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Il
bisogno di perdonarsi innesta un processo che modifica l’esperienza
delle relazioni familiari. Richiede coraggio, determinazione, fatica. Ma
crea solidarietà, intimità, libertà. E va ben oltre la cancellazione
del debito. Vorremmo
portare avanti l’esigenza (e perfino la necessità) del perdono in
famiglia non tanto come esigenza morale, né come semplice
"convenienza" esistenziale, bensì dal nostro angolo visuale
come esigenza fondante il ben-essere familiare.
Vogliamo mostrare, infatti, che il perdono è un
processo (e perciò implica uno sviluppo) che modifica i
"normali" modi di vedere la realtà intrafamiliare e che perciò
genera apprendimento, cioè modifica l’esperienza che abbiamo gli uni
degli altri. Contigua (e confondente) è la pura e semplice amnistia
assolutoria, la modalità cioè del mettere «una pietra sopra» alle
offese ricevute, quasi a cancellarle; quest’ultima nozione ha a che
fare, in fondo, con il giudizio e con la spinta volontaristica.
Ma – ed è il punto convergente della nostra
riflessione – il perdono cristiano, che può aver luogo nelle nostre
famiglie a partire dalla parola di Gesù, è la pura e semplice amnistia
assolutoria? Oppure è un perdono che genera cambiamento e sviluppo?
Il comune sentire ci rende plausibile un fatto: negli
affari umani l’innocenza di uno poggia sulla colpevolezza degli altri; i
rapporti – specie quelli più prossimi – funzionano in modo tale che,
quando si rende evidente una colpa, ci si divide in colpevoli e innocenti.
Innocente è colui che si scagiona: hai rubato tu, non io; sei tu che hai
tradito, non io; hai cominciato tu a offendermi, io ho solo subito. In
altre parole, cercare la propria innocenza significa trovare altri
colpevoli, anzi tanto più gli altri appaiono colpevoli, tanto più
risalta la propria innocenza.
In questo quadro, appare chiaro che, quando nel mio
mondo emerge un fallimento, uno scacco, un errore, la posta in gioco
primaria non è tanto ritrovare l’allegria per riparare e rimediare, ma
mostrare anzitutto a me stesso (e a chi mi è prossimo) che i colpevoli
sono gli altri, perché ciò vede me innocente, cioè privo di quella
colpa di cui altri sono carichi. Un simile gioco interattivo in famiglia
lascia intatto il malessere, anche quando l’innocente intende perdonare
chi gli ha fatto del male; nulla cambia infatti anche quando il perdono è
dato in buona fede: poiché in tal caso l’uno è costretto a stare di
fronte all’altro come a colui che ha ricevuto una condanna, senza che
venga colto quel tanto o quel poco di innocenza che egli ha pur sempre nei
confronti del primo. Si faccia attenzione al linguaggio comune, che ha
già da tempo elaborato frasi fatte per impedire realmente a colui che
risulta innocente di scendere dal proprio ingenuo piedistallo. Espressioni
come: «Il torto non è mai da una sola parte», «Ognuno ha i suoi
difetti», «Bisogna sopportarci per quello che siamo», sono veli dietro
cui nascondere le proprie ragioni. Se chiedete a un coniuge, che lamenta
offese subite dall’altro, se i torti sono solo dall’altra parte, si
affretterà a rispondervi: «Avrò anch’io i miei torti». Provate
allora a chiedere che ve ne elenchi qualcuno, in concreto. Di solito, non
ne trova nemmeno uno reale, poiché non li conosce; oppure arriva all’arroganza
(inconsapevole) di presentare come torti i suoi crediti non esigiti: «Sono
stato troppo buono». «Non mi sono fatto valere a suo tempo».
Quando uno è ben sicuro di essere innocente, può
arrivare a quel mimo del perdono nei rapporti intrafamiliari che è l’amnistia
assolutoria, nel senso di cui abbiamo detto sopra: «Va’ là, ti
perdono! Non pensiamoci più. Ricominciamo da capo. Non è successo niente».
Al di là delle buone intenzioni, ciò non cambia il malessere, il disagio
che ha prodotto la corrosione dei rapporti. Anzi, una tale amnistia pare,
in termini interattivi, offrire punti a chi la dà e sottrarne a chi la
riceve; un po’ come se uno collezionasse "bollini" meritori,
in attesa del premio-fedeltà, proprio come succede in un supermercato che
si rispetti. Abbiamo presente due casi di tradimento coniugale, conosciuti
nel nostro lungo lavoro di consulenza. Nel primo lui aveva
"perdonato" una relazione di lei con un collega d’ufficio; il
tutto era finito in una bolla di sapone e lui, saggiamente, aveva detto: «Ricominciamo
da capo». Ma come mai lei gli era grata solo a parole? Come mai lui era
così inquieto e, aldilà delle sue stesse intenzioni, sempre più
sospettoso, nonostante tutto il tempo che era passato e il fatto che lei «aveva
messo la testa a posto?».
| Cambiare il malessere e il
disagio prodotti dalla corrosione dei rapporti non è certamente
impresa facile. Esige un paziente lavorio su di sé per non
riflettere sugli altri le proprie sconfitte e gli insuccessi
accumulati nel corso degli anni. |
Nel secondo caso, lei – diceva – non riusciva più a
perdonare lui per una relazione extraconiugale: da due anni lui era
costretto a dormire sul divano; non poteva ormai più fidarsi di lui –
diceva –, era più forte di lei. Non doveva farlo. Ormai, era tradita.
Lei, prima, si fidava completamente di lui. Lui l’aveva ferita a morte,
poiché aveva approfittato proprio della sua fiducia totale. E l’amnistia
che guidava i suoi comportamenti diveniva sempre meno plausibile, quanto
più lei non trovava giustificazioni per essere stata ferita così
gratuitamente.
In effetti ci assale un po’ di tristezza: che sia in
atto o no, un simile perdono lascia in fondo le cose come stanno.
A discolpa dell’altro
Occorre, proprio nelle relazioni che più ci stanno a
cuore, assumere un punto di vista diverso che non sia quello della
divisione, tra noi, in colpevoli e innocenti. Fino a che la discolpa dell’uno
passa attraverso la colpevolezza dell’altro, nessuno rinnoverà i
rapporti familiari. Al massimo ci trasformeremo in contabili più o meno
efficienti. Il punto di vista diverso attiene a un’altra trama che non
è (semplicemente) il rovesciamento della posizione precedente.
Occorre che io scopra che l’operazione più sana e
più intelligente è la discolpa dell’altro, ma non per ritrovarmi
colpevole: questo sarebbe infatti il puro rovesciamento che mi fa dire: «è
tutta colpa mia», «sono io il colpevole». Perché ancora una volta con
ciò – lo sappiamo bene – nulla cambia: o perché il: «è tutta colpa
mia» è solo una mossa (a cui, in fondo, non credo) per rendere innocuo l’altro
o perché (se lo credo) mi paralizza, non mi dice in quale direzione
muovermi (è ben altro il senso del peccato davanti a Dio).
La nuova trama consiste nello sperimentare che la mia
discolpa passa attraverso la discolpa dell’altro: in altre parole, posso
"fare il tifo" per il coniuge, il figlio, il fratello, il
genitore, il nonno che mi ha offeso per "discolparlo" e cioè
trovare come mai lui è arrivato fin lì, per quali strade impervie,
ferite non trattate, colpi della vita. Quando l’ho discolpato ai miei
occhi, quando ho sentito il suo dolore, le sue paure, le sue antiche
difese (che prima me lo rendevano ridicolo o arrogante!), quando –
finalmente! – mi pare che non possa non essere arrivato lì e gli sono
perfino un po’ grato, allora l’ho perdonato. Allora lo guardo in modo
diverso. Allora traspare nel mio sguardo – anche se non ne sono
consapevole – qualcosa dello "sguardo" che fa nuove tutte le
cose.
Non per questo mi sono caricato di colpe, anzi mi
accorgo – strano! – che tutto questo ha operato a favore della mia
discolpa. Non soltanto posso guardare lui (il coniuge, il figlio, il
fratello, il genitore) con occhi nuovi, ma anche me stesso! Ma tutto
questo costituisce un processo. Prima di considerare il perdono come un
processo di discolpa dell’altro, prendiamo a cuore due possibili
obiezioni.
La prima potrebbe essere formulata così: «E se
veramente io non c’entro? Se del tutto gratuitamente l’altro mi ha
fatto del male?». È qui che il processo della discolpa dell’altro
vale. Anzi, quanto più mi appare gratuita, inaspettata e perfino
mostruosa l’offesa, tanto più il processo di cui parliamo lavora a
favore della libertà della relazione, che altrimenti rimarrebbe come
legata a punti oscuri, ciechi, invischiata e immobile.
Narriamo: una giovane donna, Barbara, già sposata e
lontana dal fratello maggiore, si accaniva a mostrarci quanto il fratello
l’avesse offesa e umiliata al punto che ne fremeva ancora e riversava
nelle attuali relazioni con gli uomini la sua volontà di risarcimento. Ci
pare di udirla: «Mia madre gliele faceva passare tutte lisce e lui
diventava sempre più prepotente. Io, due anni di meno, non solo dovevo
pulirgli le scarpe, mettere in ordine le sue cose, fare tutto quello che
lui si rifiutava di fare, ma perfino non andare a giocare, se lui si era
beccato un castigo dalla maestra e ricattava mia madre, dicendole che, se
io andavo fuori, ci sarebbe andato anche lui. Crescendo, mio fratello
diventava sempre più ostile e ingiurioso: «Chi vuoi che sposi te –
diceva a me adolescente già piena di complessi –, non sai vestirti, non
sai farti valere, non sei bella... Rimarrai zitella!». «Ma tu come
reagivi?», le chiedemmo. «A me toccava star zitta per amor di mia mamma,
che già era preoccupata per lui... Io ero buona...».
E così Barbara aveva costruito la sua discolpa sulle
colpe del fratello e ancora soffriva per le ferite gratuitamente inferte
da lui, cui naturalmente aveva già "perdonato"... Fu un lungo
cammino per Barbara quello di "raggiungere" il fratello
privilegiato e prevaricatore e di poter finalmente "sentire"
ciò che lui sentiva. Come mai Franco aveva bisogno di offenderla in tal
modo? E perfino di ferirla nel suo punto debole, nella sua paura profonda
di non piacere agli uomini? Come mai arpionava con tanta acrimonia la sua
femminilità? «Perché era cattivo», lo sappiamo, non è una risposta,
è solo una difesa.
«Franco come vedeva la sorellina Barbara? Com’era,
secondo lui?», questa domanda spiazzò l’onestissima Barbara. La
questione non se l’era mai posta in questi termini. Ci volle coraggio e
speranza per "diventare" il fratello: «Sì, io per lui ero la
sorella perfetta. Mamma non perdeva occasione per dirgli di fare come me,
di guardare i miei quaderni, di studiare come me. Ricordo quando un mio
tema venne letto dalla maestra anche nella sua classe. A me sembrava
normale perché i miei temi erano proprio belli. Non mi sognavo di pensare
come la potesse vedere lui e non facevo collegamenti tra questi miei
successi e il suo impormi di fargli da serva. Alle medie, poiché ero
anche un genietto in matematica, gli risolsi un problema che lui non
riusciva a fare».
Alla lunga di un simile processo, Barbara cominciò a
provare un’empatia e una tenerezza che non aveva mai provate per il
fratello: «Povero Franco! Devo essere stata insopportabile! Perfino alle
scuole superiori gli insegnanti dicevano, a lui che era una frana, con
ironia: "Ma tu non sei il fratello di Barbara? Sfido io che mi
colpiva dove mi percepiva debole!».
E rideva sollevata pensando all’incredibile: un
fratello che invidiava lei che aveva creduto di invidiarlo-odiarlo con
tutto il cuore! Così Franco si trovò perdonato, poiché la discolpa di
lui appariva palese, quasi naturale. Con un’aggiunta, come vedremo: il
perdono unisce alla discolpa il rispetto e la gratitudine. «In fondo mi
ha sopportato!», diceva Barbara con allegria. Ma era divenuta colpevole
lei? No di certo: «Io mi rifugiavo a far la brava poiché non avevo altre
strade! E non potevo certamente accorgermi, da sola, di come stava lui
dentro!».

Sentirsi tutti alleati
La seconda obiezione riguarda proprio questo: non è che
le discolpe ci facciano entrare in un mondo fittizio da paradiso terrestre
dove è azzerato il male? A noi pare di no, poiché qui innocenti vuol
dire "riconciliati", ritrovati, accolti nell’interdipendenza e
nella reciprocità. Allora può emergere il senso vero del peccato che non
paralizza, ma che anzi sollecita ad alzarsi e andare verso la casa del
padre (Lc 15,11-32), nonostante che la prepotenza si chiami
"prepotenza" e la prevaricazione, "prevaricazione". Se
Franco non deve più mostrare a se stesso quanto ha ragione lui e quanto
insopportabile sia la sorella, allora può (nella sua libertà) cogliere
quanto abbia offeso la relazione fraterna, quanto poco rispetto abbia
portato alla sorella.
Ma questo, come dice il salmista, è visto alla luce di
Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato» (Sal 50,6). Cioè Franco
potrebbe concludere: ho fatto attentati al come Tu ci hai pensato come
fratelli e sorelle. Ma anche Barbara è restituita alla circolarità della
relazione e non può più mantenere la "superbia" del sentirsi
senza peccato.
Il perdono è dunque un processo che genera
apprendimento, cioè, modifica l’esperienza che abbiamo gli uni degli
altri. In famiglia, non c’è più la "raccolta di punti".
Questo permette a poco a poco la solidarietà, il sentirsi alleati, il
sentirsi presenti gli uni gli altri in modo assolutamente nuovo. E questa
è anche la premessa per l’intimità che noi umani cerchiamo
appassionatamente, come un bene prezioso. Intimità è abitare presso l’altro,
rimanendo integri nella propria identità, cioè guardando in faccia i
propri peccati senza più bisogno di difendersi. E questo è – tra l’altro
– un risparmio enorme di risorse e una fonte di sanità mentale.
In altre parole, la discolpa dell’altro apre al
cambiamento e quindi non è mai solo discolpa nel senso di amnistia e
cancellazione del debito. È molto di più: è come se il fratello, il
coniuge, il figlio, il genitore acquisissero la terza dimensione, la
profondità. Prima era come schiacciato a due dimensioni nel gioco delle
colpe; ora acquista i colori e il movimento della vita.
La novità cristiana
Come ogni processo, anche il perdono richiede coraggio,
determinazione e soprattutto fatica: poiché avventurarsi a raggiungere l’altro,
a immaginare il mondo con i suoi occhi, è come una sorta di opera
creativa; che ha bisogno delle proprie verità per scoprire un nuovo
mondo.
Come ogni processo, anche il perdono ha i suoi momenti
di stasi, quasi di regressione, di paura. E soprattutto non ha garantito
il risultato esterno, mentre porta con sé la sua ragione di pace.
Le sorprese di questo processo sono molte: soltanto
usando misericordia e compassione verso l’altro, imparo a usarle verso
me stesso. Discolparmi non è più autodifesa, accanimento e accumulo di
prove: è imparare a trattare se stessi con la stessa misura con cui
misuro l’altro.
Ma è questo il perdono cristiano? È questo il perdono
che in famiglia siamo chiamati a scambiarci in nome di Gesù? A noi pare
di sì. Il: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai
nostri debitori», indica che non sta a noi trasformare gli altri in
debitori, ma – proprio perché ci perdoniamo – sta a noi riconoscere
che non c’è tra noi chi sia solo debitore e chi sia solo creditore;
tutti siamo debitori verso quell’Unico che ha fatto del suo infinito
credito la logica per cui ci ama.
C’è un passo in Matteo che non può essere
interpretato con la logica del perdono-amnistia; è un loghion di
Gesù (secondo molti esegeti risalente agli ipsissima verba di
Gesù) che produce interrogativi insolubili, a leggerlo con quegli
occhiali. Ascoltiamolo: «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare
e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì
il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti con il tuo
fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).
Ecco, uno potrebbe dire: «E perché mai devo andare io
a riconciliarmi con uno che ce l’ha con me? E perché interrompere un
atto religioso? Dio non ha diritto alla precedenza? Non sarà che, se vado
a offrire il mio perdono, verrò preso a pesci in faccia; e in più non ho
fatto il mio dovere all’altare?».
Nella sua sapienza, Gesù lascia indecisa la questione
su chi ha torto e chi ha ragione; su chi deve fare il primo passo; su chi
deve andare a portare il perdono perché è buono e religioso. Il fatto è
che non si tratta di amnistia assolutoria, bensì di riconciliazione. Non
è che Dio vuole al suo altare solo gli innocenti, quelli che sono a
posto, quelli che hanno tanti punti. La richiesta è molto più alta e
radicale, nel senso di incondizionata; non sta scritto: «se tuo fratello
è disponibile, se riconosce il suo torto, se se lo merita».

Andata e ritorno
Dio vuole al suo altare una comunità di riconciliati.
Come non pensare che ciò non venga chiesto in famiglia? L’esegeta
Gerhard Lohfink (ndr, vedi bibliografia) osserva che se poniamo l’atto
di culto a Gerusalemme e pensiamo gli offerenti come pellegrini che
vengono da lontano, allora il tornare a riconciliarsi non è un’interruzione
breve (né tanto meno un pro forma): richiede un nuovo viaggio, un
ripensamento, un vero "andata-ritorno". Un processo, appunto. E
tutto questo in un contesto culturale che aveva anche una funzione
sociale.
Ma non illudiamoci che tutto ciò possa avvenire in un
titanico isolamento, in cui ciascuno compie il processo del perdono:
questo è possibile in una comunità di credenti dove ciascuno si senta
chiamato a portare i pesi degli altri. In questo, la famiglia non può e
non dev’essere sola. Ma il discorso ci porterebbe lontano.
Erano passati ben sette anni da quando il giovane marito
era andato a cercare un appuntamento da un ginecologo "sicuro" e
cioè abortista. Il secondo figlio non aveva restituito la pace alla
coppia; e il bambino non-nato era lì a sonnecchiare nel mutismo di lui e
a fare dell’ironia negli entusiasmi di lei. Si erano
"convertiti", ma niente era cambiato. Alle irruenze e agli
ideali di lei, lui rispondeva con tiepidezza, incassava le accuse di non
volere ingaggiarsi, uscire allo scoperto, compromettersi. Davanti a tutti,
lui faceva il quasi-santo che sopporta una donna "sopra le
righe". Ma più lui si difendeva rintanandosi, più lei con testarda
generosità lo interpellava e lo disprezzava a un tempo. Solo dopo, quando
iniziò il doloroso processo del perdono, si raccontarono.
Lui: «Di quell’aborto io mi ritenevo assolutamente
innocente – pensava lui –, con un’altra moglie non l’avrei fatto.
Era stata lei a mostrarmi quanto fosse isterica, quanto le fosse
impossibile sostenere una gravidanza imprevista; era lei che mi tirava
matto e non mi lasciava vivere. La colpa è sua; io sono innocente».
Lei: «Con questa mezza calzetta di uomo mi sentivo
spaventosamente sola; che appoggio mi dava? Che delusione di uomo! L’unico
appoggio che mi ha dato è stato quello di andare a cercare il ginecologo.
È lui che è inaffidabile; io sono perdonabile».
Fino a che l’innocenza dell’uno poggiava sulla
colpevolezza dell’altro, la lotta tra loro permaneva sorda e collusiva.
Lei aveva bisogno che lui fosse una "mezza calzetta" e lui aveva
bisogno che lei fosse una "pazza isterica". E naturalmente
ciascuno si procurava le prove che le cose stessero realmente così. Cosa
non difficile tra umani, come sappiamo.
Ma quando, in un lungo cammino, ciascuno cominciò a
esplorare il mondo dell’altro, allora avanzarono "cieli nuovi e
terre nuove". Noi, con gratitudine, conserviamo le tracce di questo
cammino. Scrive lui: «Mara, perdonami! Quante volte non ti ho sostenuta,
difesa, valorizzata, perché nel mio cuore eri una cenerentola!». Lei: «Sento
che posso cominciare a collocarti sul "trono" che ti ho
sottratto e che è il tuo».
Ancora lui: «...nel mio cammino ho imparato a
procurarmi "il gusto per la verità" e a tale gusto mi sono
abituato e lo apprezzo molto. Ora vedo un po’ più chiaro in me. Non mi
abbatto e non mi dispero. Mi rendo conto che lavorare per il mio amore e
per te è la stessa cosa che lavorare su di me».
Ancora lei: «Mi sembra che sia tu che io fossimo preda
di agguati, tenuti in ostaggio. Ora ho semplicemente fiducia nella luce
che vedo».
Mara e Antonio sono divenuti testimoni e abbracciano la
comunità che li ha "portati in grembo", rendendo loro possibile
di «lasciare l’offerta all’altare» e di riconciliarsi.
Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
| LA FAMIGLIA NEI
DISEGNI DEI RAGAZZI
Nell’interno domestico
disegnato dai ragazzi dagli 8 ai 15 anni, la Tv e il frigo, un
tempo simbolo del clima familiare, vengono sostituiti dall’alta
tecnologia. E i supermercati, con le porte automatiche e i
carrelli pieni di viveri, sono l’alternativa alla casa, dove si
gioca a fare famiglia.
A distanza di 23 anni dalla prima
ricerca (Il complesso di Laio, Einaudi), Tilde Giani
Gallino in Famiglie
2000, Scene di gruppo con interni (Einaudi, lire 24.000),
trova conferme e variazioni al tema del conflitto familiare che
allora dominava i disegni dei ragazzi. Su un campione di 516
alunni (233 delle scuole medie - 144 maschi, 119 femmine – e 283
delle elementari – 146 maschi, 137 femmine) si evince lo stato
di salute della famiglia, là dove ciascuno è in dialogo con l’altro,
oppure la mancanza di benessere relazionale, là dove le singole
individualità non si guardano.
Il mondo dei ragazzi non è più
circoscritto a casa, scuola, campetto di calcio. L’esterno
pervade l’ambiente espandendolo oltre il confine domestico.
Abiti e scarpe griffati, computer e cellulari sono le principali
proiezioni adolescenziali. La mamma, anche quella in carriera, è
raffigurata ai fornelli; il papà, invece, siede davanti alla
televisione, oppure è alla guida dell’auto. Secondo l’autrice,
quando si tratta di disegnare una persona adulta
«subentrano i modelli mentali
standard, i ruoli culturali introiettati»,
anche se i ragazzi sanno benissimo che pure la mamma conduce l’auto
e usa il computer.
Nell’immaginario di oggi, a
sorpresa, occupano un posto rilevante le scarpe di marca (Nike,
Adidas, Reebok). Sono disegnate nei minimi particolari, a
dimostrazione che fanno tendenza: bullonate, zeppate, sportive
rappresentano un mezzo utile per occupare territori sociali, prima
ignorati. Del tutto esclusi, invece, dai disegni presi in esame, i
libri non strettamente scolastici.
Questo saggio offre spunti a
genitori e insegnanti.
Cristina Beffa |
BIBLIOGRAFIA
-
Grün A., Non farti del male, Queriniana,
Brescia 1999.
-
Lohfink G., Per chi vale il
discorso della montagna, Queriniana, Brescia 1990.
-
Nouwen H.J.M., L’abbraccio
benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo,
Queriniana, Brescia 1994.
-
Pati L., Padre e madre: chiamati a
diventarlo, in Bonetti R. (ed.), Padri e madri per crescere a
immagine di Dio, Città Nuova, Roma 1999.
-
Scabini E., Psicologia sociale
della famiglia. Sviluppo dei legami e trasformazioni sociali,
Bollati Boringhieri, Torino 1995.
-
Ugazio V., Storie permesse, storie
proibite. Polarità semantiche familiari e psicopatologiche,
Bollati Boringhieri, Torino 1998.
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