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L’attenta
analisi della produzione internazionale fotografa la realtà. La società
cinica alleva ragazzi violenti e cinici. Forse la chiave di lettura del
fenomeno va cercata nel bisogno di un’appartenenza rituale. Fino
a un certo punto si scherza. Poi il discorso si fa serio. Scherza
sicuramente Alan Parker quando fa la parodia del gangster movie e
immagina la lotta senza esclusione di colpi delle bande di ragazzini
newyorchesi negli anni Venti del proibizionismo. Piccoli gangster (1976)
non tenta neppure di problematizzare la condizione della aggregazione
criminale infantile. Non scherza Sergio Leone, ma avvolge nell’aura del
ricordo, sullo sfondo degli stessi anni, la nascita della baby-gang di
C’era una volta in America (1984). La grande elegia del tempo
andato e delle occasioni perdute guarda in chiave mitica alle difficili
condizioni di vita dell’epoca che rendevano quasi inevitabile il
formarsi di gruppi criminali infantili.

James Cagney in una scena
del film "Angeli con la faccia sporca".
Un impianto morale alla base di Angeli con la faccia
sporca di Michael Curtiz (1938). Due ragazzi, sorpresi a rubare,
imboccano strade opposte: Rocky, finito in carcere, diventa un gangster,
mentre Jerry, che ha evitato l’arresto, si fa prete e si sforza di
sottrarre i giovani del suo degradato quartiere al richiamo pressoché
obbligato della malavita.
Restiamo ancora al periodo tra le due guerre mondiali
per citare un ulteriore esempio. Si tratta di Zero in condotta (1933),
in cui il cineasta francese Jean Vigo descrive un’altra tipologia di gang
giovanile, quella di quattro ragazzi che si rivoltano a un’istituzione
scolastica coercitiva e repressiva.
I quattro film citati, vicini nell’ambientazione
temporale ma quanto mai diversi nell’approccio, permettono di enucleare
i punti-cardine della riflessione. Innanzitutto, si può ricavare un’avvertenza
– potrà apparire pleonastica, ma va ribadita quando si prendono in
considerazione esempi cinematografici – rispetto al fatto che il cinema
non si offre come campione sociologicamente attendibile, ma come serbatoio
dell’immaginario di modelli e rappresentazioni che nascono da scelte di
autori adulti con una loro visione del mondo.

Robert De Niro in "C’era una volta in
America".
Il confronto diretto
Detto ciò, si può affermare anche che nell’ironia di
Parker, nell’elegia di Leone, nel dramma di Curtiz e nel ribellismo di
Vigo c’è una matrice comune. Prendiamo a prestito un’osservazione di
Maurizio Grande su Zero in condotta che potrebbe adattarsi anche
agli altri film, in quanto mettono a nudo «un aspetto inquietante dei
rapporti umani e sociali, rivelando la natura del conflitto tra il mondo
degli adulti e il mondo infantile, così come si radicalizza in un momento
particolarmente delicato e denso di significato: il momento del confronto
diretto tra le istanze "creative" dell’infanzia e le istanze
"normalizzanti" della società degli adulti (Jean Vigo, Il
Castoro Cinema, 1979, p. 50).
La prima chiave di lettura del fenomeno delle baby-gang
si pone dunque nel rapporto-scontro rispetto al mondo adulto. Negli
esempi citati, questa è una delle strutture basilari del racconto: i
giovani protagonisti si muovono per emulazione o per opposizione, per
desiderio di sembrare grandi o nella speranza di non diventarlo mai.
Spostiamoci negli anni Cinquanta- Sessanta, quando la
categoria del giovane assume un rilievo sociologico più definito. Basta
pensare a Gioventù bruciata (Nicholas Ray, 1955) per vedere che il
tratto "oppositivo" individuato come elemento fondativo della
rappresentazione del mondo infantile e giovanile assume una consistenza
fortissima, anche se si tratta di ribellione "senza una causa"
come recita il titolo originale (Rebel Without a Cause).
Considerazioni analoghe emergono anche dall’esame di
esempi triviali come Porky’s (Bob Clark, 1981), ambientato nella
Florida degli anni ’50, o irriverenti come Animal House (John
Landis, 1978), ambientato nel 1962.
Anche questi esempi confermano che il mondo giovanile
cerca di contrapporsi alle regole farisaiche e al perbenismo paludato del
mondo adulto. Così quell’anomala gang costituita dalla
"Dead Poets Society" dell’Attimo fuggente di Peter Weir
(1989): non fa ricorso alla violenza, ma usa l’arma della poesia e dell’arte,
sempre sulla base del conflitto con l’orizzonte normativo adulto che
pretende di imbrigliare i desideri e le pulsioni dei ragazzi.

"L’attimo fuggente" del regista Peter Weir.
Condivisione dei codici
Una baby-gang non nasce solo contro, come
fenomeno di rivolta rispetto a un sistema o come sintomo di un disagio. C’è
anche un aspetto positivo: il riconoscimento reciproco, le affinità
elettive o selettive, la condivisione delle regole e dei codici che
fondano l’identità del gruppo. Riletti in quest’ottica, tutti gli
esempi citati fin qui si offrono come un campionario significativo. A
dimostrazione di un apparente paradosso: si lotta contro le regole imposte
sulla base di regole scelte. In I ragazzi della 56ª strada di
Francis Ford Coppola (1982), ambientato negli anni Sessanta, ci sono due
bande rivali: le contrapposte fazioni dei soc e dei greasers sono
tali in base a una condizione condivisa in partenza (i primi sono bianchi
benestanti, i secondi sono poveri), che viene avvalorata da una serie di
codici di riconoscimento (gergo, abbigliamento), da riti, miti e stili di
vita comuni. Coppola ha un atteggiamento romantico, ma anche una
sensibilità da antropologo, nei confronti di questi giovani cresciuti
nella violenza fin dalla più tenera età, che trovano nel gruppo un senso
di appartenenza che finisce per rappresentare il senso stesso della loro
vita.
La meditazione di Coppola sull’argomento trova nel
1983 un altro approfondimento con Rusty il selvaggio, che in
originale si intitola Rumble Fish, "Pesce tuono", perché
fa del comportamento di questo animale – che, in cattività, attacca i
suoi simili – il corrispettivo della condizione giovanile la cui
aggressività è anche e soprattutto un anelito alla libertà.

I giovani protagonisti in una scena di "Sleepers".
Ritualità e coazione
Un ulteriore aspetto che emerge è la sottolineatura
della dimensione rituale, ossia della necessità di compiere un rito di
passaggio, un percorso di iniziazione in cui vi sia la presenza
caratterizzante del tema di morte (simbolica o reale).
Prendiamo Stand by Me. Ricordo di un’estate (Rob
Reiner, 1986). Verso la fine degli anni Cinquanta, quattro compagni di
scuola (un numero ricorrente, da Vigo a Leone), nell’ultima estate che
trascorrono insieme prima di separarsi, partono alla ricerca di un
cadavere e dovranno vedersela con una banda di ragazzi più grandi.
Se il film di Reiner disegna un grande rito di
iniziazione alla vita e di fondazione del futuro, ci sono esempi in cui
una traumatica esperienza infantile si pone come dramma irrisolto che
induce una spirale di violenza e una coazione a ripetere il male, facendo
delle vittime di ieri i carnefici di domani. È il caso dei quattro amici
di Sleepers (Barry Levinson, 1996). Negli anni Sessanta, per una
bravata, sono finiti in carcere e lì hanno subito le violenze di una
guardia carceraria pedofila. Ancora una volta il confronto con un’istituzione
prevista dalla società per l’educazione (o la rieducazione) dei giovani
sortisce un effetto perverso: la baby-gang crescerà coltivando e
realizzando una vendetta.
In una posizione intermedia tra la rielaborazione del
lutto di Stand by Me e la coazione a ripetere di Sleepers si
colloca Ritorno dal nulla di Scott Kalvert (1995). Il film, tratto
dal romanzo autobiografico The Basketball Diaries di Jim Carroll,
ripercorre gli anni giovanili di Jim e dei suoi amici, che amano la
pallacanestro e odiano la scuola che frequentano. Il loro rito di
passaggio all’età adulta – che, almeno per Jim, prevede la
rielaborazione creativa – prevede modalità autodistruttive (come la
droga), e soprattutto il confronto con la morte di un compagno leucemico.
A dimostrazione che la scoperta del fondo tanatologico dell’esistenza è
un’istanza ineludibile. E che le lotte e i conflitti dell’età
giovanile, anche quando assumono forme aberranti, sono tentativi di darsi
una regola, un’appartenenza e forse anche un senso del proprio limite.

Scena da "I guerrieri della notte" di Walter
Hill.
Segnali contrastanti
Compiamo ora un passo avanti per arrivare al lasso di
tempo che va dalla fine degli anni ’70 ai nostri giorni. Negli esempi
che si collocano in questa sezione troviamo la conferma di molti degli
aspetti emersi, ma assistiamo anche a una recrudescenza della violenza e a
una esasperazione delle problematiche.
Basterebbe soffermarsi su Arancia meccanica realizzato
da Stanley Kubrick nel 1971 sulla base del romanzo di Anthony Burgess. Il
titolo, da tradurre letteralmente come "Arancia a orologeria",
deriva da un modo di dire cockney, il dialetto metropolitano
londinese, e indica una persona che gira a vuoto su se stessa. È il caso
di Alex e dei suoi amici ultraviolenti. Tra le tante scene chiave del film
ce n’è una sulle rive del Tamigi, quando Alex picchia i "drughi"
che avevano cercato di usurpare il suo posto di capo. All’interno del
branco per Kubrick il problema essenziale è quello del potere. E il
potere si ottiene con un atto violento. La spranga di Alex rimanda all’osso
usato come arma nel prologo di 2001: odissea nello spazio. Per
Kubrick è la violenza a fondare e a informare la società, dalla baby-gang
ai massimi livelli istituzionali.
Emerge anche in altri casi l’intenzione di vedere
nella banda giovanile un microcosmo sociale. In ambito scolastico si
formano bande su base razziale o economica più che per affinità di
interessi. Basta pensare a film come L’università dell’odio (John
Singleton, 1995) o The Principal - Una classe violenta (Christopher
Cain, 1987). Oppure si pensi ai violenti paesaggi urbani di I guerrieri
della notte di Walter Hill (1979) o di Colors, realizzato nel
1988 da Dennis Hopper.

La locandina del film di Stanley Kubrick.
L’interrogativo finale
È indubbio che l’ambiente metropolitano presenti i
tratti maggiormente problematici (sono lontani i boschi di Stand by Me!).
Kids di Larry Clark (1995), ambientato a New York, dà un’interpretazione
sociologicamente disincantata: in una società cinica non ci si può
illudere che i ragazzi siano portatori di qualcosa di buono. Dalla Nuova
Zelanda arriva però un segnale diverso. Once were warriors. Una
volta erano guerrieri di Lee Tamahori (1994) si tuffa nell’ancestrale
mondo Maori per riproporre le considerazioni sulla necessità di un’appartenenza
rituale.
Si tratta solamente di un segnale in controtendenza o è
questa la vera chiave di lettura di un fenomeno di difficile comprensione?
Ezio Alberione
*Per un approfondimento generale suggeriamo: Vergerio
F., Cinema e adolescenza, Moretti&Vitali, Bergamo 1993 (l’aggiornamento
è stato pubblicato nel gennaio 2000).
| "CARA
RAFFA"
Amore, amicizia, bellezza,
rapporti con i genitori e con gli adulti in generale, sogni da
realizzare e futuro da programmare. Sono questi i temi cari a ogni
adolescente, ma che qualche volta si trasformano anche in problemi
che suscitano interrogativi. Ma le ragazzine non li raccontano ai
genitori! Scelgono piuttosto la rivista preferita per confidare le
perplessità, i dubbi, gli interrogativi.
Il libro Cara Raffa (Paoline,
lire 12.000) raccoglie molti bigliettini che giovanissime
lettrici, ma anche alcuni altrettanto giovani
lettori, hanno inviato a Raffa per sottoporre problemi e avanzare
richieste di aiuto. Ne è uscito, così, un prontuario dove
attingere consigli per il proprio look, idee per un regalo
o per una lettura interessante, suggerimenti per dire al compagno
di scuola come batte forte il cuore quando lo si incontra. Questo
libro è soprattutto un compagno di viaggio per attraversare l’adolescenza,
una fascia di età ricca di fascino, ma anche di mille piccoli e
grandi interrogativi.
L’autrice, giornalista del
settimanale Il Giornalino (Periodici San Paolo), prospetta
soluzioni, suggerisce spunti di riflessione per guardare al
proprio disagio con fiducia e ottimismo.
Utilissimo anche per genitori,
insegnanti, animatori di gruppo. Fulvia Degl’Innocenti ha
pubblicato anche Il fantasma della rocca. |
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