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L’educazione
sessuale in famiglia è un argomento che non può essere evitato. Non è
un insegnamento a ore prefissate. Qualunque avvenimento diventa lo spunto
per una riflessione ad alta voce. Passo
davanti all’edicola e mi trovo a dover evitare un cartellone più alto
di me che pubblicizza l’ultimo numero di una rivista dedicata al
benessere fisico. Un uomo e una donna, che sembrano appena usciti da un
concorso di culturismo, sono avvinghiati e mi fissano con uno sguardo di
sfida, mentre una scritta parla per loro: e adesso sesso, fallo sempre al
massimo. Rifletto. Davanti a quell’edicola transitano tutti gli alunni
di terza media che tra pochi minuti aspetteranno che io li illumini sulla
sessualità durante l’adolescenza.
Chiunque si trovi a sfogliare un settimanale si
imbatterà nella rubrica dedicata alla psicologia, affiancata magari da
quella che tratta proprio i problemi della sessualità. Ogni tre o quattro
numeri c’è lo spazio dedicato all’adolescenza. Da qui qualsiasi
genitore apprende quali sono le difficoltà e le sfide che vive suo
figlio, coi primi brufoli, i peli che spuntano timidi, l’odore che si fa
forte, gli squilli al cellulare o i bigliettini nascosti. L’invito più
ragionevole è quello all’esercizio della pazienza e alla ricerca del
dialogo.
È ciò che intendo fare quando entro nella classe e mi
trovo davanti, rigorosamente separati in due gruppi, i ragazzi e le
ragazze della III D di una scuola media della periferia di Roma.
Incominciamo così il viaggio che porterà ad avvicinarci tanto da
affrontare, dopo il discorso sulle tappe della maturazione sessuale e sui
passaggi verso la maturità intellettuale, i punti che veramente
interessano questi ragazzi. Sono sempre gli stessi: io, che sono basso o
alto o grasso o magro, sono normale? Quando è giusto che arrivi il
menarca o la prima polluzione? Quando si deve dare il primo bacio? Quando
si capisce che è vero amore? Quanto dura l’amore?
Questa volta però c’è qualcosa di diverso. Dietro a
queste domande campeggia quel cartellone esposto dall’edicolante. Non
posso ignorarlo e mi accorgo che nemmeno loro l’hanno fatto.
Gli adolescenti che oggi abbiamo di fronte, alunni
invitati a un corso o figli nostri, non possono essere come quelli che
eravamo noi alla loro età. I dubbi, le ansie e le aspettative tipiche di
quest’età sono costrette a fare i conti in modo molto acerbo con la
cultura massmediatica nella quale siamo sempre più immersi, nel bene e
nel male. I discorsi preconfezionati sulle tempeste ormonali che agitano i
sonni dei nostri ragazzi, che fanno salire o scendere i nostri rapporti
con loro come fossimo prigionieri di un ascensore, restano i medesimi
negli anni e, nello stesso tempo, si rivelano incompleti di fronte all’invito,
sempre più pressante, ad essere "al massimo". Della forma
fisica, del successo, del divertimento, dell’amore. Gli stessi adulti
rincorrono questo mito, perché mai dovrebbero resistere i ragazzi?
Per raggiungere "il massimo"
Anche le forme di espressione si moltiplicano e ai
gruppetti di coetanei si sostituiscono le chat-lines o i messaggi inviati
con l’e-mail. Nemmeno i ragazzi che non dispongono di questi mezzi
possono esserne considerati estranei: se ne parla, ci si trova a casa di
chi ha il computer, si combatte in casa non più per l’acquisto del
motorino, ma per l’ultima offerta di cellulari.
Mentre le fonti cui attingere le conoscenze sul sesso
sembrano abbondare, così come le occasioni di contatto, in realtà ci si
accorge del progressivo impoverimento della comunicazione. L’adolescente
può chiamare un gran numero di amici, ma spesso le conversazioni si
esauriscono in squilli telefonici o in laconici messaggi letti al video. L’adolescente
può avere tutte le informazioni che vuole, ma ci si guarda bene dall’inserirle
in un progetto dichiaratamente formativo. I genitori chiedono alla scuola,
all’autore del manuale o all’esperto di turno che sia scientificamente
esaustivo e corretto, e credono di aver in questo modo esaurito il loro
compito educativo. In fondo loro stessi non hanno ricevuto di più e in
molti casi non hanno nemmeno avuto le informazioni.
Il cartellone pubblicitario che riduce il sesso a una
prestazione fisica, i siti che spacciano pornografia dietro a nomi
insospettabili, il progressivo isolamento dei ragazzi davanti a uno
schermo cambiano completamente lo scenario in cui gli adolescenti hanno le
prime esperienze amorose.
Per queste ragioni non è sufficiente fornire gli
strumenti per muoversi nella società tecnologica, occorre dare anche una
bussola che aiuti ad orientarsi nella ricerca di una meta. Oltre al fare,
bisogna cercare l’essere delle cose. Qui sta la sfida che personalmente
lancio ai due culturisti avvinghiati. Se ai ragazzi di terza media mi
accontentassi di indicare uno standard di crescita o di comportamento
entro il quale debbano considerarsi "a posto", sono sicura che
si affannerebbero a chiedermi come raggiungere "il massimo".
Quando invece parto dalla pubblicità che tutti abbiamo visto e chiedo
quale tipo d’amore vorrebbero per sé, scopro che si può parlare ancora
di tenerezza, di conoscenza reciproca, di fedeltà.
Certo, da questi tredicenni non mi aspetto l’analisi
profonda dei sentimenti. Sono ancora alla fase in cui registrano le
emozioni e ne rimangono turbati. Li vedo alla ricerca di un modo per
interpretare l’aggrovigliarsi di pulsioni fisiche, di bisogno d’affetto
e di paura nel rivelarsi. Niente di più facile che conformarsi allo stile
di vita proposto dalla televisione o dalle riviste patinate: molta
esteriorità fatta di "bacini e abbracci" a destra e a manca,
niente impegno a lungo termine, nessuna responsabilità. La parola d’ordine
è «fare quello che ti senti», evitando accuratamente ciò che non è
divertente.
I genitori che lavorano, che sono stanchi, che cercano
il modo per assicurare ai figli tutte le cose che servono per sentirsi
accettati sono utili, ma non sono divertenti. Se anche noi adulti
rincorriamo il modo di vivere e di consumare che il mercato ci impone,
saremo sempre meno divertenti, meno attraenti dei protagonisti dei video
musicali, di quelli dei videogiochi, degli attori della pubblicità o dei
telefilm. Saremo perdenti in partenza e con noi i nostri figli. Esiste
ancora lo spazio per una proposta educativa, che cerchi di tirar fuori
dalla persona il meglio che è, senza ostinarsi ad aggiungere altre cose a
quello che ha. Con queste provocazioni la discussione nell’aula della
scuola media di periferia si accende. Suona la campanella, ma si vorrebbe
continuare ancora. Ci sarà tempo.
Teorie sull’amore
Torno a casa. Anch’io ho un figlio di tredici anni.
Con lui non sono una professoressa, di quelle che tanto poi non si vedono
più. Sono la mamma che scoccia perché vuole puntualizzare ogni cosa. Con
lui posso parlare del cartellone che ho visto davanti all’edicola, ma
non posso aspettarmi la discussione. Di certe cose in casa lui non parla.
È giusto. L’amore in casa si vive, non si teorizza.
Proprio per questo l’educazione sessuale in famiglia
è un argomento che non può essere evitato. Non è certo un insegnamento
"a ore prefissate". Qualsiasi momento è buono. Qualunque
avvenimento diventa lo spunto per una riflessione fatta ad alta voce. La
cosa veramente importante è rendersi conto del momento che la famiglia
dell’adolescente sta vivendo: l’adolescenza del figlio richiede un
grande sforzo alla coppia dei genitori, che è chiamata a verificare sia i
valori che propone, sia l’adesione quotidiana a questi valori. Spesso la
coppia entra in crisi, perché la maturazione sessuale dei figli la
obbliga a un ripensamento del proprio rapporto, non più gravato dalle
impellenti cure parentali: la madre torna moglie, il padre torna marito e
tutto ciò sotto lo sguardo di chi, ormai quasi indipendente, sembra
giudicare e criticare.
L’adolescente ha bisogno di staccarsi dai genitori e
in alcuni casi sembra godere nel metterli in difficoltà, andando contro
le consuetudini familiari o addirittura rifiutando qualsiasi proposta. Lo
fa per cercare la propria strada, per uscire dall’infanzia, ma quanta
fatica costa questo svolazzare contro le sbarre di una gabbia che lo tiene
prigioniero. Lui pensa che la prigione sia la famiglia. In realtà è l’infanzia,
nido sicuro, ma ormai troppo stretto.
Non bisogna delegare
Se per le ragazze la prima mestruazione è una tappa
che, accettata da tutti, instaura una sorta di complicità con la madre e
rende più riconoscibile l’ingresso nella fase dell’adolescenza, per
il figlio maschio non ci sono momenti altrettanto pubblicamente
identificabili. Si corre il rischio di banalizzare la maturazione
sessuale, misurandola in base al numero delle conquiste femminili o agli
atteggiamenti aggressivi.
Da parte sua, l’adolescente maschio difficilmente si
confiderà con la madre, genitore solitamente deputato all’educazione
sessuale familiare: è troppo difficile separare il ruolo di madre da
quello di sposa e la sovrapposizione delle due immagini causa troppo
disagio.
Diventa importante allora assumere un atteggiamento che
parta dal riconoscimento dell’adolescenza (vedo che stai cambiando),
passi attraverso l’accettazione dell’adolescenza (sento e capisco che
stai cambiando), per arrivare al superamento dell’adolescenza: ti offro
un modello di vita, il nostro. Lo puoi accettare o rifiutare, comunque
siamo disposti a parlarne.
Anche il sesso fa parte di questa proposta; da quando il
figlio nasce; durante tutta la sua crescita, negli atteggiamenti che
abbiamo avuto nei suoi confronti, partendo dalla sua identità sessuale;
di fronte all’incipiente maturazione sessuale. Non dobbiamo pensare di
delegare il problema all’esperto di turno o, peggio, lasciare che il
discorso che riguarda più da vicino la felicità di nostro figlio, l’amore,
non sia affrontato in famiglia.
La sensibilità di ciascun genitore guiderà i suoi
gesti e le sue parole, ma un messaggio deve essere chiaro: in qualsiasi
momento tu voglia, io genitore sono disposto a parlare con te anche di
sesso. Senza mai dimenticare gli impulsi provenienti dalla televisione,
dai giornali, dagli amici, da Internet, dalle mode. Tutte queste fonti
sono negative solo se lasciate uniche interlocutrici dell’adolescente.
Se sono inserite in un progetto educativo, che i genitori sono chiamati a
verificare proprio durante l’adolescenza, diventano un semplice
strumento per aiutare l’intera famiglia.
L’adolescenza perde così la connotazione di malattia
passeggera legata all’età e si trasforma in reale momento di crisi,
cioè di passaggio, di maturazione per tutti i componenti della famiglia.
Serena Cammelli
| UN MALESSERE SILENZIOSO
"Una
sfida al mondo degli adulti e alla comunità ecclesiale?". È
il sottotitolo del convegno regionale Affetti e sessualità tra
gli adolescenti, tenutosi il 25 novembre scorso all’Università
Cattolica di Milano, per concludere i cinque anni di osservazione
degli organismi pastorali. Introdotto dal cardinale Martini e
rivolto a educatori e genitori, l’incontro ha avuto come
obiettivo primario quello di invitare gli adulti a individuare un
modo di proporre ai ragazzi l’educazione all’affettività e
alla sessualità. Dallo studio pastorale relativo a questo tema è
emersa, al di là degli inutili moralismi, una condizione di
malessere silenzioso e una solitudine educativa che si esprime
attraverso comportamenti spesso eccessivi. Significativa la
presenza dei tre operatori (del mondo sportivo, scolastico e dei
mass media) che hanno esposto le loro riflessioni basate sulla
diretta esperienza a contatto con gli adolescenti. |
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