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I
casi di aggressioni a scuola devono spingere gli educatori ad affrontare
il problema direttamente in gruppo con i ragazzi coetanei dei piccoli
"duri". Gli autori offrono una riflessione e un concreto esempio
di intervento. Di
fronte al formarsi di condotte violentemente trasgressive, il "ben
pensante" che è in noi s’infila diritto a recriminare sulla
mancanza di valori della famiglia, sull’incapacità dei genitori a
responsabilizzare i figli. Osservazioni legittime e degne di indagini
serie (che del resto ci sono): ma se pensiamo che a esse debba seguire un
miglioramento del problema, ci sbagliamo proprio. Occorre che apriamo gli
occhi sul fatto che la famiglia (la famiglia "affettiva" in cui
protezione, comprensione e dialogo accorciano le distanze generazionali e
in cui vengono erose le differenze di genere) non ce la fa da sola.
Occorre affiancarle altre risorse, quelle presenti nella comunità di
fede: pensiamo alle schiere di animatori, di educatori, di volontari, di
obiettori di coscienza che lavorano nei centri oratoriani, nei "grest".
In più essi hanno in genere una decina d’anni in più dei baby
aggressori e rappresentano la mediazione giusta per
"raggiungere" i ragazzi.
Era rimbalzata in quartiere la notizia: nella "II
E" c’era una banda di delinquenti che terrorizzavano le coetanee e
i compagni più deboli; nei corridoi, nei bagni, perfino in classe, quando
non c’erano gli insegnanti, atterravano una compagna, la mordevano e le
imponevano il silenzio. Quando un ragazzino aveva finalmente trovato il
coraggio di parlarne a suo padre, erano scoppiate le reazioni più
impensate.
Elisa, al suo quinto anno di ragioneria, ne aveva
sentito parlare subito, visto che la sua scuola era accanto alla scuola
media; poiché le "sue" ragazze di catechismo erano proprio in
quella "II E", cercò di documentarsi, con informazioni di prima
mano. Risultò – almeno così si diceva – che la Anna e la Fiore non
erano state "toccate". Elisa condivise le informazioni con il
collega Cecco, studente universitario, e con Maria, l’educatrice più
anziana. Il team non ebbe dubbi sul fatto che bisognava parlarne al
prossimo incontro: si trattava, in fin dei conti, di aggressione,
intimidazione e condotte antisociali. Il morale delle ragazze, poi,
chissà com’era in cantina.
Manco a dirlo, anche il gruppo aveva una voglia matta di
parlarne. Elisa, che aveva a lungo discusso l’approccio con i
"colleghi", si presentò sola, con l’idea condivisa anche
dagli altri che il gruppo di adolescenti si sarebbe più aperto con lei.
Del resto, lei avrebbe riferito per filo e per segno la
"puntata".
«Allora, il mondo si divide tra morsicatori e
morsicati! – esordì, con il suo fare immediato e leggermente ironico
–. Alzino la mano i morsicati». Quasi tutto il gruppo (dodici ragazzi
in tutto) faceva parte dei morsicati. Salvo due ragazzi che, con un misto
di imbarazzo e alterigia, si definirono morsicatori, «solo qualche volta,
però, se no finivamo per essere morsicati noi!». Ora che si sentivano in
gruppo e avevano "il capo" dalla loro parte, i morsicati (tra
cui c’era anche il ragazzo che aveva parlato) avevano tutta l’aria di
voler aggredire i morsicatori.
«Bene! – disse disinvolta Elisa –, adesso i
morsicatori diventano morsicati. E così non cambia un bel niente. Io sono
invece stupitissima dal fatto che Anna e Fiore non abbiano alzato la mano.
Perché?».
«Noi non siamo state morsicate», disse Anna,
tranquilla.
«E come avete fatto?!», chiese Elisa che era davvero
stupefatta.
«Ieri in quattro mi si sono avvicinati, cento metri
prima della scuola: "Adesso tocca a te", mi hanno detto. Io ero
in compagnia di Fiore. "Venite a trovarmi a casa mia" – ho
detto – e loro mi hanno lasciato in pace. E anche Fiore».
«Ma perché?!», chiesero in molti. Si sprecarono le
interpretazioni più audaci, ma nessuna andava nel segno: le due non
avevano per padre un poliziotto e nemmeno il più magnaccia del paese, non
erano le più secchione e nemmeno le più brutte (quest’ultima maliziosa
interpretazione venne da uno dei due "morsicatori saltuari"
presenti).
«Noi non avevamo paura», disse finalmente Fiore.
Le altre starnazzarono che non ci credevano, che loro
avevano paura, che ormai negli ultimi tempi non pensavano ad altro che a
nascondersi, che erano terrorizzate... Elisa ebbe il buon gusto di non
chiedere come mai, avendo tanto timore, non avessero chiesto aiuto a un
adulto: così vicina di età con i suoi quasi diciannove anni, capiva
benissimo che non si poteva chiedere l’impossibile. A un tratto, mentre
ferveva la disputa emozionale, Elisa si ritirò in un angolo.
«Che cosa fai?».
«Sto pensando. C’è qualcosa che non mi quadra. Prima
il mondo mi sembrava diviso in morsicatori e morsicati, adesso in paurosi
e non paurosi».
Qualcuna le fece osservare che i "duri" non
avevano certo paura, anzi era di loro che bisognava avere paura. E invece
avevano paura. Tant’è vero che non erano andati a casa di Anna, la
quale spiegò che il suo era proprio un invito, venutole in mente lì per
lì, non una sfida. Se fossero venuti, lei li avrebbe fatti entrare.
«Tant’è vero – aggiunse qualcuna – che
"quelle cose" (come morsicare, imbrattare muri, spaccare porte)
le fanno sempre in gruppo». Un morsicatore da solo non era immaginabile.
Tutti risero. Ma di che cosa avevano paura? E perché anche le morsicate
si montavano la loro paura a vicenda? Bel compito, per il prossimo
incontro.
Questa volta c’erano tutti e tre, gli educatori.
Dissero che ne avevano parlato a lungo tra loro e avevano concluso che i
morsicatori avevano una paura fottuta (espressione di Elisa) di non essere
amati, accettati. Si rendevano visibili con la violenza. Piovvero
ulteriori domande, dubbi, conferme. Sì, è vero: i "duri"
andavano male a scuola, prendevano sempre note su note, venivano
richiamati e sgridati, «perfino quando non c’entrano», aggiunse Anna.
Se qualcuno fa loro un dispetto, picchiano subito. Quelli che erano in
classe con loro si ricordarono che tre di loro anche alle elementari erano
la disperazione delle maestre.
«E la smettiamo di chiamarli "i duri"?!»,
sbottò la solita Elisa, che era la creativa del gruppo.
«Già, e come li chiamiamo?». Espressioni come:
"i deficienti, i deboli, i fessi, gli spaccattutto" vennero
bocciate. Oltre che essere espressioni razziste, mal nascondevano
aggressività e violenza, da contagio. Non si trovava un nome con cui
nominarli.
«I compagni», propose Anna.
Ora che si chiamavano "i compagni", qualcosa
cambiò: che cosa facciamo con loro?! Venne fuori il "porgere l’altra
guancia", che non significava farsi morsicare di nuovo. Risero molto,
perché qualcuna mimò il "morsicami ancora, caro". C’era
spazio per l’allegria, là dove prima c’era solo per l’autodifesa di
gruppo, l’autocommiserazione, la paura isterica (sempre parole di
Elisa).
La chiacchierata ebbe esiti concreti: forse si poteva
organizzarne un incontro per parlare, all’oratorio, con la seguente
motivazione: «Per farvi vedere che non ce l’abbiamo con voi e che ce la
metteremo tutta a non farvi sospendere». Calcolarono che loro erano in
dodici, più i quattro "ex duri", altri due "seguaci"
e altre due ragazze che non avevano mai messo piede all’oratorio,
perché algerina una, e l’altra perché i suoi non frequentavano gli
ambienti ecclesiali. Nessuno avrebbe scommesso che sarebbero arrivati
tutti.
Chiunque conosca i ragazzi, sa che se dodici di loro
hanno scavato insieme l’argomento, dato un nuovo nome alle cose, si
sentono attivi e responsabili, sono una forza della natura.
Purtroppo, alcuni genitori stentarono a riconoscere
simile forza e avanzarono le proteste di sempre: «quei delinquenti all’oratorio?!
Bisogna lasciarli fuori! Dove troviamo un posto sicuro, se no? Bisogna
isolarli»; anzi la richiesta (che alcuni vollero fare al preside) fu di
cambiarli di classe. «Figuriamoci ammetterli all’oratorio! E fare
sconti di pena, poi?».
I tre educatori trovarono che era meglio convocare i
genitori, e lì l’aiuto del "don" fu insostituibile. Lì
qualcuno disse perfino che «le cose di scuola bisogna lasciarle a scuola,
che c’entrava l’oratorio?». Naturalmente Elisa e Cecco, soltanto
ventenni, erano a nozze, poiché potevano condurre dal vero le ultime loro
battaglie contro il mondo adulto. Fortuna che erano il "don" e
Maria a gettare acqua sul fuoco. L’incontro ci fu, anche se non
parteciparono tutti.
Cambiare il linguaggio
Iniziamo dalla presa di contatto con le condotte
antisociali tra i ragazzi di oggi: esse hanno un picco tra gli
adolescenti, quasi sempre maschi tra i 12-13 e i 16-17 anni, poi
decrescono; salvo, ovviamente, per i veri e propri devianti che restano
una minoranza anche nei nostri tessuti urbani.
Il picco di cui parliamo pare assai
"visibile", non solo per le risonanze che danno i media agli
atti di delinquenza minorile, ma perché simili comportamenti divengono
eclatanti; rispetto all’infanzia, i ragazzi aggressivi dispongono di
maggiori mezzi e perciò i loro agiti distruttivi sono più gravi. Studi
recenti, però, osservano che il comportamento aggressivo tende a essere
stabile: un bambino aggressivo sarà probabilmente un adolescente
aggressivo, anche perché la sua aggressività è stata
"premiata": da piccolo con le urla, la rispostaccia, l’atto
distruttivo ha ottenuto permessi e favori da adulti poco sensibili o
troppo indaffarati per capire quali fossero le sue reali richieste. Ha
imparato così a non "elaborare" le proprie esigenze, a non
tollerare la frustrazione, a ottenere con la forza ciò che non riesce a
ottenere con la fiducia in risposte amorevoli. Prima ancora che
aggressore, un simile ragazzo è una "vittima" non nel senso, a
portata di mano, che occorre commiserarlo o lasciarlo fare. Ma nel senso
di iniziare noi educatori (ma anche i media!) a portare modifiche al
linguaggio che li designa, perché non sia involontariamente connivente.
Non dovremo dire: «oggi i ragazzi sono trasgressivi», ma: «pochi
sfortunati ragazzi hanno condotte trasgressive» perché così non diamo
man forte alla visibilità delle loro violenze.
Chiunque lavori con ragazzi difficili (pensiamo alle
tante cooperative, agli educatori di strada) sa che esistono comportamenti
ed emozioni che fanno da diffusori.
Come scoprono i ragazzi della nostra cronaca, dietro la
condotta violenta dei ragazzi si cela la paura del rifiuto sociale. Una
paura che, come ben sappiamo, si autoconferma: poiché la risposta alla
condotta antisociale non è che il rifiuto sociale, il quale a sua volta
conferma e incentiva tale condotta.
L’isolamento, operato nei confronti dei ragazzi
trasgressivi, diviene un terreno di coltura fertilissimo per la violenza:
la moltiplica, poiché la risposta: «non voglio aver niente a che fare
con te» è proprio ciò che il deviante teme e gli fa ritenere legittima
la violenza. È esattamente ciò che fanno le ragazze
"morsicate" (e non potrebbero fare altrimenti se nessun adulto
spezza la spirale): si sostengono reciprocamente in nome della paura, del
sentirsi diverse, del nascondersi, del non lasciarsi raggiungere. Una
simile paura non offre che rinforzi alle condotte trasgressive.
Il terreno di coltivazione
Ai nostri ragazzi manca sempre di più la risorsa della
regola: pur di non farsi disobbedire, i genitori/educatori emettono un
rassegnato: «fa quello che vuoi». L’assenza di regole o l’alternanza
di regole e lassismo sono una forma di maltrattamento che è parente
stretto dell’incuria, del tipo: «non mi coinvolgo con te; ti rendo
innocuo». Regole sicure, poche e chiare, sono un fattore di protezione
del minore in crescita.
Ma non bastano. Se non sono accompagnate dal sostegno,
esse diventano soltanto rigide armature. Sostegno è l’esperienza che il
trasgredire la regola non mi priva dell’accettazione e dell’amore di
chi mi dà la regola: se il ragazzo sperimenta che quando cade ciò che
viene disapprovato non è tanto il comportamento, ma il suo sé («sei un
vero disgraziato», diceva una madre al suo ragazzo all’ennesima
disobbedienza e scorrettezza), allora si fa strada nel suo immaginario la
percezione che colpire la regola significa colpire l’adulto non
accettante (e non ha importanza se tale adulto viene spostato sul vicino
di casa, sul passeggero del tram, sull’autista dal cavalcavia):
distruggere qualcosa (soprattutto se ha un significato sociale, come ad
esempio una porta: io non busso, entro a calci) significa spostare la
pulsione di distruzione dall’oggetto primario (l’adulto non
accettante) alle cose che lo rappresentano.
Tutto questo ancora non basta: sarebbe come fornire il
ragazzo di una bella barca e delle attrezzature necessarie per affrontare
il mare e poi non esserci quando si scatena la tempesta.
La catechista Elisa è l’adulto che c’è
(sottolineiamo in particolare lei, ben sapendo che essa è collegata a un
prezioso, insostituibile team, senza il quale Elisa sarebbe impensabile).
Facciamo alcuni primi piani sul suo comportamento.
Anzitutto, per affrontare una questione così vitale, si serve (lo sappia
o non lo sappia) dell’effetto framing, cioè "dell’effetto
cornice"; è esperienza di tutti che la stessa cosa può essere vista
da un punto di vista diverso e per questo solo fatto il giudizio su di
essa può mutare. E il primo modo per accedere a un punto di vista diverso
è sicuramente cambiare la marca di contesto. La lettura ovvia è dividere
il mondo in morsicati e morsicatori; molti vi cadono come in una trappola,
specie nel mondo adulto; riusciamo a immaginare, ad esempio, che il
consiglio di classe di "II E", convocato sulla questione, non
abbia dubbi in proposito e quindi non riesca a proporre soluzioni che non
siano di isolamento e di impotenti punizioni dei morsicatori (e cioè di
incentivazione della condotta antisociale, come dicevamo).
Elisa parte dal "comune sentire", ma diviene
guida nel momento in cui propone un cambio di lettura: che non è il
rovesciamento, cioè lo scambio tra aggressori e aggrediti, bensì una
nuova cornice per leggere i dati che si esprime in questi termini: «questi
aggressori hanno paura», e aiuta i suoi ragazzi a leggerne i segni.
In altre parole, Elisa agisce sulla rappresentazione
dell’altro, fino a separare l’agito (in questo caso le morsicature) da
ciò che vi sta dietro. L’altro non è uno sul quale mettere una
etichetta, non è uno da "sapere già", ma una persona che ha
sempre la dignità di non essere la somma dei suoi atti.
Mentre accede ad un nuovo punto di vista, il ragazzo si
sente accompagnato, cioè trova un compagno che fa con lui un pezzo di
strada. Diversamente può sentirsi istruito, tranquillizzato, giudicato,
aiutato: tutte modalità che possono avere le loro chance, ma che
hanno in comune il lasciarlo passivo. Accompagnare un ragazzo significa
fare vera prevenzione sociale, perché così ad un certo momento
camminerà da solo e a sua volta accompagnerà altri; ma anche – e ci
preme! – vera trasmissione di fede, come accade quando il gruppo si
chiede che cosa significhi in questo caso «porgere l’altra guancia»: l’etica
del Regno non si comunica attraverso istruzioni!
C’è un secondo momento nell’accompagnamento da
parte di Elisa: quando chiede che il gruppo lasci cadere il termine
"duri" riferito ai morsicatori, termine che porta con sé una
connotazione implicita di forza. A questo punto tutto il gruppo (Elisa
compresa) fa esperienza del vuoto connotativo: per chiamarli in altro
modo, occorre pensarli in altro modo ed è esattamente questo che porta al
"che cosa fare". Finché sono "i duri", si lasciano al
massimo dove sono, quando sono "i compagni" è possibile
incontrarli. Non è una bacchetta magica, né un’incosciente spinta allo
sbaraglio: è una fatica fatta insieme, che non solo richiede cordata (all’incontro
prospettato ci sono anche gli adulti), ma la via stretta della
conversione; a ogni passo, sarà fin troppo facile pensare che «tanto con
quelli non c’è niente da fare».
Diffusione della trasgressione
Molti hanno riflettuto sul gruppo-branco come
contenitore dei comportamenti trasgressivi, anzi come ovattamento della
coscienza individuale e protezione indiscriminata (se fai parte del
gruppo, sei salvo). Accenniamo ad alcune caratteristiche dei comportamenti
sostenuti ed esigiti dal branco: il «branco trasgressivo» (branco
perché esige conformità e obbedienza, anche se non consapevole) si
autoassolve, mentre esprime condotte antisociali come distruzioni, furti,
aggressioni; ciò lo protegge dal sentirsi fuori posto, preda di rimorsi e
lo rende incapace di percepire nettamente le reali consegne delle proprie
azioni.
Come avviene simile processo? Mediante credenze di
gruppo (che molto spesso i ragazzi imparano dagli adulti); ne elenchiamo
quattro: la diffusione di responsabilità (fanno tutti così, naturalmente
confrontando comportamenti simili ai propri e non vedendo i comportamenti
opposti); il confronto vantaggioso (è una "cazzata" da poco, ho
visto ben altro! Ad esempio, un furtarello in un supermercato non è
niente, a confronto dei profitti illeciti di tanti!); l’occultamento
delle conseguenze (che cosa ho fatto, poi, in fin dei conti, quello non è
mica morto; sto solo tirando dei sassi, se prendo una macchina e sono
beccato è solo scalogna); da ultimo, il deprezzamento della vittima (sia
per il suo minore status: «è solo una femmina», sia per le
supposte intenzioni contro l’aggressore: ha fatto apposta, lo so).
Nel branco possono esserci anche ragazze che però
scontano il loro genere con un eccesso di spavalderia e di prove di
"coraggio".
Veniamo ora alla proposta di alcuni esercizi (vedi box)
sotto forma di gioco interattivo che hanno di mira un accompagnamento
adeguato da parte di giovani adulti. Ripetiamo che la famiglia non può
esprimere un simile accompagnamento, in quanto mancano gli strumenti e il
contesto, quali possono essere il ritagliarsi spazi per una franca
discussione tra giovani educatori e il gruppo potenzialmente a rischio di
condotte violente. La famiglia può e deve fornire le premesse (quale, ad
esempio, una disapprovazione ferma ed esplicita agli atti antisociali, la
validificazione di regole e l’offerta di sostegno) perché i ragazzi
"escano" e siano disponibili al confronto.
L’esercizio può essere replicato, con l’aiuto
stesso dei ragazzi con altro materiale di cui essi sono fornitori di prima
mano. L’importante è che tale materiale non coinvolga direttamente
eventuali autori dell’atteggiamento deviante che siano presenti, perché
ciò potrebbe innescare condotte emozionali (e implicite risonanze)
difficili da gestire.
L’esercizio presenta l’evento: in questo caso il
lancio di uno zainetto pieno (potrebbe essere il furto intimidatorio di
una maglietta firmata, di un paio di scarpe griffate, di un telefonino, di
un orologio).
La prima fase del lavoro consiste nell’elevare ad
attore principale chi ha subìto la condotta violenta (in forza dell’effetto
framing: la vera visibilità non viene data ai trasgressori) con l’intento
di far prendere contatto al gruppo dei reali vissuti dell’aggredito:
cosa quanto mai non scontata, in forza dei principi di diffusione della
responsabilità di cui si è parlato. Quante volte abbiamo sentito
ragazzini dire: «Se l’avessi saputo, non l’avrei fatto». A un primo
attore (più immediato e veristico) se ne affianca un altro, per insegnare
a tutto il gruppo che sono possibili reazioni diverse. Il gruppo ora è
pronto a distinguere un agito, le sue risultanze interattive e gli
impliciti bisogni da cui parte.
La seconda fase del lavoro ha a che fare con la
"riparazione", un evento che riguarda sia gli aggressori che gli
aggrediti, come si vedrà nello sviluppo del gioco.
Da ultimo, prima di accedere all’esercizio, una pura
annotazione psico-antropologica; ci viene da chiederci, a noi adulti
impegnati sul disagio sociale: «Ma cos’è un esercizio, di fronte alla
mole di compiti che vengono richiesti alle varie agenzie educative
(tribunali per minori compresi!) per far fronte al problema?». Simili
esercizi (e altri che si possano inventare!) hanno ampie valenze e
potenzialità che solo chi li gioca sa scoprire. Del resto, qualcuno
diceva: «Meglio accendere un fiammifero che maledire l’oscurità»
(Tonino Bello).
Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
* Sia la cronaca di morsicatori e morsicati che l’esercizio
sullo zainetto lanciato sono tratti dal testo: M. Zattoni, G. Gillini, Ragazzi
sulla soglia, Paoline, lire 13.000).
| LO ZAINETTO
LANCIATO NEL VUOTO
Durante una gita (tutta la
situazione è volutamente lasciata imprecisa e ambigua), alcuni
ragazzi decidono di "fargliela pagare" a una compagna di
nome Barbara che ritengono antipatica e altezzosa; con la scusa di
aiutarla, si fanno dare lo zainetto (fra l’altro, assai costoso)
e si allontanano; quando lei si distrae un momento, dopo aver
confabulato tra loro, lanciano lo zainetto nel vuoto, con tutto
ciò che esso contiene. Quando Barbara se ne accorge, fa una
"scenata isterica", a sentir loro. Dopotutto era solo
uno zainetto e lei i soldi per comprarsene un altro ce li ha di
sicuro.
Per lavorare insieme.
Prima fase:
a una ragazza si chiede di interpretare Barbara, con la
sollecitazione di dire ad alta voce tutto il suo vissuto, i suoi
pensieri, le sue emozioni. Si chiama poi una seconda ragazza e le
si chiede di agire una Barbara diversa. Tutto il gruppo ora
discute distinguendo l’agito (buttar via lo zainetto) dalle
possibili motivazioni o richieste dei ragazzi aggressivi.
Seconda fase:
il gruppo ora immagina tre possibili azioni di Barbara, almeno una
delle quali come "risposta adeguata" alle domande
implicite dei ragazzi aggressivi e come un modo
"evangelico" di andar loro incontro.
Suggerimenti per lo sviluppo.
In base a quanto detto nel corpo
del capitolo, si permette ai ragazzi di prendere coscienza di una
lettura rigida dei dati; è fondamentale ripercorrere le quattro
tappe dell’autoassoluzione da parte dei ragazzi e metterli a
contatto con possibili conseguenze non previste del loro agire (a
ciò risponde la prima fase, come guida al mondo interno di
Barbara).
Si cerca poi assieme di trovare
una via "evangelica" di contatto tra i ragazzi, che non
sia solamente convenienza, negazione del fatto, perdono facile,
supponenza, distanza e orgoglio. Si deve avere fiducia sul fatto
che i ragazzi troveranno un modo nuovo che segnali incontro (ad
esempio, un’attività comune, anche di Barbara, per finanziare l’acquisto
di un nuovo zaino, magari di un modello più semplice).
m.z.-g.g. |
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