| L’immagine
dell’affettività che traspare dai media, dove l’Auditel fa da
padrone, è legata al sensazionalismo e allo scandalo. Ne deriva una
rappresentazione deformata che rende difficile l’educazione sentimentale
dei giovani. La
sigla usata nei Short Messages che i giovani si inviano sui
telefoni cellulari è Tvb. La consultazione quasi compulsiva che ne fanno
li rivela bisognosi di confermare a loro stessi d’essere sempre in
relazione con qualcuno/a. Quella sigla individua il rapporto sentimentale
che da sempre marca in modo concitato questa fase del ciclo di vita.
Infatti, i ragazzi e le ragazze percepiscono che, per agire ed essere
riconosciuti da adulti, devono dimostrare a loro stessi e agli altri d’essere
capaci di amare (nei molteplici sensi di questa capacità).
La riduzione a sigla e la stessa opzione di privilegiare
la forma attenuata («Ti voglio bene») a quella forte («Ti amo») della
dichiarazione possono essere interpretate e come indicatori di una
difficoltà. È come se i giovani ci segnalassero che avvertono
confusamente un ingorgo nei loro tentativi di dire il sentimento che
costruisce una vita.
Per millenni la maggior parte delle persone ha filtrato
la propria esperienza dell’amore nei modelli vissuti in famiglia e nelle
routines di corteggiamento ammesse da un certo ordito
socioculturale. Pochi fortunati potevano veleggiare verso gli orizzonti
aperti dalla scrittura all’interpretazione letteraria e filosofica dell’amore.
I lettori di Dante, Petrarca e Boccaccio – tanto per richiamare solo le
nostre somme autorità – disponevano di sofisticate risorse cognitive
per registrare la forza strutturante di tale sentimento.
Invero, tracce della scrittura letteraria sono
ravvisabili anche nel parlare comune, dove quasi tutti possiamo alludere
all’"amore platonico" e/o all’"amore romantico".
Poiché, almeno a voler dare credito all’aforisma di La Rouchefoucauld, «le
persone non si innamorerebbero se non sentissero parlare d’amore», è
importante riflettere su come se ne parla nella società contemporanea.
Se risultasse che i media proiettano un’immagine
troppo deformata di tale emozione, ne seguirebbe che essi non solo rendono
ardua l’educazione sentimentale dei giovani, ma possono produrre un
disorientamento sociale più generale. Infatti, di fronte all’amore
siamo tutti un po’ "giovani", cioè inesperti e insieme
interessati al futuro, persi nell’intrico e appassionati dal progetto
dell’esistenza.
Le dure leggi del mercato
Il sistema dei mass media marca ormai il destino dell’umanità
sia nella sfera pubblica (telecrazia, new economy) che nella sfera
privata (estensione reticolare del pettegolezzo e del voyeurismo).
Entrambi i versanti comportano delle preoccupanti implicazioni di ordine
psicologico, poiché nell’insieme si profila un’invasione della logica
mercantile e circense dei media nella mente e nel cuore delle persone.
A prima vista i mass media sembrano in sintonia con il
mito platonico che vuole l’amore figlio di Abbondanza e Povertà.
Infatti, da una parte c’è una grande ricchezza di richiami a tale
oceano di senso: immagini, racconti, storie di vita e appelli si
rincorrono alla rinfusa, quasi a voler rendere l’idea che l’amore è
uno spirito fuggitivo. Dall’altra, c’è l’esibizione di una penuria
di valore, quasi una scarnificazione dell’esperienza affettiva.
Naturalmente, i mass media parlano dell’amore a modo loro, dovendo non
solo adattarsi alle potenzialità espressive specifiche dei vari canali
utilizzati (dalla voce alla scrittura, dall’immagine alla sequenza
cinematografica e televisiva), ma soprattutto rispettando i molteplici
vincoli che rendono possibile la loro integrazione nella vita sociale.
Se, per generale ammissione, i mass media sono
assoggettati alle dure leggi del mercato (il dio Auditel) e della
spettacolarizzazione, allora anche la rappresentazione sociale dell’amore
cui daranno voce risulterà vistosamente deformata da pressioni esterne a
ciò che le persone vivono come "amore". Di conseguenza, è ben
raro che i giovani possano trovare nei talk show, nelle soap
opera o nei resoconti della cronaca rosa qualche supporto per
approfondire la propria esperienza sentimentale.
Ciò potrebbe accadere se le rubriche giornalistiche, i
programmi radiotelevisivi e i siti Internet che si occupano di amore
fossero progettati con intento educativo o almeno aspirassero a obiettivi
artistici. Troppo spesso, invece, la rincorsa frenetica dell’audience
orienta la scelta dei temi e la programmazione dei palinsesti verso l’esibizione
dell’anomalo o dell’abnorme. Come tutti sanno, i media sono
"costretti" a costruire per i loro utenti un mondo reale capace
di attrarli proprio per la sua difformità rispetto alle loro attese di
senso. Ecco perché anche in amore solo l’eccesso è "notiziabile":
l’eroismo di una dedizione silenziosa o la brutalità di un plagio
abilmente occultato, l’anoressia o la bulimia sessuale, lo scarto di
età o l’insulsaggine di certe prese di posizione su questioni
attraversate dalla relazione affettiva (dalle pratiche anticoncezionali
all’educazione dei figli).
Vi sono poi vincoli che derivano dal formato enunciativo
in cui passa un certo modo di intendere l’amore nei media. Ad esempio,
le narrazioni d’amore affidate ai fotoromanzi e alla loro versione
televisiva nelle soap opera ne isteriliscono la portata in schemi
seriali, altamente prevedibili e stucchevoli. Invece le sequenze di
immagini che si appigliano fugacemente all’amore nei videoclip, legati
al lancio di dischi o di film, proiettano le attese di senso per questo
sentimento in scenari paradossali, innaturalmente scintillanti o
tenebrosi.
Per non dire delle varie linee telefoniche hard core pubblicizzate
dai giornali e dalla televisione, che rendono disponibile una
rappresentazione della componente erotica dell’amore come una esperienza
non soltanto solitaria e meccanica, ma anche tristemente monosensoriale.

In sostanza, i media tendono a confermare i modelli
culturali tradizionali. Una prova particolare (peraltro avvalorata dal
fragilissimo campione dei miei due figli) è fornita dalla differenza di
genere nel modo in cui i giovani aderiscono alla rappresentazione sociale
dell’amore fatta circolare dai media. Certo, esiste un linguaggio
globale e comune a ragazzi e ragazze, cioè la canzone: per la sua stessa
materia significante (testo e musica), essa comunica facilmente ai giovani
che il vincolo amoroso è un bioritmo, un’armonia sincopata e una
ricerca tonale. Ma al di là della cultura della canzone si intravedono
già alcune differenze significative.
Le ragazze rivelano un interesse spiccato per le
rubriche di Questioni di cuore che trovano nella stampa; i ragazzi,
invece, si lasciano attrarre dalle situation comedy, in cui la
relazione amorosa viene presentata con uno sguardo divertito e a tratti
addirittura parodico. Forse proprio in questo contrasto è possibile
vedere una certa funzione positiva dei media, che consiste nel prospettare
l’ambivalenza del quadro interpretativo cui non è possibile sottrarre
nemmeno il sentimento amoroso.
Quando l’amore diventa un "problema", si
trasforma in esperienza perturbante, somma, luogo dello scardinamento
esistenziale; invece, se si è così forti in amore da riuscire a
guardarlo con ironia o a riderne (e perfino a irriderlo), è perché vi
scorgiamo un suggerimento a non prendersi sul serio, un invito a
"decentrarsi" e a smascherare le pretese imperialistiche del
Sé.
A ben guardare, il rischio più grave insito nel
discorso mediatico sull’amore si annida nella sua tendenza alla
fisicizzazione, che peraltro si rivela operativa in modalità opposte. Da
una parte, i media sembrano ossessionati dall’intento di valorizzare la
traccia biologica dell’amore. Appare periodicamente la notizia della
scoperta di questo o quel gene che ne controllerebbe l’attivazione e le
variazioni personali o di questo o quel neurotrasmettitore che tradurrebbe
i significati culturali in modifiche elettrochimiche del cervello.
Dall’altra, i media enfatizzano tutte le opportunità
di sganciare l’esperienza affettiva dalle calde certezze (oltre che
dalle asperità) del contatto corporeo: matrimoni regolati da agenzie,
incontri virtuali, cybersesso e via simulando. Lo spasmo di
esaltare il corpo interiore (il codice genetico e il cervello), mentre si
cancella il valore dell’azione tra i corpi reciprocamente presenti l’uno
all’altro, chiarisce qual è la portata dell’attacco strategico
condotto dal sistema dei media al mondo della vita (inter)personale.
Infatti, a risultare svuotata è proprio la metafora ontologica che
culture millenarie nella storia del pensiero occidentale e orientale hanno
fornito all’autoconsapevolezza dell’uomo, cioè la distinzione
esterno/interno o superficie/profondità.
Se si può dimostrare che non c’è nulla di misterioso
in amore, si è fornita la prova definitiva per ridurre l’uomo a quella
spirale di pulviscolo che riluce al raggio trasparente della scienza.
Invero, il tono riduttivo e banalizzante del discorso mediatico
concernente le "questioni di cuore" è fin troppo palese. Una
relazione sana ed equilibrata con sé stessi tende a vivere come
eccessivamente intrusiva l’aspirazione sempre più diffusa dei media a
occuparsi "a modo loro" di argomenti così decisivi per l’identità
intima delle persone. Si avverte con fastidio la sensazione di essere
rivoltati come calzini nelle nostre costruzioni di senso più segrete. La
rete mediatica delle scenografie d’amore e d’altri affanni è così
estesa e capillare che è pressoché impossibile non rimanerne impigliati.
Prima o poi il singolo è attraversato dal sospetto che la sua storia d’amore,
i suoi tic nascosti e i grovigli cui è tanto legato siano appannaggio di
tutti, perché sono già là sulla scena.
Tabernacoli vuoti
La forma attuale di alienazione umana è dovuta al fatto
che i media inducono le persone a vedersi come tabernacoli vuoti. Il senso
di unicità e di irripetibilità del Sé, che ognuno sperimenta in modo
produttivo e felice soprattutto nell’incontro sentimentale con l’altro/a,
è messo a dura prova dalla possibilità di verificare costantemente che i
propri slanci e i propri sperdimenti sono mere comparse sulla scena
enunciativa saldamente occupata dai media.
La rappresentazione sociale dell’amore veicolata dai
media è incardinata nella condizione di doppio svuotamento in cui le
persone sono poste. Infatti, da una parte, noi avvertiamo tutto lo
spossessamento e l’erosione della fiducia nella singolarità della
nostra storia d’amore, perché vi vediamo continue allusioni nei
discorsi dei media; dall’altra, tali discorsi scavano un fossato tra le
"storie di ordinaria affettività" e le persone che le vivono,
perché esse tendono a percepirle come troppo "normali" e
"banali", cioè prive di quelle condizioni eccezionali cui i
media sono sensibili. Se non sono un’insegnante cinquantenne in fuga d’amore
con uno dei miei allievi né un ricchissimo novantenne disposto a legarmi
totalmente a una show girl, sono portato a credere che la mia
esperienza d’amore è meno esaltante di quel che già non è.
Il pedaggio pagato dai media alla rappresentazione della
vita quotidiana – il sensazionalismo e la ricerca dello scandalo –
risulta estremamente rovinoso in amore. Pertanto, molti e rilevanti motivi
oppongono l’esperienza reale dell’amore alla nostra dipendenza dai
media: intimità vs (versus) sovra-esposizione dell’immagine di
Sé, dedizione vs sperpero, impegno vs evasione, coerenza vs dispersione.
La ragione più interna all’opposizione tra l’amore vissuto e l’amore
rappresentato è nel cuore stesso del sistema di significati del nostro
contesto culturale.
Vivere una storia d’amore è, per le persone,
percepirsi in relazione tra loro; presentare la vita in chiave amorosa è,
per i media, prendere posizione, adottare un punto di vista, scindere una
totalità. Un effetto particolare di tale contrasto è che, nella realtà,
gli amanti sono tenuti insieme dal desiderio di procrastinare la fine
della loro storia e dalla capacità di ricomporla continuamente in un
assetto unitario sempre nuovo e coerente, mentre quando sono sulla scena
mediatica gli amanti sanno solo animare frammenti, stritolati come sono
dalla macchina che dona loro visibilità sociale.
Appartenendo alla misteriosa religiosità della vita, l’amore
non è telegenico e in genere sfigura nei media. Ecco perché di solito il
senso comune delle persone e, in particolare, l’intelligenza emotiva dei
giovani colgono il rischio che i media operino da prisma deformante dell’amore.
Giuseppe Mininni
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