tradizionali", cioè coloro che si danno al bere o alle droghe
o al gioco rappresentano il 5-10% e che i navigatori, in Usa, hanno
superato i 60 milioni, il rischio riguarda diversi milioni di persone.
Secondo l’autrice almeno 5 milioni di americani sarebbero già vittime
di questa nuova forma di dipendenza.
Per questo la Kimberly ha fondato un’associazione di
auto-aiuto, la Cola (Centro per la dipendenza online), che aiuta le
famiglie e le vittime a guarire.
Mirella Camera
Gianna Schelotto
Equivoci & sentimenti
Ed. Mondadori, Milano 2000, pp. 198, L.
27.000
Quando si diventa incapaci, per qualsiasi motivo, di
ammettere e riconoscere le differenze tra il proprio modo di percepire le
situazioni e quello degli altri si crea allora una catena di comportamenti
che sono l’uno la causa dell’altro in una ripetizione continua e
spesso dolorosa.
Tutti siamo stati più volte testimoni, e spesso anche
protagonisti, di situazioni conflittuali nelle quali nascono litigi
drammatici su questioni che viste dall’esterno sembrano, e
oggettivamente lo sono, futili e inconsistenti. Eppure la furia, la
sofferenza,
la distruttività che si avvertono nelle parole e nei comportamenti dei
litiganti ci suggeriscono che essi stanno mettendo in gioco molto di più
della sciocchezza sulla quale apparentemente si azzuffano. Ciascuno lotta
per essere accettato secondo la propria immagine di sé e al tempo stesso
cerca di definire ciò che vorrebbe dall’altro.
L’autrice visita in questo libro lo sterminato
territorio della comunicazione e dei malintesi che vi si annidano, non
comprendendoli tutti, è ovvio, ma fornisce comunque una mappa generale
che può consentirci un orientamento più facile nel labirinto dei
rapporti e degli equivoci che ne derivano.
La psicoterapeuta raccoglie tanti casi, storie che
raccontano in prima persona le varie circostanze in cui si può verificare
questo tipo di difficoltà: qualche volta c’è una doppia versione dei
fatti e ciascuno dei protagonisti afferma la "propria verità".
In conclusione, capirsi è cosa più difficile di quanto
appaia o di quanto noi stessi siamo disposti a credere, ma è già molto
ricordare che ogni volta che diamo o riceviamo messaggi corriamo il
rischio di riferirci a concetti soggettivi e in certi casi anche
contraddittori, quindi particolarmente capaci di generare equivoci e
incomprensioni.
Franca Pansini
Beatrice Garau
Amici ed eroi. Grandi libri per giovani lettori
Guerini e associati, Milano 2000, pp. 311, L.
40.000
Gli adulti, che nell’infanzia hanno letto molto e
hanno goduto di questo passatempo, soffrendo ed esultando per i
protagonisti dei racconti e dei romanzi, hanno la "pretesa" di
far vivere ai figli la stessa entusiasmante esperienza. La paura del
potere di Tv e computer (e del loro ascendente sui bambini di oggi) è la
causa delle numerose pubblicazioni che hanno lo scopo di trovare il modo
per favorire lo sviluppo di un vivo interesse per la lettura. In tal senso
si orienta anche questa intelligente rassegna bibliografica curata da un’esperta
del settore e introdotta da un breve saggio dello psicologo Guido Petter,
"Un rapporto di amicizia con il libro", in cui sottolinea l’importanza
di creare un legame positivo
non solo con la lettura, ma anche con i protagonisti dei libri che sono
gli "amici e gli eroi" che danno il titolo a questo volume.
Con un linguaggio scorrevole e avvincente l’autrice ci
offre un gruppo di libri, divisi in sottogruppi per fasce d’età,
attingendo al vasto patrimonio della letteratura per ragazzi, sia del
passato che di oggi. Vi troviamo per i più piccini le filastrocche di
Rodari, i coniglietti di Beatrix Potter e i «bambini cattivi» di
Heinrich Hoffmann (chi non ricorda Pierino Porcospino?), si passa poi ai
capolavori di Andersen, Collodi, Buzzati (La famosa invasione degli
orsi in Sicilia) e Astrid Lindgren, e per i più grandi si finisce con
i classici di Dahl, Dumas, Alcott e Fred Uhlman (L’amico ritrovato).
Ogni libro è presentato da una scheda ricca di esaurienti notizie
riguardanti il personaggio, la trama e l’autore.
In appendice, un breve testo intitolato "L’arte
del raccontare" rileva il significato di un’abitudine ormai andata
persa e rende questo manuale un prezioso strumento per insegnanti e
genitori.
Orsola Vetri
Emanuele Calò
Le convivenze registrate in Europa
Ed. Giuffrè, Milano 2000, pp. 171, L. 25.000
L’opera affronta in modo sistematico e comparativo la
disciplina della convivenza fuori dal matrimonio nei vari ordinamenti
europei. Particolare attenzione è posta sulla rilevanza giuridica del
consenso dell’interessato per l’istituzione, nonché la consolidazione
della coppia di fatto, non trascurando però le istanze sociali legate al
fenomeno. Risulta infatti apprezzabile la chiarezza con la quale si cerca
di evidenziare la sostanziale struttura omogenea che l’istituto della
convivenza ha acquistato a livello europeo.
Certo, la riflessione svolta all’interno dell’ordinamento
italiano porta a farsi alcuni interrogativi.
Ad
esempio: con quali modalità e con quali limiti il nostro Parlamento
produrrà eventuali atti di recepimento (in riferimento alle direttive
europee in tale materia); di fronte alla prospettiva di omogenizzazione,
quali potrebbero essere e relativamente a quali principi gli effetti
obbligatori per le coppie di fatto (il regime della filiazione e gli
effetti patrimoniali ed ereditari). L’autore descrive poi il
funzionamento del sistema, analizzando le discipline civilistiche sulla
convivenza in diversi Paesi europei: Belgio, Danimarca, Francia, Germania,
Olanda, Spagna, Finlandia, Islanda, Norvegia, Portogallo.
L’apprezzabilità del testo, che si manifesta
soprattutto attraverso il rigore scientifico comparativo della disciplina
giuridica di diritto privato dei vari Paesi, deve comunque mantenere desta
l’attenzione sulle problematiche di diritto pubblico in ordine all’assolutezza
o relatività della portata del richiamato art. 29 della Costituzione.
Tali riflessioni, volutamente non esaminate dall’autore, e che toccano
anche la sfera etica e sociale, non possono cercare in questo testo una
risposta che contrasterebbe con le finalità istituzionali e comparative
dell’autore.
Luca Degani
Ausilia Riggi Pignata
Da donna a donne
Ed. Gabrielli, Nogara (Vr) 2000, pp. 317, L.
39.000
Il libro è la testimonianza di un’esperienza reale:
la presenza nella Chiesa cattolica di donne sposate a sacerdoti che
mantengono il loro ministero nella comunità. Senza piagnistei su un
indubbio stato di sofferenza, l’autrice guarda oltre e, nel portare alla
luce questa realtà nascosta, fa emergere il problema del rapporto
uomo-donna nell’istituzione ecclesiastica.
Il problema affrontato dal libro è di ampia portata:
essere Chiesa, farsi coppia e rimanere reciprocamente l’altro
necessario. Nella fedeltà al messaggio biblico: «Non è bene che l’adam
sia solo. Gli faremo un aiuto che sia come davanti a
lui» (Gn 2,18.20). La traduzione letterale dell’ebraico ezer kenegdo
è: «aiuto come contro lui», e non indica contrapposizione, ma
reciproca alterità. I due sono e devono rimanere reciprocamente altri,
uguali ma diversi. Di tutti gli esseri viventi, solo l’adam ha
bisogno di un kenegdo, ha bisogno dell’Altro.
L’uomo, maschio e femmina, è e rimane tale solo se
vive il bisogno dell’altro come costitutivo del suo esserci. L’incontro-confronto
fra l’uomo e la donna diventa così paradigmatico di ogni relazione
interpersonale con l’altro per razza, cultura, religione.
Scrive il filosofo Lévinas: «Io tento di non
presentare la mia relazione con l’Altro come un attributo della mia
sostanzialità, ma al contrario come il fatto della mia destituzione,
della mia deposizione (proprio nel senso della deposizione di un sovrano)».
Accertare la deposizione dell’io sovrano, il disarmo, la vulnerabilità
per incontrare l’altro e lasciarsi da lui spaesare: questa la sfida
delle donne alla Chiesa per farsi tutti uniti ma non confusi, distinti ma
non separati, epirania di pace per l’intera creazione.
Una sfida ben più impegnativa dell’abolizione della
legge del celibato.
Vilma Gozzini
Jole Bevilacqua (a cura di)
Le molestie sessuali nei luoghi di lavoro. Usa, Europa, Italia
Ed. Franco Angeli, Milano 2000, pp. 202, L.
26.000
Il volume propone una riflessione sulla realtà europea
e statunitense, a partire da un convegno tenutosi a Milano. Nonostante l’attuale
definizione della Comunità europea della molestia come «comportamento
indesiderato a connotazione sessuale», è ancora aperto il processo di
identificazione del problema nei luoghi di lavoro, con una tendenza
crescente a includere nel fenomeno non solo i comportamenti più critici
(pressioni, ricatti), ma anche gli apprezzamenti pesanti e gli scherzi a
sfondo sessuale.
I
contributi raccolti sono accomunati da una riflessione sulle molestie
sessuali che indica come indispensabile la sua contestualizzazione all’interno
della cultura delle organizzazioni produttive: solo individuando
correttamente l’origine del fenomeno sarebbe infatti possibile fornire
adeguate strategie di fronteggiamento, che evitino la polarizzazione tra
orientamento preventivo e orientamento repressivo, che caratterizza
rispettivamente la realtà europea e quella americana. Gli autori
concordano nel sottolineare che le molestie sessuali derivano da una
cultura delle organizzazioni produttive che è o desessualizzante o
sessista, ma anche nell’indicare che l’assumere la dimensione
"culturale" del problema non significa attestarsi sul livello
attuale di povertà delle prescrizioni relative agli interventi preventivi
e repressivi da adottare riscontrabile, per esempio, negli accordi
sindacali in Italia. È necessario riconoscere che il problema richiede
una volontà precisa di fronteggiamento e intervenire in una realtà di
lavoro dove si confrontano soggetti con sensibilità differenti, dove la
maggiore presenza femminile richiederebbe interventi formativi (vedi la
ricerca condotta dalla Regione Lombardia).
Maria Beatrice Perucci
Mila Busoni
Genere, sesso, cultura. Uno sguardo antropologico
Ed. Carocci, Roma 2000, pp. 192, L. 32.000
Antropologia ed etnologia sono discipline che possono
cambiare le prospettive con cui si esaminano le realtà sociali dell’umanità.
Il Novecento ha aperto l’obiettivo sui popoli meno conosciuti – si
chiamavano primitivi –, scoprendone valori e suggestioni anche per le
civiltà occidentali – ritenute più evolute –, ma ha incominciato a
rileggere la vita umana a partire dai suoi fondamenti, non tanto
filosofici, quanto culturali e sociali.
Così si è cominciato a osservare il genere maschile e
femminile entro la società come elemento di differenza interrogandosi sul
significato di tale differenza. Sembra ovvio che da sempre l’umanità
avesse uomini e donne, però ci si accorge ora come sia stato variegato il
significato attribuito a tale diversità e che l’ultima cosa da
sostenere è proprio che si tratti di un dato "naturale": nulla
pare sia più determinato culturalmente del sesso. Su tale linea di
ricerca si muove lo studio dell’antropologa Mila Busoni che ripercorre
nel tempo, nelle tradizioni e nelle più recenti acquisizioni scientifiche
la valutazione espressa circa il sesso e il genere: «genere e sesso sono
indipendenti, nel senso che la relazione che li unisce non è né fissa,
né necessaria, ma ciò che viene determinato dal sesso non è la
natura a dirlo, è la società». Il corsivo è nel testo e indica
alcuni assunti precisi che scardinano considerazioni ritenute da sempre e
per sempre stabilite, mentre oggi tutto viene rimesso in discussione.
Etnologia e antropologia e le mutate metodologie di
indagine forniscono una lettura delle differenze di genere arricchite del
concetto di relazione e di contesto culturale, meno determinate dai soli
rapporti di potere e di dominio, prevalentemente del maschile sul
femminile.
Rosangela Vegetti
Di seguito segnaliamo gli articoli pubblicati sul tema Giovani,
sesso e amore. Le riviste sono consultabili presso il Centro
documentazione del Cisf, Centro internazionale studi famiglia