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Non
è nel degrado, ma nella penuria dei rapporti che nasce la nuova devianza.
L’insuccesso scolastico ha il suo peso. Ma è soprattutto l’aver
accumulato rabbia e aggressività, senza mai farle oggetto di dialogo con
gli adulti, che porta a rubare per vincere la noia. Per
crescere bene in una situazione di rischio, in territori dove l’illegalità
diffusa appare come la sola realtà capace di offrire un ruolo, un’identità,
un lavoro, l’unica efficace strategia istituzionale consiste nella
massimizzazione della tutela e del sostegno alle famiglie, non solo di
tipo economico, ma anche attraverso percorsi di aiuto alla genitorialità,
nel rafforzamento delle strutture scolastiche e del corpo insegnante, nell’attrezzaggio
di ogni quartiere del territorio, attraverso la creazione o il
potenziamento di opportunità e risorse per la corretta socializzazione di
ogni bambino. Le risorse del territorio si concretizzano fondamentalmente
nell’esistenza e nel funzionamento di centri di aggregazione con la
presenza di persone valide, capaci di "agganciare" i ragazzi, di
entrare facilmente in relazione con loro, di mettersi in ascolto, di dare
loro fiducia e acquistarne la fiducia.
Nella situazione attuale, infatti, assumono importanza
fondamentale i contesti formativi allargati, e molto si giocherà sulle
capacità degli educatori, dei formatori, degli adulti di riferimento in
generale: tutti gli interventi cioè dovranno essere caratterizzati, per
una ricaduta positiva sui ragazzi, da un alto contenuto relazionale.
Le tre agenzie formative di base – la famiglia, la
scuola, il quartiere – nei territori contaminati dall’illegalità e
dalla criminalità organizzata devono agire in una visione efficacemente
sinergica, con l’obiettivo, profondamente condiviso, di rafforzare i
bambini: perché non è tenendoli fuori dalla realtà, iperproteggendoli,
creando allarmismo, munendoli di telefoni cellulari per un Sos immediato,
educandoli alla diffidenza e al sospetto, che li si difende e tutela il
loro processo di crescita umana.
Bisogna viceversa che, appena in età di discernimento,
siano resi pienamente consapevoli, attraverso modalità cognitive adeguate
all’età, della realtà del territorio, anche del suo degrado e delle
sue distorsioni, perché è in quella realtà che comunque svolgeranno la
loro vita; devono essere educati ad amare quel territorio e a impegnarsi
per migliorarlo, e ciò può essere fatto solo se lo si conosce
profondamente sin da piccoli. Sia la famiglia che la scuola possono
stimolare la conoscenza del territorio da parte dei bambini, insegnando
loro che è compito di tutti, anche dei più piccoli, di cooperare al suo
disinquinamento e alla sua bonifica.
Ciò richiede un lavoro su due livelli, il primo dei
quali è relativo al rapporto fisico con l’ambiente per contribuire al
suo miglioramento: ad esempio, abbellire con vasi di fiori la grande
scalinata in pietra che collega le due stradine verso la scuola, adottare
un monumento o una fontana, curandone l’integrità e la pulizia. Il
secondo livello riguarda, invece, il rapporto con i coetanei per
contribuire a un corretto processo di socializzazione attraverso modelli
di integrazione e non di rifiuto, di comprensione e non di ghettizzazione:
se ogni bambino viene educato ad accettare l’altro, anche se di diversa
estrazione sociale e diversa cultura, e a condividere con lui un progetto
scolastico, una gita, una festa, tutto in futuro potrà essere più
facile.
Ricordo che a un ragazzo che aveva commesso una rapina
era stata data, come misura cautelare, la permanenza in casa con la
prescrizione di non frequentare pregiudicati; ebbe a dirmi sorridendo con
bonomia: «Ma voi pensate forse che potrei farmela con il figlio di un
professore o di un avvocato? Io li conosco pure, perché stavamo a scuola
insieme; ma "loro" non vengono con me, solo certi ragazzi ci
vengono; allora significa che non posso frequentare nessuno».
| Famiglia, scuola, quartiere devono
agire in sinergia per rafforzare i bambini. Per tutelarli,
infatti, è necessario educarli alla consapevolezza dei pregi e
dei limiti del territorio per migliorarlo più che creare
allarmismo e diffidenza. |
Quel ragazzo aveva ragione; quasi sempre, se una
persona, minorenne o adulta che sia, ha sbagliato, tutti la fuggono,
lasciandola in solitudine con quelli peggiori di lei. Bisognerebbe forse
superare questa impostazione, volutamente o inconsapevolmente,
discriminatoria, che tende a salvaguardare i ragazzi "sani"
isolandoli, e lasciare invece che frequentino anche i compagni che hanno
commesso errori, coinvolgendoli nei loro percorsi di vita, altrimenti i
modelli positivi non potranno mai giocare un ruolo vincente.
In effetti l’aggregazione giovanile è stata da sempre
un fenomeno fisiologico dell’età adolescenziale; il fatto che si sia
rinforzata negli ultimi dieci anni dipende proprio dall’arretramento
della famiglia che, protesa troppo spesso verso obiettivi eterofamiliari,
siano essi i problemi legati alla sopravvivenza quotidiana o alla carriera
e ai suoi successi, ha lasciato vuoti negli spazi e nei tempi, occupati
ben presto dal gruppo, dentro cui il ragazzo si sente comunque protetto,
sicuramente più accettato perché più uguale agli altri, libero dalle
regole familiari e scolastiche, in uno stato di rassicurante omologazione.
Infatti, oggi i ragazzi vivono più tempo nel gruppo che
in casa: conseguentemente, più della famiglia, il gruppo lo orienta nei
comportamenti e negli atteggiamenti, quindi nelle scelte. Nel gruppo egli
porta le sue esperienze, le discute, le vive, partecipa a quelle degli
altri, e introita atteggiamenti, comportamenti, modelli. È perciò
fondamentale che, per quanto possibile, gli insegnanti e gli educatori
favoriscano l’aggregazione "eterogenea" in classe e nei
contesti di socializzazione, onde evitare che i processi di esclusione,
che purtroppo iniziano spesso già nella scuola, concorrano fortemente a
favorire la devianza sociale.
Le facce della devianza
Ci sono fenomeni di devianza minorile comuni a tutto il
Paese, quali il bullismo, inteso come prevaricazione del gruppo di ragazzi
più forti sui compagni più deboli attraverso piccoli ricatti, e la
microcriminalità spicciola, che spesso viene incoraggiata dalle stesse
famiglie e che si alimenta soprattutto di furti; esiste poi il fenomeno
della manovalanza camorristica, tipica delle quattro regioni del sud,
spesso attinta dall’area della microcriminalità con il reclutamento dei
più capaci e affidabili.
Si affianca oggi a queste forme "tradizionali"
di devianza minorile una nuova forma di devianza urbana, che si esprime in
gruppo e si manifesta con forme di violenza estrema, e che non è
ascrivibile all’area criminale tradizionale in quanto mancano gli
elementi "classici", che da sempre hanno caratterizzato la
delinquenza minorile in Italia: l’appartenenza a famiglia svantaggiata,
a quartiere degradato del fatiscente centro storico o della sfilacciata
periferia urbana, a fascia sociale culturalmente ed economicamente debole.
La famiglia infatti appare il più delle volte normocostituita e
benestante, e solo a una analisi più approfondita si rivela disfunzionale
perché al suo interno è conflittuale e disgregata, disattenta e
indifferente; il quartiere è nella zona residenziale, ma il controllo
sociale è inesistente perché ognuno vive nel suo egoismo in una
splendida casa blindata, usa il denaro per ostentare beni materiali e
ignora la solidarietà e il rispetto della diversità.
Esiste però una connotazione comune alle due aree dello
svantaggio, quella "tradizionale" e quella emergente: è l’insuccesso
scolastico. Al ragazzo analfabeta o semianalfabeta di una volta si
affianca oggi quello iscritto al secondo anno di ragioneria o al terzo
anno di informatica, con frequenza discontinua e profitto inesistente,
spesso alunno di una scuola privata che, grazie al pagamento di cospicue
rate, cerca di trascinarlo più o meno lentamente e faticosamente verso l’agognato
diploma. Intanto però il ragazzo ha registrato la sua inadeguatezza
rispetto ai compagni che hanno proseguito regolarmente il corso scolastico
e ha maturato bisogni di rivalsa; e la rivalsa può anche manifestarsi in
un’azione delittuosa per provare a se stesso che comunque è in grado di
porre in essere azioni da brivido senza esitazione né paura, come spesso
questi ragazzi hanno avuto modo di vedere nelle sequenze di film
ripetutamente visionati. Atti delittuosi che riempiono le loro giornate
senza meta e senza scopo, a volte posti in essere per verificare "l’effetto
che fa" sugli altri, in particolare sui genitori, o la propria
capacità di andare oltre il "limite", per sperimentare un
livello di emozionalità sempre più forte, l’unica sensazione che li fa
"sentire vivi".
La ragione profonda di questa nuova forma di devianza
minorile urbana dev’essere attribuita al fatto che allo svantaggio
socioeconomico e culturale di un tempo si è andato affiancando un altro
tipo di svantaggio, quello relazionale, che taglia oggi trasversalmente
tutte le fasce sociali. Questa nuova forma di svantaggio è costituita
dalla povertà, se non addirittura dall’assenza, di rapporti tra i
componenti del nucleo familiare, in particolare tra genitori e figli: i
componenti della famiglia finiscono con il non incontrarsi, se non
frettolosamente; finiscono con il non parlarsi, se non a monosillabi,
senza più guardarsi negli occhi, magari facendo altro: tipico segno di
mancanza di interesse e di attenzione, che i ragazzi assolutamente non
tollerano.
In questa pressoché totale assenza di interazioni
positive i genitori non si occupano quotidianamente di ascoltare i bisogni
dei loro ragazzi, di decodificare il loro comportamento per individuarne
esigenze e aspettative, ma si preoccupano quando il problema esplode nei
suoi termini più estremi; spesso però è tardi. Non sono pochi ormai i
genitori che improvvisamente scoprono che il figlio da oltre un anno
faceva uso di droga, o che la figlia si prostituiva in un giro di amici, e
così via.
Oggi i ragazzi sono certamente più svegli e più
sollecitati rispetto ai ragazzi degli anni ’80 e ’90: utilizzano
computer sofisticati e navigano in Internet; hanno il televisore in camera
da letto da quando avevano tre anni, e hanno consumato migliaia di ore di
esposizione al video, ampliando così progressivamente le proprie
conoscenze, ma parallelamente assorbendo così tante immagini di violenza
da riuscire, da una parte, ad assuefarsi a essa, e dall’altra a
esprimere di seguito, anche incontrollatamente, rabbia e aggressività. I
ragazzi sono altrettanto sicuramente più fragili sul piano emotivo, meno
in grado di reggere lo stress psicologico, di fronteggiare le difficoltà,
e anche il dolore fisico; perciò sono più inclini a consumare farmaci, e
conseguentemente più facili a passare all’uso di pasticche e di droga;
sono più portati a comportamenti autolesionistici, fino al suicidio; sono
meno in grado di assumere compiti e responsabilità e di perseguire
obiettivi, quindi più inclini a rinviare decisioni e assunzione di
responsabilità; sono di conseguenza più facili alla fuga, ripetuta,
frequente, per sottrarsi a un malessere che hanno dentro e non sanno
spiegare; sono meno in grado di riflettere e mentalizzare le conseguenze
dei propri comportamenti prima di assumerli, e finiscono così per
compiere reati anche gravi senza rendersi conto fino in fondo dell’antisocialità
delle loro azioni; pongono in essere comportamenti fuori controllo,
essenzialmente perché nel loro percorso di crescita non sono stati
educati al rispetto delle regole familiari, scolastiche e sociali; non
hanno mai trovato limiti, confini, non sono stati abituati a frenare gli
impulsi, l’emotività, la rabbia e quant’altro sale imperioso nel
tormentato cammino adolescenziale.
Molti di loro non ricadranno nel reato, ma non sapranno
mai dire perché lo hanno fatto, a dispetto dei fiumi di parole spese da
psicologi, sociologi, educatori e giudici. Ognuno di questi
"esperti" cercherà di spiegare quel comportamento, risalendo
nel vissuto del ragazzo fino a un particolare evento traumatico; e alla
fine, dopo aver tutto sviscerato, spesso si dovrà registrare come il
minore si determinò all’atto deviante perché in casa era un isolato, a
scuola aveva avuto più ripetenze ed era passato alla scuola privata,
aveva pochi amici, e con questi ultimi maturò il reato all’uscita dalla
discoteca, o in un giorno di assenza da scuola.
Si registrano così scippi e rapine fatte da piccoli
gruppi in danno di coetanei, non per ricavarne un profitto, bensì solo
per esprimere quella violenza che urge dentro per averla accumulata nella
normalità quotidiana di esposizione al video, o a una protratta
situazione di abuso intra o extra-familiare.
La matrice accomunante di tanti fatti-reato,
apparentemente senza una evidente motivazione, per i quali la
collettività esprime sorpresa e sbalordimento, è lo svantaggio
relazionale, sofferto dai ragazzi nei contesti di appartenenza –
familiare e scolastico –, per cui resta loro di esprimersi nel terzo
contesto relazionale, quello gruppale, nel quale la comunicazione viene
acriticamente accettata, e ogni piccola e grande "impresa" che
il gruppo possa concretizzare riceve l’adesione incondizionata di tutti
i componenti.

Svolta nel ruolo genitoriale
Il senso di responsabilità e il ruolo educativo e
regolativo della famiglia vanno richiamati e valorizzati, affinché i
genitori siano resi pienamente consapevoli della significatività e dell’importanza
della relazione con i figli, dell’importanza di mantenerla sempre, e
soprattutto di mantenerla fluida, corretta e trasparente, cioè non
inquinata da menzogne opportunistiche o da sovrastrutture di convenienza;
nell’ambito di questo rapporto, i bambini, i ragazzi cercano, tra l’altro,
autorità e non "amicizia" da parte dei genitori, perché gli
amici sono altro e altrove. Solo così essi si sentono veramente amati e
accettati; sentono persino il bisogno d’essere puniti se sbagliano,
purché in maniera equilibrata e proporzionata all’errore, non certo con
punizioni "esemplari", tese unicamente a riaffermare un ruolo di
autorità, peraltro mai prima di allora gestito responsabilmente.
Se oggi per molti dei nostri ragazzi la vita non ha
senso è perché hanno preso coscienza che nessuno attribuisce alla loro
vita un particolare valore; fanno tardi o no, rincasano o no, vanno a
scuola o no, lavorano o restano per strada, vanno con questo o con quello,
ai genitori sostanzialmente non importa. Ciò che importa è che non
creino problemi: la scuola non deve «chiamare», il tribunale non deve «intervenire»,
la condotta non «te la devi macchiare», «non ti devi drogare», poi «puoi
fare ciò che vuoi». Ma i ragazzi non hanno bisogno di consigli e
suggerimenti quotidianamente snocciolati con aria pensosa dal genitore, ma
di parlare di sé, d’essere ascoltati più che di ascoltare, d’essere
capiti più ancora che di capire. Quanti di essi, invece, sono chiamati
sin da piccolissimi a capire le cose degli adulti, per esempio, quando,
nel corso della separazione, vengono coinvolti nei sottostanti conflitti
familiari, che spesso li stritolano strumentalizzandoli all’infinito
durante tutto il processo di crescita, che il più delle volte finisce col
coincidere con quello giudiziario.
Il film di Sam Mendes, American Beauty, vincitore
di più premi Oscar, sottolinea tragicamente, da una parte, la fuga dei
genitori dal ruolo educativo, e dall’altra la forte esigenza della
figlia di avere un genitore "roccia", autorevole e regolativo,
non già un padre che si lasci andare a comportamenti adolescenziali,
mostrando interesse per una sua compagna. Forse la necessità di una
svolta nel ruolo genitoriale, l’esigenza di una maggiore
responsabilizzazione di chi è chiamato a educare stanno diventando
cultura diffusa, in risposta a una ormai riconosciuta, finora delusa
aspettativa della gioventù, come focalizzato da una frase forte
pronunciata dalla ragazza nelle immagini d’apertura del film.
La nostra è stata definita una «società senza padri»,
per indicare la mancanza di autorevolezza, regolazione e contenimento,
valori tradizionalmente espressi, appunto, dalla figura paterna. È certo
notevole e in crescita il numero delle famiglie in cui la figura paterna
è inesistente, o assente, o marginale, o inconsistente, per i motivi più
vari: famiglie monoparentali per scelta, famiglie in cui la madre tende,
riuscendovi, a emarginare il coniuge separato per evitare interferenze nel
nucleo ricomposto, famiglie in cui il padre si è dileguato,
disinteressandosi completamente dei figli. Quest’ultima situazione viene
rappresentata da un altro film di successo, Tutto su mia madre di
Almodóvar, in cui il regista a forti tratti disegna la storia familiare
di una donna protesa a svolgere in modo adeguato il duplice ruolo
genitoriale per la mancanza del suo compagno, che ha scelto di vivere l’altra
identità sessuale, quella femminile, e di avere esperienze diverse,
lontano dalla famiglia. La madre perderà il figlio tanto amato in un
incidente automobilistico, che avviene mentre il ragazzo rincorre l’auto
della diva preferita per ottenerne un autografo: ricompare prepotente il
mito televisivo, che affascina e condiziona il mondo giovanile. E nel
diario del figlio, la madre, che ha strappato a metà le foto in cui era
ritratta con il suo compagno, il padre di suo figlio, dolorosamente
leggerà: «Quella metà mi mancava».
Ma se il primo e fondamentale passo per la prevenzione
della devianza giovanile è il richiamo forte alla responsabilità del
ruolo genitoriale, in particolare di quello paterno, e alla ripresa della
funzionalità della famiglia in generale, non c’è dubbio che, in
seconda battuta, bisogna puntare a rafforzare la scuola, attrezzandola di
figure idonee a collaborare con il corpo insegnanti per il benessere
psicofisico degli alunni, nonché di laboratori in grado di aiutare i
ragazzi a esprimere le proprie potenzialità e a ricevere delle
gratificazioni dalla frequenza scolastica.
Nei territori a rischio la scuola dovrebbe prendere in
carico i bambini dalla strada quanto prima possibile: perciò sarebbe
stata una misura forte di prevenzione della devianza prevedere come
obbligatoria la scuola dell’infanzia; deve tenerli quanto più a lungo
possibile nell’arco della giornata, interessandoli nell’extra-scuola
ogni giorno; deve comporre le classi con il minor numero di alunni
possibile. La realtà invece, anche oggi, nel nuovo secolo, non presenta
né asili nido, né scuole dell’infanzia, specie nei territori a
rischio; le scuole che fanno il tempo prolungato per tutta la settimana
sono nelle zone residenziali; le classi sono in genere popolate da oltre
25 alunni.
Ma soprattutto la scuola dovrebbe aggregare
"dentro", costituendo gruppi e gruppetti con interessi comuni,
affinché il processo di socializzazione si svolga correttamente con l’aiuto
degli educatori, per evitare un’aggregazione "fuori" con
gruppi devianti di ragazzi più grandi e il possibile reclutamento da
parte della criminalità adulta. In aggiunta a una maggiore funzionalità
della famiglia e della scuola, dovrebbe essere reperibile sul territorio,
tra le tante risorse, una gamma di famiglie affidatarie (ndr, sull’argomento
vedi alle pagine 80-83) in grado di accogliere anche ragazzi difficili,
finanche con esperienze detentive, per recuperarli attraverso un adeguato
percorso di socializzazione, ricco di esperienze formative e di rapporti
interpersonali, a parametri minimi di accettabilità sociale.
I Comuni di Altofonte e Balestrate, in provincia di
Palermo, possono vantare interessanti esperienze di affidamenti familiari
attuati a favore di ragazzi messi alla prova per reati di notevole
gravità e allarme sociale: queste esperienze andrebbero rese note e
valorizzate come modello significativo d’intervento nell’area della
devianza minorile.
Sul territorio dovrebbero anche essere disponibili
piccole case-famiglia e minicomunità adeguatamente organizzate, sotto il
profilo della struttura e del personale, per accogliere i ragazzi
difficili le cui famiglie sono irreversibilmente disfunzionali, caotiche,
non collaborative, totalmente assenti, e che perciò hanno reso i propri
figli così reattivi verso l’istituzione famiglia, così diffidenti e
rifiutanti che una piccola struttura con operatori professionali e
impegnati può talvolta avere miglior gioco nel vincere la partita. Tutte
queste risorse devono essere tra loro collegate e riconoscersi come
presenza sul territorio, svolgendo su di esso un’azione coordinata e
sinergica, favorita e sostenuta dai servizi sociali e sanitari.
In conclusione, si potrà impedire a un ragazzo d’essere
vittima solo se gli adulti saranno capaci di vivere una genitorialità
responsabile e autorevole, ampia e diffusa, aperta a una visione culturale
che chiami tutte le famiglie a farsi comunità, per le quali anche i
ragazzi difficili siano figli.
Melita Cavallo
| L’INVISIBILITÀ
DELLA GIOVENTÙ SOLIDALE
I
contesti a rischio di devianza sociale dei ragazzi, per l’esistenza
sul territorio della criminalità organizzata, o comunque di vaste
aree di illegalità, in ogni caso con prepotenti connotazioni di
modelli negativi, fisicamente rappresentati dai vari capiclan che
ostentano denaro e potere, e che perciò sono vissuti come
vincenti, si estendono sempre più in tutto il sud del Paese, e
non solo. Va però affermato con forza che non esistono percorsi
scontati o fatali, a patto che ogni bambino sia educato a una
scelta responsabile tra il sopravvivere nell’illegalità in una
perenne situazione di rischio e il vivere nella società civile,
nel rispetto delle regole e della dignità umana, in pace e in
spirito comunitario.
Si deve infatti riconoscere che
esistono in questi territori sollecitazioni negative continue e
ripetute, alle quali solo ragazzi adeguatamente attrezzati sotto
il profilo psico-affettivo ed educativo sono in grado di
resistere, non certamente i molti, troppi ragazzi inconsistenti e
fragili con i quali sempre più spesso il giudice minorile entra
in contatto. In ogni caso, l’area della devianza giovanile non
può essere considerata dilagante e assorbente al punto tale da
rendere invisibile l’altra, quella della gioventù sana, capace
di progettualità positiva e solidale.
m.c. |
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