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A
un adolescente in crisi, non è dato modo di essere protagonista della sua
vita. La condivisione di scelte, valori e regole sta alla base della
storia di ogni famiglia. Solo sentendosi parte di un’unica narrazione i
diversi membri saranno in grado di assumersi responsabilità, riconoscendo
errori e mancanze. Paolo
è un ragazzo di 16 anni e vive con i genitori e un fratello di 22 anni in
una grande città del nord. Fino alla terza media, Paolo non ha mai avuto
problemi né in famiglia né a scuola: andava d’accordo con i genitori e
con il fratello, aveva dei buoni risultati a scuola, stava volentieri con
i compagni e aveva parecchi amici. Quando si è trattato di scegliere la
scuola superiore, Paolo voleva iscriversi assolutamente a un liceo
scientifico fuori zona per non perdere contatto con il suo miglior amico
che, avendo cambiato casa, sarebbe andato in quella scuola. La questione,
dopo una veloce discussione in famiglia, non è stata considerata
possibile per problemi logistici e di accompagnamento: inoltre il liceo
scientifico di zona ha un’ottima reputazione e Paolo vi viene iscritto
senza ulteriori ripensamenti. Il primo anno il ragazzo è bocciato: il
secondo anno, a seguito anche di un consistente numero di assenze non
sempre giustificate, viene nuovamente bocciato. Alle numerose richieste di
colloqui fatte dagli insegnanti durante l’anno, i genitori hanno
partecipato sempre in coppia raccontando un Paolo («...educato,
diligente, forse un po’ chiuso, ma che non ha problemi particolari...»)
molto diverso da quello che quotidianamente gli insegnanti incontrano. Il
Paolo alunno si presenta infatti come un ragazzino scostante, spesso
sgarbato, non interessato allo studio. I genitori di ritorno da questi
colloqui non rendono Paolo partecipe del loro contenuto: spesso non gli
dicono neppure di aver parlato con i suoi insegnanti, preferendo che sia
il figlio maggiore a indagare per capire cosa abbia Paolo. Intanto il
ragazzo esce sempre più spesso di casa senza avvertire nessuno,
rientrando molto tardi e, a dire di alcuni vicini di casa amici dei
genitori, facendosi vedere in giro con ragazzi molto più grandi di lui e
con facce «...non certo da bravi ragazzi». Il fratello maggiore, a
questo punto, e senza consultare i genitori, prende in mano la situazione
e, trascorsa l’estate, trova a Paolo un lavoro come fattorino in una
libreria della zona. Dopo circa due mesi, il ragazzo litiga violentemente
venendo alle mani con il proprietario del negozio che non gli aveva
concesso di uscire per l’ennesima volta in anticipo rispetto all’orario
concordato. I genitori, dopo aver contestato violentemente la scelta
operata "troppo di testa sua" due mesi prima dal figlio
maggiore, decidono, su suggerimento di un conoscente psicologo, di
allontanare Paolo per un po’ di tempo da casa, mandandolo a vivere da
alcuni loro amici che vivono in un’altra città.
Un evento complesso
Forse l’aspetto, fra i tanti possibili, che
maggiormente colpisce nella storia della famiglia appena presentata è
quello relativo alla comunicazione, ovvero ai processi e ai problemi
comunicativi che sembrano fortemente caratterizzare e vincolare le vicende
quotidiane dei nostri protagonisti.
L’evento comunicativo in genere si presenta sempre
come evento complesso, proponendosi contemporaneamente come possibilità e
occasione di condivisione, di comunione reciproca, di effettivo ascolto,
ma anche come esperienza di "difesa" dall’altro, di chiusura e
negazione di quanto l’altro cerca di dirci e farci comprendere. Il
comunicare come attività congiunta, come attività che crea
interdipendenza e intersoggettività, risulta allora particolarmente
legata a dimensioni quali quella dell’intenzionalità (ovvero del voler
davvero, comunicando, rendere comune qualcosa di sé, far partecipe l’altro
di qualcosa per noi importante) e quella della consapevolezza (di ciò che
si dice all’altro, del come lo si dice e del perché si vuole comunicare
con lui).
Il valorizzare, avendole sempre ben presenti, dimensioni
quali quelle appena citate può contribuire a rendere nel quotidiano più
efficaci e funzionali gli scambi comunicativi in ogni contesto (da quello
familiare a quello amicale, a quello lavorativo) e, come cercheremo di
vedere, può certamente contribuire a rendere più comprensibili
situazioni confuse e complicate.
Il lavoro identitario
L’evento comunicativo si traduce in famiglia in
termini di educazione, formazione, confronto, dialogo, elementi
particolarmente evidenti e critici durante il periodo adolescenziale dei
figli.
L’adolescente cerca in questa fase di vita il proprio
benessere psicologico, affettivo, sociale; è teso alla costruzione della
propria identità e impegnato su fronti e luoghi di vita diversi
(famiglia, pari, scuola). Questo suo lavoro identitario mette a dura prova
il sistema familiare e le sue modalità comunicative che, se sembravano
funzionali fino a qualche mese prima, improvvisamente si possono rivelare
inefficaci se non controproducenti rispetto al rapporto genitori-figlio
adolescente, rendendo spesso difficile il clima familiare.
Un’interessante questione può allora essere quella di
cercare di meglio comprendere che tipo di rapporto esista fra una buona
comunicazione in famiglia e un conseguente potenziale star bene della
stessa e dei suoi membri. Innanzitutto preme sottolineare come non si
tratti di un rapporto causa-effetto, di tipo sequenziale, ovvero l’aver
sempre ben comunicato in famiglia non significa "naturalmente"
riuscire a garantire una situazione di benessere psicologico e affettivo
alla stessa. E questo soprattutto perché i vertici relazionali in gioco
sono tanti e diversi (la coppia marito-moglie, la coppia padre-madre, il
gruppo padre-madre-figlio/i) e complessificano il quadro comunicativo
rendendo impossibili o poco esaustive spiegazioni unilaterali.
Un buon funzionamento comunicativo in famiglia può
"proteggere" in situazioni conflittuali, degenerative, di
disagio, di cambiamento, nel senso di: prevenirle (accorgersene in tempo e
provare a evitare che una situazione al momento solo potenzialmente
critica lo diventi di fatto); affrontarle (facilitare il riconoscimento
dell’esistenza di una situazione di effettivo disagio e individuare
quali potrebbero essere gli interventi possibili), non impedendo comunque
il loro verificarsi, né garantendo un esito positivo delle stesse.
In adolescenza ciò è particolarmente vero e scottante:
il figlio deve e vuole separarsi psicologicamente dai genitori e
chiede/pretende modalità comunicative (di scambio, di ascolto, di
risoluzione di conflitti) diverse, più adulte, ma comunque
"calde" e contenitive. I genitori devono provarsi e
sperimentarsi in un ruolo che è sempre "generativo", ma che
deve aiutare il figlio ad allontanarsi per una sua individuazione
autonoma, per una costruzione adulta ed emancipata della sua identità.
La funzione educativa del genitore deve quindi mutare e
trovare registri comunicativi di ascolto e di comprensione più che di
spiegazione: l’obiettivo non è quello di fornire al figlio modelli di
lettura della vita alla ricerca di un’unica "verità", ma
modalità di lettura e di interpretazione della vita modificabili e
ricodificabili da parte del figlio in termini personali e autonomi.
Anche se nelle diverse e quotidiane situazioni, la
scelta migliore può apparire una sola (nella nostra storia, il liceo da
frequentare, il lavoro di fattorino, l’allontanamento di Paolo), in
realtà è sempre possibile scegliere all’interno di un ventaglio di
possibilità, più o meno onerose e funzionali, ma tutte comunque
potenzialmente disponibili e soprattutto cariche di significati affettivi
e di investimenti emotivi non sempre esplicitati (la scelta di una certa
scuola per stare con i propri amici), ma che devono essere accolti e
ascoltati dalla famiglia.
Non solo azioni
Quanto più la propria storia familiare, di genitori e
di figli, è stata da subito narrata insieme (condivisa, resa comune,
partecipata in termini di scelte educative, di valori, di regole e norme,
di bisogni e desideri) nel rispetto delle identità e dei ruoli, tanto
più in situazioni critiche (di cambiamento, di transizione, sia canoniche
che eccezionali), l’intreccio narrativo della famiglia consentirà una
lettura comune e potrà fare da supporto per "parlare" di ciò
che sta accadendo ed evitare che ogni membro racconti la propria storia
senza tener conto degli altri protagonisti e dei loro desideri e bisogni.
La narrazione diventa allora attività congiunta familiare, spazio mentale
dove è possibile anche il silenzio e non solo la presenza di rumori e
azioni.
A Paolo non sembra sia data la possibilità di scrivere
il proprio pezzo di storia: prima i genitori e poi il fratello decidono
quale deve essere il suo intreccio, la sua trama e lo rendono protagonista
inconsapevole di una storia che egli non sente sua e che fa quindi fatica
a vivere.
Solo sentendosi davvero parte integrante della storia
che la propria famiglia, pur fra fatiche e rinunce, sta raccontando, i
diversi membri saranno anche in grado con tempi e modalità diverse, di
assumersi responsabilità, di riconoscere eventuali errori o mancanze, di
riconciliarsi e riavviare un racconto di cui sono tutti ugualmente
protagonisti.
Se non è mai stato coltivato all’interno della
famiglia uno spazio mentale e psicologico per il racconto e la
comunicazione della propria storia personale e familiare, si rischia, di
fronte alle difficoltà, di scegliere comunque di agire: si agisce per
colmare un vuoto che spaventa e che non troverà peraltro in una
dimensione solo operativa la sua soluzione e che quindi rimarrà tale
finché quella che si persegue è comunque l’azione (scegliere, decidere
cosa fare, muoversi...).
La nostra famiglia sembra privilegiare allo spazio del
pensiero, della riflessione e della comprensione reciproca quello dell’azione:
è una famiglia al cui interno si parla poco, si tende a delegare (al
figlio maggiore quello che invece competerebbe per ruolo ai genitori), si
tende, per scarso ascolto o intenzione comunicativa, a non cogliere i
segnali che altri inviano se non quando questi segnali diventano
preoccupanti (le compagnie frequentate, l’aggressione fisica): e anche
allora la modalità di intervento utilizzata non è quella del fermarsi
per comprendere, dell’ascoltare, del comunicare davvero su cosa sta
accadendo, ma piuttosto è quella dell’agire, allontanando il problema
(mandare via Paolo a vivere da amici).
Se lo spazio per il racconto e per la narrazione come
attività congiunta e condivisa esiste all’interno del proprio sistema
familiare, si ha a disposizione una risorsa in più che non evita il
rischio dell’avverarsi di situazioni critiche, ma ne può consentire una
diversa lettura e un conseguente diverso approccio risolutivo.
Emanuela Confalonieri
| BAMBINI IN PROVETTA: SAPERE LA
VERITÀ
La scelta di concepire in
provetta e da seme di un donatore esterno pone i genitori di
fronte al dilemma di rivelarlo, poi, ai propri figli. La maggior
parte delle coppie decide di nascondere la verità. Uno studio
condotto in Gran Bretagna dagli psicologi dell’Università del
Surrey e pubblicato sulla rivista Human Reproduction (il
mensile della Società europea di riproduzione umana ed
embriologia) denuncia per la prima volta i danni provocati da
queste bugie attraverso le testimonianze degli stessi figli della
fecondazione artificiale, ormai ventenni. È la prima volta che si
affronta a livello scientifico la questione del diritto dei nati
in provetta a essere informati sulle loro origini. Lo studio è
stato condotto intervistando 16 giovani che hanno saputo solo
nella tarda adolescenza di essere nati in provetta e con il seme
di un donatore diverso dal loro padre. La maggior parte ha detto
di avere vissuto la rivelazione come uno shock, un tradimento e
hanno, inoltre, dichiarato di essersi sempre sentiti estranei in
famiglia. Non appena saputa la verità, tutti sono andati in cerca
del padre biologico. In nessun caso, a causa dei divieti previsti
dalla legge, la ricerca ha avuto esito positivo, aggiungendo,
così, la frustrazione alla delusione per le bugie.
Simile la situazione nel nostro
Paese dove, secondo i primissimi dati raccolti in un’indagine
esplorativa condotta dall’Università di Roma "La
Sapienza" (basata su interviste a un campione di coppie di
Catania in attesa di "ottenere" la gravidanza), il 10%
dei genitori ha intenzione di non rivelarlo mai e circa l’80%,
forse, comunicherà la verità ai figli grandi. Solo il 10% è
disposto a raccontare fin da subito come è avvenuto il
concepimento. Nei questionari è emersa, inoltre, qualche
perplessità ad affrontare l’argomento con parenti e amici.
Tutte le coppie ne avevano parlato con il medico, preferendo però
lo specialista (ginecologo, urologo e andrologo) al medico di
famiglia. Il 60% aveva messo al corrente anche un familiare
(almeno uno dei genitori o un fratello) e nel 30-40% dei casi
erano stati informati anche gli amici più intimi.
o.v. |
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