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Non
basta studiare la realtà adolescenziale, bisogna comprenderla attraverso
la relazione. Se alle spalle del ragazzo non vi è una forma comunicativa
familiare positiva, facilmente, egli cerca solidarietà nel gruppo e
questo, spesso, ripropone al suo interno modalità relazionali del mondo
degli adulti. Strana
la società in cui viviamo: ha bisogno sempre di sapori forti. E così,
per accorgersi del disagio dei giovani, gli adulti devono imbattersi in
qualche emergenza: quella delle cosiddette baby-gang è
probabilmente l’ultimo campanello d’allarme che si è fatto sentire in
tal senso.
Le vicende di "teppistelli" nell’ultimo anno
hanno conquistato spazio sui giornali. Dalla cronaca sono riusciti ad
arrivare in prima pagina e hanno richiamato l’attenzione del mondo
adulto, tanto che si sono cercate parole di esperti per l’analisi del
fenomeno. Purtroppo la legge dell’informazione, che fa dell’emergenza
e del clamore la modalità consueta per la considerazione di una notizia,
ha rimandato lo spazio pacato per la riflessione intorno al problema. Già
questo è indicativo. Che problemi tanto seri del mondo giovanile,
connessi alla questione dell’educare, vengano affrontati in maniera
semplificante e con forme di decodifica di basso profilo, rischia d’essere
la forma della rimozione del problema, proprio nel momento in cui se ne
parla. Non vorremmo cadere nello stesso errore.
Il fenomeno delle baby-gang non è di così
facile lettura; credo che nessuno abbia una ricetta pronta per
decodificare questi episodi. Ci si trova smarriti, anche perché l’immediata
e comprensibile reazione emotiva lascia poi il posto al: «non mi
riguarda, storie di periferia, società senza valori...» e via dicendo.
Ma quando capita che siano implicati figli di buona famiglia e magari
figli di amici, allora vanno in crisi questi semplificanti schemi mentali.
Anch’io potrei cullarmi sul fatto che il fenomeno non
ha mai visto miei studenti implicati come attori ma, casomai, come
vittime. Ma ciò che non è mai capitato potrebbe succedere domani. Mi
sembra giusto, quindi, riflettere sul fenomeno in termini pacati: senza
allarmismo inutile e senza sottovalutare il disagio di questi ragazzi, che
ha certamente sorgenti nascoste e forse impensate. Le risposte facili non
esistono in campo educativo, sono sempre meno scontate di quanto sembri.
Se il fenomeno delle baby-gang non è di facile
lettura, lo stesso andrebbe detto, più in generale, per la realtà
adolescenziale e giovanile in genere. Per quanto celebrata, mitizzata,
messa in scena dal mondo adulto, questa età resta un’incognita per
molti. I mass media, a parole, ci dicono di tutto di questa età. Ma, per
quanto molti discorsi siano ben fatti e molte analisi ineccepibili, non
riescono a colmare quei silenzi di casa che certe sere sono più spessi
dei muri, quando ci si interroga su quel figlio o quella figlia che fino a
ieri ci diceva tutto e adesso è un mistero.
Prima ancora di affrontare il problema delle baby-gang
andrebbe affrontato, o almeno inquadrato, lo sfondo e le ragioni della
difficile comprensione di questo arco di età. Anzitutto ci si dimentica
che si tratta di osservare un’età e delle generazioni che sono
incredibilmente dinamiche, soggette a forme spinte di cambiamento, per le
quali non è detto che i modelli interpretativi di ieri possano funzionare
anche oggi; inoltre, l’accelerazione al mutamento tipica della nostra
società accresce la velocità con la quale i passaggi generazionali
avvengono; noi crediamo di avere a che fare con una generazione e invece
si tratta già di un’altra. Tutto ciò non permette di dare per scontato
le chiavi di lettura di fenomeni caratterizzanti il mondo adolescenziale e
giovanile.
Ma, soprattutto, non basta "osservare", fare
appello a chiavi di lettura calate dall’alto, ridurre persone a un
fenomeno da studiare, magari ammantandosi di un linguaggio sociologico,
psicologico, pedagogico di sicuro effetto. L’utilità indubbia di queste
chiavi di lettura, che è bene conoscere, non deve far dimenticare l’atteggiamento
vero da cui partire, che è piuttosto l’esercizio infinito della
comprensione, dell’ascolto, della vicinanza. Per parlare delle persone
di questa età occorre, innanzitutto, il coraggio della relazione con
loro.
| Di fronte alle baby-gang la
reazione emotiva fa posto alla certezza di non esserne coinvolti.
Ma quando capita che siano implicati ragazzi di buona famiglia e
magari figli di amici, allora vanno in crisi i nostri semplici
schemi mentali. |
A volte, durante alcuni colloqui con i genitori, ho l’impressione
che si sia preferito leggere libri su come educare i figli e guardare
trasmissioni che promettevano ricette in tal senso, piuttosto che fare il
primo passo per tornare a casa un po’ prima e varcare la soglia della
loro stanza.
Ritengo che ogni analisi, forma di studio, chiave
interpretativa nei confronti della realtà adolescenziale e giovanile non
dovrebbero mai venir meno a questo principio: le forme della comprensione
devono nascere e radicarsi nella relazione con le persone di cui si parla,
non in una osservazione solo esterna che fa dei soggetti gli oggetti di un
crudo discorrere. Anche nel caso di una baby-gang.
Se facessimo questo sforzo, ci accorgeremmo subito che
ci affidiamo troppo a figure della comprensione e della relazione col
mondo adolescenziale e giovanile di basso profilo.
La nostra nostalgia
Il nostro mondo di adulti troppo spesso celebra
adolescenti e giovani manifestando apertamente la nostra nostalgia per la
loro vita scanzonata, per l’eterna aria da sabato pomeriggio che li
attornia, per i loro anni in tasca. Nello stesso tempo, però, ricorda
loro, con un pizzico di riserva cinica, che un giorno o l’altro dovranno
mettere la testa a posto, i piedi per terra, e via dicendo; insomma,
dovranno smetterla e darsi una sistemata, come è successo a noi.
Attraversata da questa ambivalenza, la nostra relazione
di adulti è soggetta, talvolta, al trasformarsi in "compagnoneria",
raccolta di confidenze amicali al limite della complicità, se li
invidiamo; oppure si caratterizza per l’erigersi a gestione e
organizzazione della loro vita, delle loro amicizie, del loro tempo, se la
preoccupazione che ci muove è la definizione di un loro profilo
professionale e della loro identità.
In alcuni casi, meno numerosi di quanto non possa
sembrare, la comprensione e la relazione si sono ridotte a nulla, vuoi
perché ormai i canali si sono definitivamente interrotti, vuoi perché
dietro la maschera di una grande liberalità, paterna o materna
comprensione, si nasconde una forma di disinteresse che così recita: «non
mi interessa ciò che combini, hai libertà a briglia sciolta purché,
tornato la sera a casa, io non debba fare i conti con eventuali problemi».
Devo dire che, per quanto vi siano genitori che
rientrano nelle figure indicate, la maggior parte di quelli che conosco e
che hanno iscritto i loro figli alla scuola che dirigo, li vedo
interpretare figure ben più qualificate del rapporto tra adulto e
adolescente; dialogando con loro, li sento responsabilmente impegnati
nella costruzione di un rapporto significativo coi loro figli. Ma, anche
in questo caso, emergono sensibilità diverse.
Ci sono genitori che sono attenti ai risultati entro una
logica di breve periodo, altri che trovo più attenti ai processi profondi
di crescita della personalità e, quindi, ragionano su tempi lunghi. Tra i
primi c’è chi considera la scuola come un luogo dove si offrono
informazioni, tecniche, metodologie, dove si va per guadagnarsi il più
velocemente possibile la promozione, a qualsiasi costo; altri sono più
sensibili alla formazione e all’impegno educativo che la proposta
didattica adduce con sé, per questo vedono la scuola come un’ottima
palestra che aiuta a crescere anche attraverso la competizione.
C’è, poi, chi ragiona sui tempi lunghi della
crescita: alcuni fra questi vedono la scuola come pregiudiziale per una
garanzia di sicuro successo professionale, come se si trattasse dell’iscrizione
a un particolare club che apre molte porte e permette di fare conoscenze;
c’è chi, più sensibile alla dimensione educativa, chiede che la scuola
metta le basi per una futura professionalità da viversi come
realizzazione di sé e, indipendentemente da quel che concretamente sarà,
come missione.
Ai genitori, così come ai professori, a ogni adulto che
ha a che fare con un impegno educativo, mi sono accorto di non dover
chiedere solamente di verificarsi e ritrovarsi in una di queste figure,
per potersi migliorare. C’è un compito e una sfida ancor più difficili
che ci aspettano. Certo, non è cosa che si può fare tutti i giorni, ma
quando viene il momento dobbiamo essere pronti.

Si tratta della sfida al confronto aperto con i nostri
figli, alla testimonianza intorno alle cose in cui non loro ma noi
crediamo, speriamo, amiamo, le paure e le gioie che ci segnano, le
riuscite e le sconfitte che abbiamo conosciuto nel lavoro, nelle
relazioni, il tormento degli interrogativi che ancora abbiamo dentro.
Per arrivare a tanto, si tratta di vivere il rapporto
con loro dentro la legge semplice, e terribile per chi ha fretta, del
rapporto educativo: il tempo dedicato a capire te e a stare con te chiede
almeno altrettanto tempo dedicato a capire me e a stare con me. Ma è
questo tempo che oggi purtroppo ci manca.
Ho l’impressione che, troppo spesso, ci evitiamo la
responsabilità grande del testimoniare loro qualcosa che possa durare una
vita, che la possa riempire, preferendo offrire loro cose utili, anche
importanti, ma non decisive, definitive, radicali. E neppure ci facciamo
carico di chiedere loro di cercare qualcosa di grande, di definitivo, di
radicale. Li affidiamo ai balocchi, alle vacanze, viaggi, esperienze, alla
giostra delle cose; li dovremmo invece affidare alla vita, chiedendo loro
di smetterla di camminare in circolo, affinché possano intraprendere il
loro viaggio. Nel distacco da noi li sentiremo finalmente grandi.
Ritengo che la vera eredità che i genitori lasciano ai
figli siano le radici dalle quali trarre l’alimento dei valori e e le
ali per spiccare voli verso orizzonti futuri che noi adulti nemmeno in
sogno potremmo visitare.
E, comunque, prima o poi capita. Perché succede che a
poco a poco se ne vanno lontano da noi; forse non fisicamente, ma con le
loro emozioni, i pensieri, le parole. Non più uno di famiglia, ma che sta
in famiglia mentre cerca qualcosa di più: degli amici, un amore, una
realizzazione.
Ho visto ragazzi accompagnati da un’attenzione
rispettosa e serena per questa loro stagione di vita, altre volte ne ho
visti alcuni attorniati da uno sguardo un po’ distratto e superficiale
del mondo adulto che non riusciva a vedere le profondità relazionali
della dinamica della crescita, in alcuni casi ho visto fare di tutto per
impedire questa forma di distacco, di assunzione di autonomia, di
inserimento in un gruppo, talmente si era gelosi per la propria creatura.
Dalla periferia alla Milano
"bene"
Ma al di là di come avvenga il passaggio, resta il
fatto che il mondo adolescenziale e giovanile cerca prepotentemente una
via di uscita e superamento alla ristretta rete di relazioni familiari:
nasce così il bisogno dei pari, del gruppo.
È nell’ordine delle cose che questa ricerca avvenga:
prima o poi il rapporto generazionale di tipo verticale lascia il posto a
quello orizzontale perché la famiglia va stretta, «il papà stressa e la
mamma peggio». È nell’ordine della normalità che questo passaggio sia
avvertito come uno strappo dai genitori e come l’ingresso in uno stadio
di vita più significativo e irrimediabilmente alternativo, almeno agli
inizi, rispetto al precedente nucleo familiare da parte del ragazzo. Ma il
gruppo, per quanto segnato da originali dinamiche rispetto alla famiglia,
alla fine vive anch’esso di relazioni. E, quindi, la qualità della
comunicazione appresa in famiglia è pregiudiziale per una qualità
comunicativa interna al gruppo.
Il problema delle baby-gang, credo, va posto qui.
Prima o poi i nostri figli vivranno un’esperienza di gruppo. Ma la
qualità delle relazioni che sapranno attuare all’interno di questo che
sentiranno come il loro mondo si lega alla qualità delle relazioni che il
nucleo familiare, la scuola, gli adulti che hanno avuto vicino hanno
saputo offrire loro.
Per questo il fenomeno delle baby-gang si
connette ai ragazzi di periferia, ma anche a quelli della "Milano-bene":
perché la qualità delle relazioni e delle forme comunicative dei loro
mondi di appartenenza non è detto che sia povera e angusta solo presso
chi socialmente è meno abbiente; anzi, superata una certa soglia, in
molti casi è vero il contrario.
Quando si hanno alle spalle forme comunicative e
relazionali di carattere familiare non certo esaltanti, se non addirittura
problematiche o gravemente segnate da superficialità e incomunicabilità,
c’è il rischio che il gruppo diventi, per chi vive nell’assenza di
queste relazioni e comunicazioni significative, l’orizzonte primo ed
esaustivo della realtà personale, della rete comunicativa.
Il rapporto con i pari, di per sé già altamente
significativo, facilitato ed emotivamente coinvolgente, diventa un’esperienza
salvifica totalizzante, esaustiva; diventano vincenti le forme della
identificazione collettiva sul definirsi della identità personale, la
rete di relazioni che il gruppo vive al suo interno esaurisce lo spazio
delle comunicazioni possibili e, indirettamente, da ciò ne consegue una
spontanea chiusura all’incontro e alla relazione con altri, l’insorgere
di pregiudiziali forme di svalutazione manichea e disposizione aggressiva
verso chi non è del gruppo, è un esterno. La comparsa del fantasma dei
nemici permette, per altro, un forte grado di coesione interna, e forme
intense di relazione nel gruppo.
Anche il gruppo, insomma, come la famiglia, può essere
il luogo in cui gli appartenenti rischiano di ritrovarsi dinanzi povertà
espressive e comunicative, superficialità, chiusure. Ma queste, in ultima
analisi, hanno la loro causa in quelle. È, probabilmente, in questo
orizzonte di povertà comunicative che nasce una banda.

La logica dell’avere
Dietro al bullismo di alcuni adolescenti, l’omertà e
la complicità, l’aggressività verso chi risulta più debole, il
bisogno di trasgredire, eccetera, ci sta questo strano cocktail di
povertà comunicative familiari prima, gruppali poi, e quella povertà
nell’ordine della scoperta di sé, dal momento che la propria
realizzazione è stata affidata alla logica dell’avere, del potere,
della competizione, dell’acquisizione degli status symbol, a
quanto di noi dicono gli altri.
Ma questo mondo adolescenziale e giovanile non è forse
lo specchio del nostro mondo adulto?
Forse noi sappiamo meglio difenderci da tutto questo:
loro non ancora. Più che colpevoli, certi ragazzi sono vittime di un
mondo adulto che conosce esso stesso difficoltà alla parola, crisi
comunicative, incapacità alla pazienza della mediazione, all’accordo,
alla relazione con le alterità, e che fa dell’utile e della violenza
modalità risolutive dell’agire, dimentico dei tempi lunghi che sono
richiesti da una crescita in sapienza, età e grazia. L’unica differenza
sta solo nel fatto che il mondo degli adulti ha strategie migliori. Non
serve, quindi, scandalizzarsi per la pagliuzza nell’occhio di una baby-gang
quando il nostro mondo adulto ha una trave nel suo. C’è dismissione
di responsabilità da parte degli adulti nei confronti del mondo
adolescenziale e giovanile. Si chiede alla scuola, a qualche
organizzazione, alla parrocchia che si faccia carico di riuscire dove
nessuno sa più che cosa fare. Ma non basta.
A parte queste zone educative di frontiera, e alcune
famiglie che tengono, c’è in giro troppa inerzia, appiattimento che
annoia, proposte deboli che spingono i giovani a cercare altrove
sensazioni forti. Protetti all’inverosimile, difesi dal sacrificio e
dalle frustrazioni, sono le vittime sacrificali perfette dei modelli
sociali edonistici prevalenti. La concretezza degli adulti, il bisogno di
risultati li ha intaccati e hanno perso la loro capacità di sognare.
Parlano di soldi, e trasformano il valore delle cose e di tutto nel prezzo
di tutto: ma nulla può pagare certe cose di altissimo valore.
Strano esito: l’adulto fa molte cose per il suo
ragazzo, e a fin di bene, ma troppo spesso ciò significa impedire ai
ragazzi di maturare e scegliere, di scoprire la vita. Bisognerebbe tornare
a scegliere la parte migliore, quella connessa a una vita più
contemplativa; bisognerebbe avere il coraggio di dissacrare certi falsi
miti che tarpano le ali e impediscono le scelte grandi; dovremmo noi tutti
tornare a parlare quotidianamente delle ragioni della vita più che delle
cose con cui cercare di riempirla. Dovremmo tornare a dar loro (e prima a
noi stessi) delle sfide alte da vincere, dei sentieri erti da percorrere:
da lì viene la gioia del vivere che sconfigge la loro noia mortale.
Aldo Geranzani
* Per le linee guida qui illustrate, ringrazio Daniele
Banfi, Damiano Caron e lo psicologo Stefano Monti.
| A CHI LA COLPA?
Per la maggioranza dei francesi
(75%), la mancanza d’autorità dei genitori è la principale
causa dei gravi episodi di violenza scolastica che hanno
interessato la Francia quest’ultimo anno. Lo ha segnalato un
sondaggio realizzato dal quotidiano cattolico francese La Croix.
L’assenza di educazione e di sorveglianza verso i figli è
prevalente sulle altre motivazioni del diffondersi dell’aggressività
tra i giovani: le condizioni socio-economiche (24%), i film e i
videogiochi (15%). Ne escono praticamente "innocenti" i
professori ritenuti responsabili solo dal 2% degli intervistati. |
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