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Il
bullo colpisce con aggressività, intenzionalità e ripetitività. La
vittima, invece, non reagisce. Distratti i genitori del primo. Protettivi
quelli della seconda. Sono le più vistose caratteristiche del duplice
versante: il persecutore e il perseguitato. «Anna
è una ragazzina di 11 anni, vive in una grande città del nord Italia con
la sua famiglia: mamma, papà e una sorella più grande. Frequenta la
prima media e dopo 4-5 mesi dall’inizio dell’anno scolastico presenta
alcune difficoltà di tipo cognitivo (valutazioni negative, svogliatezza
nel fare i compiti, interrogazioni andate male), accusa spesso mal di
pancia, mal di testa e accampa scuse diverse per non andare a scuola.
Infatti, gli insegnanti segnalano effettivamente un calo nel rendimento
della ragazzina avvenuto contemporaneamente a una crescente impopolarità,
non espressa direttamente, ma manifestata con isolamento da parte di Anna
e nei lavori di gruppi e nei momenti liberi passati a scuola.
Con crescente preoccupazione e coinvolgendo il marito e
la sorella, la madre affronta Anna per capire che cosa sta succedendo. Con
grande difficoltà Anna racconta che circa due mesi dopo l’inizio della
scuola si è ritrovata a essere vittima di una sua compagna di classe, che
con un gruppetto di "gregarie" ha iniziato a prenderla in giro
su come vestiva, su come parlava, sui suoi gusti musicali, mettendo anche
in circolazione voci spiacevoli sul suo conto, arrivando a fare terra
bruciata intorno a lei. Avvicinarla, parlarle, avere a che fare con lei
significa venire tagliate fuori dal gruppo di classe, che dopo qualche
tentativo l’ha completamente abbandonata».
Quello di Anna è solo uno dei sempre più frequenti
episodi di bullismo che negli ultimi anni hanno iniziato a caratterizzare
e caratterizzano la vita scolastica di bambini e ragazzini di età
diversa, frequentanti ordini di scuola diversi. Accanto infatti a episodi
di cronaca più eclatanti e sotto gli occhi di tutti, il fenomeno conosce
soprattutto un suo versante più "nascosto e sommerso",
costituito da continui piccoli soprusi e prevaricazioni, spesso difficili
da individuare e su cui diventa arduo intervenire. Il bullismo è un
fenomeno che nasce e trova la sua collocazione all’interno del contesto
scolastico e riguarda soprattutto gli ultimi anni della scuola elementare
e quelli della scuola media inferiore: viene descritto e individuato come
una forma particolare di aggressività che da questo costrutto si
differenzia per alcuni elementi interessanti che costituiscono la
specificità del fenomeno.
Un primo elemento è dato dall’intenzionalità che
guida il bullo e lo porta volontariamente, una volta individuata la
vittima, a prevaricarla con insistenza e in modo continuato e, secondo
elemento distintivo, generalmente senza provocazione da parte della
vittima: Anna, per esempio, non aveva fatto nulla per provocare la
compagna che la individua come potenziale vittima in modo indipendente e
autonomo. La ripetitività è il terzo elemento che caratterizza atti di
bullismo, attuati per lo più da ragazzini che sovrastano la loro vittima
dal punto di vista della forza fisica.
Intenzionalità e ripetitività trovo siano forse i due
elementi più interessanti di tale fenomeno che viene così a connotarsi
davvero come un’esperienza che "non lascia scampo" a chi
diventa vittima: Anna è stata individuata, scelta, e nel giro di pochi
mesi con regolarità e insistenza la compagna "bullo" le ha
modificato l’esistenza, e dal punto di vista sociale e da quello
scolastico. Quello che abbiamo brevemente descritto è un tipo di bullismo
definito di tipo "indiretto", che comporta l’esclusione e l’isolamento
sociale dal gruppo, è caratterizzato da reiterati episodi di maldicenza
ed è sovente perpetrato da bulli femmine. Più spesso ci troviamo di
fronte a forme di bullismo "diretto", dove gli attacchi fisici e
verbali alla vittima sono agiti in modo diretto e inequivocabile.
Protagonisti loro malgrado
È possibile raccontare come si presentano di solito i
protagonisti di storie di bullismo e che ruolo hanno le figure comprimarie
di tali storie? Sia le vittime che i bulli presentano alcune
caratteristiche temperamentali che, unite all’essere inseriti in
particolari contesti ambientali e sociali, facilitano il diventare bullo o
vittima.
Particolarmente timidi, facili al pianto, insicuri,
passivi, con frequenti vissuti d’ansia, caratterizzati da una bassa
autostima appaiono generalmente le vittime, che proprio per queste
caratteristiche di vulnerabilità diventano bersaglio dei pari
prevaricatori. Tali situazioni di sopruso si riflettono negativamente
sulla vittima che, come nel caso di Anna, finisce per vivere in modo
sempre più ansioso il proprio quotidiano scolastico, arrivando a odiare
tutto ciò che l’esperienza scolastica comporta e richiede.
I bulli tendono invece a dominare e a usare la forza
fisica per imporsi, faticano a rispettare le regole, non tollerano le
frustrazioni, sono facili all’ira. Al contrario delle vittime,
presentano un alto livello di autostima e tendono a viversi come superiori
ai pari e fanno del loro denigrare, sia a parole che fisicamente, l’altro
un tratto distintivo della loro identità sociale. Compagni e insegnanti
rimangono in queste storie di bullismo sullo sfondo: i pari, quando non
sono gregari del bullo, finiscono per "far finta di non vedere"
e, in una sorta di "contagio sociale", prendono le distanze sia
in senso fisico che emotivo dalla vittima, diventando in qualche modo
complici dei soprusi e isolando sempre più i prevaricati.
Gli insegnanti, quando coinvolti direttamente dalle
vittime, non sono quasi mai colti come interlocutori attivi con cui
confrontarsi e dialogare: spesso non sanno, non si accorgono e, come nel
nostro caso, anche quando sono a conoscenza della situazione non
intervengono per impedirla. Tale atteggiamento può far insorgere nella
vittima la percezione di essere coinvolta in qual cosa di cui "forse
è meglio non parlare" o che comunque è un problema solo suo e
spesso, per vergogna o per paura di aggravare la propria già delicata
situazione, preferisce tacere non solo a scuola, ma anche a casa, convinta
dell’inutilità del raccontare la propria vicenda.
Le famiglie delle vittime
Accanto a caratteristiche più di tipo temperamentale,
è importante sottolineare anche il clima e la qualità delle relazioni
familiari con cui i nostri protagonisti, sia bulli che vittime, entrano in
contatto e da cui apprendono a loro volta modalità di comportamento, di
comunicazione e di relazione.
Le storie dei bulli ci offrono spesso scenari familiari
caratterizzati da scarsa attenzione e coinvolgimento sin dall’infanzia
da parte dei genitori verso i propri figli, modalità che si presentano
anche negli anni successivi e che si traducono in una rara partecipazione
alla vita del figlio e in una esigua condivisione delle sue esperienze.
Inoltre i genitori di ragazzini prepotenti denotano uno stile educativo
tendenzialmente permissivo, non sempre coerente circa il rispetto di
regole e norme, che spesso conosce nella punizione la propria espressione
più ricorrente. Sono gli stessi bulli a rimandare delle loro famiglie una
rappresentazione di scarsa coesione e comunicazione, segnalando la
presenza di modelli educativi e relazionali di riferimento rintracciabili
nelle loro condotte aggressive e prevaricanti, poco attente all’ascolto
e al dialogo, ma coerenti in qualche modo con quanto "respirato"
e appreso all’interno della propria rete familiare.
Per quanto riguarda le famiglie delle vittime, meno
chiaramente identificabili rispetto a quelle dei bulli, vengono
rappresentate come fortemente coese al proprio interno, alla ricerca di
una comunicazione costante ma spesso problematica. Sono storie di famiglie
spesso iperprotettive, tendenzialmente rinchiuse su se stesse e con
confini ben definiti rispetto al mondo esterno.
Al di là e insieme a queste veloci descrizioni di
contesti familiari e sociali in cui più facilmente la personalità di
bulli e vittime sembra trovare terreno fertile per esprimersi, credo sia
importante sottolineare come strategico il continuare a raccontare di tale
fenomeno, rendendo però più protagonisti i reali attori di queste storie
quotidiane. Non dimentichiamo che si tratta di un fenomeno che può
coinvolgere chiunque, arrivando inaspettato e lasciando anche segni
profondi in chi ne rimane a diverso titolo coinvolto.
Occorre vigilare e dimostrarsi attenti a cogliere
qualsiasi segnale e, laddove la situazione sia già in atto, far sentire
alle vittime che ci sono spazi sia a scuola che a casa in cui possono e
devono parlare di ciò che vivono, in cui non si sentano giudicati ma
compresi; così come è necessario far sentire ai bulli che è possibile
interrogarsi sul significato delle loro modalità di interazione e sulle
conseguenze a breve e lungo termine di queste loro prevaricazioni in
termini di popolarità e accettazione sociale da parte del gruppo di
coetanei da loro frequentato.
Avviare un dialogo in contesti adeguati potrebbe
favorire un primo avvicinamento delle parti, avviare processi di empatia e
di socializzazione reciproca e consentire una diversa e specifica
assunzione di responsabilità da parte degli adulti, finora figure rimaste
per motivi diversi troppo sullo sfondo, protagonisti secondari di storie
in cui dovrebbero essere attori principali insieme ai loro figli e ai loro
allievi.
Emanuela Confalonieri
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