ben pensarci, Capuleti e Montecchi erano due baby-gangs. Anche
le vicende di West Side Story; anche quelle raccontate in uno dei
libri cult per l’adolescenza di qualche generazione fa: I
ragazzi della via Pal. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Da sempre,
la violenza di gruppo fa parte dell’esistenza giovanile.
Ciò che colpisce, oggi, non è tanto la gratuità totale,
fino all’incomprensibilità, di certi atteggiamenti e certe azioni; né il
riferimento a esempi che i giovani trovano nelle cronache quotidiane, nei
comportamenti abituali degli adulti, in tante pseudoideologie e
pseudoreligioni, e soprattutto in tanta produzione multimediale, in Tv o in
Internet: da che mondo è mondo, qualcuno ha ispirato e qualcuno ha
eseguito; e nemmeno che violenze, dissacrazioni, assassinii siano prodotti
indifferentemente da giovani ricchi e giovani poveri, giovani colti e
giovani ignoranti. Ciò che colpisce è l’atteggiamento della società,
della cultura, dei mass media nei confronti di questi fatti, un
atteggiamento che risponde al principio di cancellazione della
responsabilità individuale su cui si fonda l’etica (religiosa o laica)
contemporanea.
Nessuno nega che esistano cause "sociali" dei
comportamenti individuali; nessuno nega, in particolare per quanto riguarda
le devianze giovanili, che una delle ragioni vada cercata nella crisi della
famiglia come comunità educante, e, parallelamente, nella crisi della
scuola: due crisi sulle quali si ritorna sovente. Ciò che conta è lo
scatto immediato della pietà, della "comprensione" spinta
talvolta fino alla giustificazione per gli autori di determinati gesti di
violenza. Capire è l’ossessione dominante in molte coscienze critiche del
nostro tempo. Ma è anche l’esercizio più difficile che si possa mettere
in atto in determinate situazioni.
Il giorno di "pasquetta" lo zoo di Washington è
stato teatro di un’inaudita aggressione ai discendenti degli schiavi
importati dall’Africa nei secoli scorsi, che ogni anno usano riunirsi
proprio in quel luogo per una pacifica commemorazione del loro passato di
popolo oppresso. Un ragazzino bianco ha sparato contro quella folla, ferendo
a colpi di pistola sette bambini, alcuni gravemente. Negli stessi giorni un
bianco adulto ha fatto la stessa cosa, uccidendo sistematicamente, in luoghi
diversi ma vicini, sei cittadini di origine africana, indiana o ebrea.
C’è collegamento fra i due fatti? C’è qualcosa, in
entrambi, che chiami in causa la società e i comportamenti diffusi? Certo,
il razzismo; certo, la facilità con cui il mercato delle armi consente a
chiunque, negli Usa, di possedere e usare rivoltelle; ma una differenza, fra
il ragazzo e l’adulto, deve pur esserci. Scoprire in che cosa consista non
è facile, ma l’etica, la cultura, la sociologia, la psicologia
contemporanee spingono a farlo perché ad esse sembra intollerabile che
certi fatti avvengano. E invece, purtroppo, avvengono, ripetendosi a ogni
generazione in modi sempre uguali, nonostante tutti i progressi che la
civiltà ha compiuto e compie.
Un gruppo di famiglie gitanti del giorno di
"pasquetta" a Velletri, vicino a Roma, è composto da un certo
numero di ragazzi che, forse annoiati, decidono di dare l’assalto al
centro di spiritualità "Santa Maria dell’Acero": tre edifici e
una chiesetta. Spaccano finestre e vetrate, rovesciano l’altare, sfondano
un controsoffitto, frantumano tutto quello che gli capita fra le mani. Solo
l’allarme dato da un gruppo di scout, che ne immobilizzano sei e li
consegnano ai carabinieri, mette fine all’operazione. Sono, scrivono i
giornali, ragazzi "normali" con genitori "normali". Ci
sarebbe da discutere su questa "normalità", visto che non è poi
troppo "normale" che si rovescino altari perché ci si annoia.
L’incoscienza collettiva
Si sa, in genere, come avvengono queste che vengono
solitamente definite "ragazzate": uno propone qualcosa, magari
scherzando, gli altri lo prendono in parola, uno fa coraggio all’altro,
tutti insieme si decide di fare «qualcosa di diverso dal solito», l’incoscienza
dei momenti di euforia collettiva aiuta a slanciarsi in un’impresa del
tutto senza senso, ma appunto per questo "avventurosa" e
attraente. Per di più, nel caso specifico, senza rischi. Su ragioni di
questo genere, si può scommettere, punterà la difesa al processo per il
"fatto di Velletri"; e magari la corte starà al gioco. Risarcito
il danno alle tre suore di "Santa Maria dell’Acero", verrà
anche il "perdono".
A Milano è successa la stessa cosa che a Velletri. I
genitori dei ragazzi delle baby-gangs, rapinatori di strada e ladri
nei supermercati, si sono precipitati a risarcire i rapinati e i derubati,
per alleggerire la situazione processuale dei loro figli; e la cultura, l’etica,
la sociologia e la psicologia si sono affannate a "spiegare".
Anche l’inspiegabile, e cioè un fatto semplicissimo:
perché mai solo certi ragazzi fanno queste cose, e non anche tutti i loro
amici, compagni di scuola, magari nelle medesime condizioni di fragilità
familiare, culturali e religiose?
Nessun uomo è uguale a un altro. Nessun educatore
ipotizza di ottenere da tutti i medesimi risultati, di là dalle coercizioni
formali, nelle famiglie come nei collegi, come negli oratori, come nelle
caserme. Il libero arbitrio è l’avviso, dato a tutti, che le
responsabilità sono personali, e non collettive, non soltanto nei
tribunali.
Di tutte le spiegazioni che si cercano al fenomeno delle baby-gangs
nessuna è indegna di illustrazione, a patto che non si dimentichi il
chiodo a cui tutte vanno appese: che il male è iscritto nel cuore dell’uomo
ed è lì che va in primo luogo cercato e combattuto.
Beppe Del Colle