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L’amore
suggerisce le parole e i gesti del perdono più e meglio di qualsiasi
altro sentimento. Ma la chiave della riconciliazione sta nel riconoscere
che le persone cambiano più volte nel corso della loro vita. Saranno
forse luoghi comuni le parole di Olivier Abel, filosofo, docente nella
facoltà di teologia protestante a Parigi, estratte dal saggio pubblicato
nel numero di Esprit (agosto-settembre 2000), sotto il titolo: Il
perdono, o come tornare al mondo ordinario. «La coniugalità –
scrive – non è fatta soltanto di consenso, di attrazione, di tenerezza:
essa dev’essere capace di sostenere il dissenso, la distanza e il
rispetto. Sono insieme l’accordo e il disaccordo, l’attrazione e la
distanza, il rispetto e la tenerezza, che fanno la conversazione del
legame amoroso. Come ha dimostrato il grande poeta puritano Milton nel suo
Trattato e disciplina del divorzio, una libera coniugalità deve
tener conto della possibilità del disaccordo e il divorzio dev’essere
istituito se non si vuole, sotto la parvenza del consenso, aprire una
carriera immensa a tutte le forme della vendetta. La coniugalità è un
lavoro continuo sui disaccordi stessi, che fa dell’amore una cortesia,
un intrigo in cui le discordanze accettate fin dall’inizio fanno parte
dell’accordo, della sua stessa durabilità, della sua capacità a
reinterpretarsi nelle circostanze della vita».
Sono parole ben scritte. Sono anche vere? Citiamo ancora
un pensiero di Olivier Abel, il più problematico e delicato, perché
riguarda il perdono anche in presenza dell’infedeltà. Ciò è
possibile, sostiene il filosofo protestante, «solo a condizione di
concepire la fedeltà come inseparabile dalla cortesia, da quello stretto
intreccio narrativo che conosce le rotture, le discontinuità introdotte
dal tempo, dalla distanza, dagli errori, dall’assenza; una fedeltà che
comprende la "tempesta". Che cosa diventa la fedeltà per colui
che è gettato dalla tempesta in un’isola deserta? La fedeltà si
caratterizza per la capacità a reinterpretare l’esistenza dopo uno
scacco».
È evidente che per "cortesia" si intende non
l’amabilità ma piuttosto il consapevole gioco dell’"amor
cortese" dei trovadori, la schermaglia amorosa come quella delle
corti medievali, che dell’infedeltà non fa un dramma, l’occasione per
la rottura irrimediabile fra l’amante e l’amata, ma lo spunto per
domandarsi se non sia il caso di riprendere il discorso che essa ha
interrotto; non facendo finta di nulla, ma accettando l’idea di "reinventarsi"
davanti a sé stessi e all’altro.
Discorso di un’estrema difficoltà che tuttavia si fa
meno difficile se il "ritorno alla vita di ogni giorno in una coppia
è pensato non dopo un’infedeltà, ma dopo un litigio, una crisi, un
dissenso anche aspro e all’apparenza inconciliabile causato da altre
ragioni.
Nel ragionamento di Olivier Abel la chiave del perdono,
della riconciliazione, consiste nel riconoscere che nel corso di una vita
noi cambiamo più volte: a causa del tempo che passa e a causa degli
incontri, delle letture, delle esperienze che facciamo, della capacità
che acquistiamo di capire gli altri e di farci accettare dagli altri. In
questo senso perdonare significa anche farci perdonare, perché né noi
siamo sempre gli stessi, con le stesse idee, né gli altri hanno il dovere
d’essere come noi li desideriamo.
C’è poi una misura di carità che va osservata nel
perdono, che non dovrebbe mai umiliare chi lo riceve. Abel ricorda che
vale per il perdono quello che Seneca afferma del dono: «l’uno deve
dimenticare all’istante di averlo dato, l’altro non deve mai
dimenticare di averlo ricevuto». Accanto alla saggezza che deriva dal
pensiero dell’antichità classica, quella che esige la comprensione
della modernità rispetto all’eguaglianza dei sessi: non ci sarà offesa
di minor conto se rivolta a una donna e di maggior gravità se rivolta a
un uomo; il perdono – se mai sarà possibile, anche se non sarà mai
facile – dovrà riguardare l’infedeltà della donna nella stessa
misura di quella del marito. Utopia? Forse sì, come sa chiunque si sia
trovato nella circostanza di perdonare o di essere perdonato nel chiuso di
una coppia dei nostri giorni, quando la facilità giuridica della
separazione e del divorzio sembra togliere senso e tempo alla stessa
parola "perdono".
Il divorzio elimina molte delle potenzialità insite nel
discorso di Abel, perché rende vana ed effimera l’idea del "reinventarsi",
la proposta di cercare in sé stessi il coraggio di ricominciare; il
perdono non viene né offerto né richiesto, il suo esercizio è una
virtù irrisoria; la solitudine che ne seguirà (una doppia solitudine,
spesso, perché "rifarsi una vita" diventa sempre meno facile
nella società che sta rifiutando, insieme al matrimonio, anche la
stabilità del legame di coppia "di fatto") potrà suscitare il
desiderio di una riconciliazione, ma quasi nessuna possibilità di
realizzarlo.
Il perdono fra uomo e donna, soprattutto nel matrimonio,
può infine essere più facilmente possibile fra persone unite da una
qualche "affinità elettiva", una cultura condivisa, una comune
fede religiosa, un’educazione compatibile, un senso del sacrificio unito
a un forte senso del dovere verso la parola data. Sempre prescindendo dai
casi di infedeltà, l’amore suggerisce le parole e i gesti del perdono
più e meglio di qualsiasi altro sentimento. Può farlo perché l’amore
è l’unico sentimento umano che consenta di identificarsi nell’Altro,
fino a capirlo nella sua opposizione ai nostri giudizi e alle nostre
"verità", in una parola nella sua diversità.
Quando ci si riesce, diventa persino inutile
interrogarsi sull’opportunità di perdonare, perché basterà
ricominciare a parlarsi e il perdono andrà ad aggiungersi a quelle parole
che le coppie ben affiatate e preparate a reinventarsi nel mutevole corso
delle circostanze della vita sono capaci di dirsi in silenzio, pur
mandandosi di tanto in tanto al diavolo, come tutti.
Beppe Del Colle
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