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Il
parto e la nascita sociale costituiscono i paradigmi della crescita umana.
Conoscenza e accompagnamento facilitano il cambiamento. Sia negli aspetti
luttuosi che nell’educazione degli affetti. Crisi
è parola di derivazione greca: viene da krísis, che significa
separazione, scelta, giudizio. Il verbo relativo è krínein,
giudicare, di origine indoeuropea. È un termine oggi molto usato e quasi
sempre allude a una perdita, a difficoltà incipienti, e mobilita ansie e
paure, sia che si tratti dell’inasprimento di una patologia, sia dell’acuirsi
dello scontro politico, sia che riguardi infine gli universi di
appartenenza, familiare, di lavoro, che, rappresentati come fonte di
stabilità e sicurezza, si rivelano al contrario minacciosi e carichi di
tensioni e ambiguità. D’altra parte, a posteriori, quasi sempre le
crisi mostrano degli esiti salutari: come se, invece di dover essere
evitate, dovessero essere talvolta prescritte. Tuttavia una crisi è
sempre temuta, quasi mai auspicata.
Se la crisi è in relazione alle vicende umane, da un
punto di vista psicodinamico, questo atteggiamento fortemente negativo ha
probabilmente una spiegazione che affonda le sue radici in un’esperienza
di perfezione e beatitudine, quella del feto nel corpo materno, che non
conosce gli spasmi del desiderio, i morsi del bisogno e il gelo della
solitudine. È vero che non conosce il mondo, e probabilmente non ne
sospetta neppure l’esistenza, dato che il mondo-utero materno coincide
con i confini del Sé intrauterino.
Per alcuni psicoanalisti, ognuno di noi, nella
condizione fetale, ha potuto sperimentare la pienezza dell’essere, la
perfezione e la beatitudine. La prima crisi che tutti dobbiamo affrontare
è quindi riconducibile a una specie di paradiso vissuto e poi
drammaticamente perduto da ciascuno degli umani. Entra in gioco in questa
vicenda, tuttavia, oltre alla perdita, anche l’aspetto di giudizio
contenuto nel concetto di crisi, perché se il feto e la madre
rimandassero indefinitamente la separazione, sarebbe la fine per entrambi.
Nei sogni delle gravide, tuttavia, la separazione, che nel parto è
dolorosa e a rischio di morte, viene rappresentata come "decisa"
dal padre. Quindi bizzarramente un evento naturale, conclusione
inevitabile dell’esperienza onnipotente della vicenda generativa, che si
svolge nel dolore e nell’incertezza (perché è una fantasia di questi
ultimi anni che la natura sia sempre buona e la tecnologia-cultura umana
sia, al contrario, cattiva), che coinvolge la madre e il bambino, viene
rappresentato come voluto dal padre, intervenuto sì nella generazione, ma
del tutto estraneo alle sofferenze del parto. Così, si può dire che il
principio di realtà in questa crisi non è uno dei protagonisti, ma solo
un comprimario di altre potenze decisionali che si affrontano per definire
le strategie in vista della sopravvivenza.
La nascita è perciò crisi, separazione, lutto visti
dalla parte del feto. Ma è anche crisi, separazione, lutto per la madre,
che perde la pienezza del suo corpo svuotato dell’onnipotenza
generativa.
È crisi anche per il padre, come testimoniano le
patologie che accompagnano la gravidanza della partner, o il
periodo immediatamente post-natale. In apparenza, disimpegnato dal peso
della gravidanza e dai dolori del parto, ha anch’esso un travaglio da
compiere: deve mettere a margine almeno per un po’ l’essere membro
della coppia amorosa per diventare un cavaliere inesistente e asessuato o
una specie di succedaneo materno e protettivo.
Lo psicoanalista Franco Fornari, acutamente,
sottolineava come l’ansia genetica, che sempre accompagna il venire al
mondo del piccolo dell’uomo, e l’instaurarsi del codice materno
marcato dall’onnipotenza e dalla messa ai margini del principio di
realtà canalizzano la persecuzione e la morte che abitano il
parto-nascita sul padre, che assume un ruolo di redentore, liberando dal
male la relazione madre-bambino.
Caricate sul padre le ambivalenze e la persecuzione, la
coppia madre-bambino può instaurare la fusione che è la premessa di un
buon accudimento. Questo meccanismo immaginario ma sopravvivenziale,
definito da Fornari "paranoia primaria", permette al bambino il
ritrovamento simbolico del paradiso perduto e delle sue sicurezze tra le
braccia materne, e, alla madre, una via d’uscita dei costi pesanti della
sacrificalità, proprio perché tutte le tensioni sono concentrate sul
padre e sulla possibilità di prendersela con lui, che non c’è, che
dorme la notte anziché badare al neonato perché deve lavorare il giorno
dopo, che esce con gli amici. Così tra madre e bambino le tensioni
spariscono proprio perché il padre se ne fa carico, senza averne alcuna
responsabilità reale.
Ora la nascita, così gravida di ansie e di pericoli, va
tuttavia attraversata pena la morte della madre e del bambino. Ma è
necessario avere ben chiaro, e le culture "altre" lo sapevano
fare meglio della nostra, quasi sempre impeccabile sul piano clinico, ma
debole su quello psicologicoculturale, l’aspetto di crisi nei ruoli e
nelle relazioni che la nascita porta con sé.

Attenzione all’individuo
In un tessuto culturale come il nostro, gli
ammortizzatori che un tempo erano predisposti dalla cultura per affrontare
le crisi "fisiologiche", come la nascita, non funzionano più,
anche perché per essere credibili debbono essere condivisi per così dire
acriticamente. La nostra è ormai una realtà multiculturale tollerante a
parole, ma impietosa verso credenze tradizionali non dimostrabili
razionalmente.
Diventa necessario perciò rinunciare a un trattamento
culturale "di massa" della crisi, per porre la maggior parte
dell’attenzione sull’individuo, mettendogli a disposizione all’occorrenza,
per governare al meglio quello che gli sta succedendo, al suo interno e
nelle relazioni con gli altri, il possesso di conoscenze e strumenti
adeguati; al caso, l’aiuto/consulenza di adulti competenti (e non penso
soltanto agli psicologi) che lo possano affiancare nelle difficoltà e nei
cambiamenti.
Va però ridefinito a questo punto il modello di
personalità individuale, di cui il senso comune apprezzava, fino a
qualche tempo fa, l’aspetto di coerenza da intendere come fedeltà a un
assetto decisionale ben preciso. In una società stabile, fondata su
valori certi e indiscutibili, la coerenza così intesa era una qualità
speciale dell’individuo: prometteva e permetteva stabilità e rispetto
delle gerarchie, una certa sicurezza relazionale e orizzonti progettuali
comuni. Ma vediamo le coordinate etimologiche di questo termine. Coerenza
è da intendere come stretta connessione di parti, accordo, unione e anche
costante fedeltà a una linea di condotta; deriva dal latino cohaerere,
che significa "essere unito", avere connessione, composto di co
e haerere, essere attaccato.
Qualche anno fa, nel corso di un’esperienza formativa
in una struttura ospedaliera, finalizzata a facilitare la collaborazione
tra i ruoli in vista della buona realizzazione dei compiti istituzionali,
un’infermiera, alla conclusione degli incontri, ringraziava chi li aveva
condotti, per averle fatto capire «che aveva tante persone dentro di sé».
Ora, la molteplicità dei Sé che costituiscono la personalità
individuale può indubbiamente essere vista a rischio di conflittualità
intrapsichica: ma anche come ricchezza di risorse e possibilità
progettuali, condizioni di una coerenza dinamica, stimolante anche se
faticosa, dato che è da conquistare costantemente.
La caduta dell’indice di natalità nel nostro Paese,
per esempio, ha una delle sue cause nel sempre maggior peso delle donne in
fatto di scolarità e impegno lavorativo. Solo che il Sé sociale delle
donne ha preso meccanicamente il posto di quello materno (almeno fin dopo
i 30 anni), senza che ci si impegnasse sul piano politico e sociale a
trovare soluzioni senz’altro meno coerenti ma più operative e
dinamiche, capaci di permettere alle donne di conciliare Sé lavorativo e
Sé materno, così da poter generare al meglio delle loro potenzialità
riproduttive: quindi prima, ma senza sacrificare lavoro e carriera.
Ma ritorniamo alla vicenda del parto-nascita, che anch’essa
può essere letta come crisi dei ruoli: ruolo maschile e femminile
lasciano spazio a quello di madre e di padre; perdita tuttavia più
accettabile se la si può ricondurre a una marginalizzazione temporanea di
questa parte di sé, da recuperare quando la fusione madre-bambino deve
lasciare spazio ad altre più evolute modalità relazionali, capaci di
accompagnare meglio il cucciolo, non più soltanto o soprattutto
bisognoso, verso lo sviluppo delle capacità relazionali e pratiche.
Anche questo cambiamento comporta una crisi. La madre
deve rinunciare all’onnipotenza materna (lei ha tutte le cose buone, il
bambino solo la cacca e quindi non può fare a meno di lei e non la
abbandonerà mai); il bambino, alla contrattualità altrettanto
onnipotente fondata sulla sua bisognosità che gli assicura privilegi e
precedenze impensabili per un bambino rappresentato come ormai capace.
Pure in questo caso, si veda come la consapevolezza dell’avvicendarsi
dei ruoli e dei Sé che li sostengono comporti meno ansie e più governo
del cambiamento.
La differenza di genere
Vi è un aspetto tuttavia da sottolineare perché tende
a presentarsi costantemente nelle vicende umane ed è la vischiosità che
spesso accompagna le decisioni prese in un determinato contesto, che, a
contesto del tutto modificato, permangono come le uniche giuste e
praticabili. Forse è proprio questa vischiosità a rendere più dolorosi
del dovuto i costi della crisi e dei cambiamenti. Franco Fornari sosteneva
che la specie umana è masochista, perché, abituata a sacrificarsi per la
sopravvivenza dei propri figli deboli, tende a scambiare per figli da
difendere tutto ciò che è marcato dalla debolezza e dal bisogno,
chiamando in scena la sacrificalità del codice materno, che comporta, non
dimentichiamolo mai, la messa ai margini del principio di realtà. Questo
accade per le ideologie, ma anche quando in famiglia non ci si accorge
della crescita dei figli e si continua a rappresentarseli piccoli e
incapaci.
Le culture tradizionali avevano capito molto bene che
per salvaguardare la crescita delle giovani generazioni era necessario
proprio combattere la vischiosità in relazione alla situazione più a
rischio, quella del giovane maschio adolescente, per cui prescriveva
rigidi e spesso assai dolorosi rituali di iniziazione, finalizzati a
sancire la fine dell’infanzia e l’approdo irreversibile al mondo
adulto. Tra l’altro in queste popolazioni, poco numerose e insediate
solitamente in un territorio limitato, era indispensabile scandire il
cambiamento per promuovere la crescita e alimentare la socialità, un po’
ai margini nell’infanzia dei bambini, di solito vissuta con l’uso
illimitato della disponibilità materna, a stretto contatto col suo corpo
protettivo, morbido e caldo.
Nella nostra società sono assai deboli i dispositivi
culturali finalizzati a presidiare la nascita sociale, che riguarda sia i
maschi sia le femmine, perché anche per queste ultime, come si è detto,
è previsto che debuttino nel sociale, non solo proponendosi nei termini
del Sé femminile e seduttivo, ma anche di quello prestativo e in
competizione, proprio come per i maschi. Va premesso che l’appartenenza
di genere modella lo svolgimento dei compiti evolutivi, rendendo più
drammatica e difficile la nascita sociale dei maschi rispetto a quella
delle femmine, che, grazie ai talenti relazionali che le distinguono,
gestiscono in modo meno conflittuale la separazione dalla famiglia e le
relazioni con le istituzioni, per esempio la scuola, dove dispersione e
ritardi sono problemi soprattutto maschili. Tuttavia in area
metropolitana, spia del costante maggiore spazio assegnato anche nelle
femmine alle parti maschili del Sé, è la comparsa tra le ragazze di
comportamenti devianti che ricalcano gli agiti maschili.
Anche per questo, la famiglia di oggi spesso è in
affanno nell’affrontare la nascita sociale dei figli, maschi e femmine.
I protagonisti sono gli stessi della prima nascita, ma sono differenti le
dinamiche. Nell’infanzia i genitori sono onnipotenti per i loro figli.
Nella preadolescenza questa rappresentazione comincia a modificarsi,
perché i ragazzi, più capaci e meno dipendenti, sono in grado di
cogliere con sempre maggiore acutezza i limiti di chi ha autorità su di
loro. Insomma, che i genitori perdono le loro qualità soprannaturali e
diventano sempre più persone reali.
Ridare spazio all’eros
L’avere a che fare con persone in carne e ossa, con
qualità e difetti, non piace però né ai figli, né ai genitori; gli uni
perché non sono più principini e gli altri perché si trovano a essere
sovrani spodestati: più democraticamente, genitori in cassa integrazione,
col nido vuoto e nessuno da accudire. Si comprende perché allora, per
taluni adolescenti, la difficoltà a rinunciare ai privilegi dell’infanzia
prolungata, dorata e felice, che i genitori di oggi pensano loro dovere
assicurare ai figli. Ma anche i loro genitori continuano sovente a
rappresentarsi l’adolescente alto magari un metro e novanta, con baffi e
barba incipienti, come un bravo bambino che però a scuola non riesce a
impegnarsi, perché non lo capiscono, né gli insegnanti né i compagni.
Spesso si tratta di genitori appiattiti sul ruolo parentale, che si sono
scordati di essere una coppia.
A far confusione forse contribuisce una certa – credo
benvenuta per altri versi – liberalizzazione della sessualità, che la
fa però diventare marginale nel matrimonio, oggi spesso deciso proprio
allo scopo di mettere su famiglia, e intraprendere la carriera di genitore
affettuoso e a tempo pieno, più che per scoprire e affrontare il rapporto
di coppia, per godersi sfide e sfaccettature della dipendenza matura.
L’eros dei genitori, sacrificato all’onnipotenza
materna quando il bambino è molto piccolo, deve ritrovare spazio e valore
nel rapporto di coppia. Soltanto così, tra l’altro, si rassicurerebbero
i figli, impegnati a separarsi, a crescere, e a investire in loro nuove
relazioni, proponendo un modello adulto non nostalgico dell’adolescenza
perduta, "sfigato" e perdente, ma capace di affrontare le
difficoltà, usare con giudizio le risorse interne ed esterne disponibili
per governare la situazione rendendo la crisi un’occasione di crescita
consapevole per tutta la famiglia: verso nuove rappresentazioni, più
coerenti e nitide, dei Sé individuali e familiari, funzionali alla
sopravvivenza.
Corinna Cristiani
BIBLIOGRAFIA
Cristiani C., La conquista del Sé.
Attaccamento e separazione nel ciclo di vita, Unicopli, Milano
1992.
Id., Vita da padri, Mondadori,
Milano 2000.
Fornari F., Il codice vivente,
Boringhieri, Torino 1981.
Pietropolli Charmet G., Adolescente
e psicologo, Franco Angeli, Milano 1999.
Rosci E. (a cura di), 16 anni più o
meno, Franco Angeli, Milano 2000.
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