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anni fa un giovane collega, scherzando, ci disse: «Io ho lasciato l’università
giusto un anno prima che scoppiasse la contestazione giovanile. Cosa mi sono
perso!». Si era perso l’esperienza delle occupazioni degli atenei, cioè,
dal suo punto di vista, il primo esperimento di liberazione sessuale di
massa. Stiamo parlando del ’68, che sembra ieri, ma sotto tanti aspetti
appartiene davvero a un altro millennio.
La ricerca di Garelli è, agli occhi di un lettore avanti
negli anni, un libro terrificante; egli vede emergere da quelle pagine una
società, una generazione totalmente altra rispetto alla propria esperienza,
come se un’invasione di marziani si fosse impadronita della Terra. Una
rivoluzione nei costumi sessuali cominciata apparentemente nel ’68, e
giunta oggi – se è lecito generalizzare le interviste
"qualitative" con relativamente poche decine di giovani effettuate
dal sociologo torinese – a un approdo oltre il quale c’è ancora ben
poco da immaginare. È bene non assolutizzare nulla, nemmeno i risultati di
un’inchiesta ben condotta e ben argomentata. In un altro libro sulla
condizione giovanile, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (storia
di Lotta continua) di Aldo Cazzullo (Mondadori, 1998), uno dei protagonisti
di quella stagione, Guido Viale, raccontando la rivoluzione sessuale,
afferma: «Si faceva l’amore liberamente già prima del Sessantotto;
semplicemente, lo si faceva più di nascosto. L’elemento di liberazione è
stato portare i rapporti alla luce del sole, non intensificarli».
Dunque, non assolutizziamo nulla, e prendiamo per buono
quello che dice Guido Viale. Ma questo non basta, nella sua ovvietà: ci
sono state lunghe e ripetute epoche nella storia in cui la libertà sessuale
non era messa minimamente in dubbio in determinate società e culture. Ciò
che emerge invece nel libro di Garelli è il carattere inedito della
"rivoluzione" vissuta oggi in questo campo dai giovani nati dopo
la "liberazione femminile " nelle società dell’Occidente,
cominciata appunto nel ’68 e dintorni. Tale carattere può essere definito
con una parola usata spesso nel libro: "realismo", che si
concretizza nell’"accettazione del dato di fatto", nella presa d’atto
di una situazione data, per la quale non esistono criteri di comportamento
etico o culturale.
Questo vale per tutti i fatti della vita dei giovani di
oggi, e naturalmente anche per i fatti relativi all’affettività, all’amore,
al sesso. Ciò che conta è la soddisfazione degli interessi individuali o,
al massimo, della coppia: ma una coppia la cui durata è strettamente
connessa a quella che Garelli chiama la "significatività
personale" del rapporto per ciascuno dei partner. Ognuno è il solo
giudice di sé, nel tempo del relativismo etico.
Se per i «ragazzi che volevano fare la rivoluzione» ciò
che contava primariamente anche nei rapporti sessuali era il gruppo (guai a
"farlo" con appartenenti ad altri gruppi), ciò che conta per i
giovani di oggi è l’analisi continua di sé, il calcolo – sia pure
complicato da un’affettività che ha riguardo dei bisogni dell’altro
partner – di convenienza personale a protrarre o interrompere o chiudere
del tutto un rapporto. "Stare con" è il risultato di questo esame
giorno per giorno, a cui quasi tutti i giovani si sentono costretti, vivendo
immersi in una società che offre molte occasioni di incontro e di confronto
e che non soffre più di nessun tabù di ordine culturale o etico.
Da questo punto di vista la situazione è identica per i
ragazzi e le ragazze, sebbene per alcune di queste ultime scattino ancora,
talvolta, le remore di un’educazione tradizionale.
Il senso della durata
Il punto è proprio questo: i "marziani"
sembrano aver cancellato dal proprio orizzonte esistenziale il concetto di
durata e di impegno di fronte alla società, intesa come complesso di norme,
di diritti e di doveri a cui la tradizione e la natura danno vigore
fondativo. Una civiltà di massa estremamente complessa riduce,
paradossalmente, il raggio d’azione comportamentale degli individui: in un
mondo della modernità difficile da capire e da afferrare nella sua
interezza (la cui regola generale e fondamentale è la flessibilità), è
perfettamente logico che i comportamenti personali vi si adeguino
spontaneamente, perdendo come primo effetto il senso della durata, della
fedeltà, del progetto di vita, il senso della famiglia.
Non è affatto privo di significato che questo termine,
"famiglia", non compaia mai nelle dichiarazioni dei giovani
intervistati, se non come riferimento per lo più negativo all’educazione
ricevuta, appunto, "in famiglia". Di conseguenza, non appare quasi
mai la parola "figli". Il figlio è visto al massimo come una
prospettiva futura molto lontana, cui non si pensa, visto che per ora l’unico
impegno è rivolto alla costruzione di una vita di coppia possibilmente
appagante, ma tutt’altro che stabile almeno fin quando non si siano fatte
tutte le esperienze possibili (e desiderabili); ciò non esclude una
notevole stima della "fedeltà", almeno temporanea.
È forse eccessivo concludere che dal libro di Garelli
emerga una vera e propria mutazione antropologica nei giovani d’oggi
rispetto a quelli di un tempo: le briglie si sono sciolte per tutti, c’è
meno ipocrisia, la libertà è in sé un bene e non un male, i conti
generazionali non si fanno mentre le operazioni sono in corso. E così via.
Ma resta una curiosità.
Ogni generazione che si spegne prova nostalgia della
propria giovinezza e giudica negativamente quella presente nel momento del
proprio tramonto: che cosa potrà fare di tanto sconvolgente la generazione
di giovani del 2050 da scandalizzare i giovani "trasgressivi" di
oggi?
Beppe Del Colle