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Carenze
materiali ed educative tra le mura domestiche possono causare
comportamenti devianti nei ragazzi. Tuttavia, più che accusare, sarebbe
utile adottare un’ottica di promozione delle risorse presenti in ciascun
nucleo familiare. Le
aggressioni compiute da gruppi di minori negli ultimi mesi sono salite
agli onori della cronaca. I mezzi di informazione nazionale hanno dato
sempre più spazio a questo genere di notizie etichettando le bande
minorili con il termine di baby-gang. Il fatto che la questione, in
questa fase storica, non sia stata sollevata dagli studiosi, ma dai mass
media, non vuol certo dire che il problema non ci sia. Ci si chiede però
se le baby-gang non siano sempre esistite, del resto il fenomeno
del bullismo è stato ormai ampiamente riconosciuto e rilevato nel nostro
Paese e le bande di ragazzi impegnati in atti vandalici non sono certo una
novità. Inoltre gli episodi riportati dalla stampa non dicono nulla circa
la sostanza del fenomeno, ma fanno piuttosto riferimento alla sua
percezione sociale.
La questione pregnante diventa allora osservare e
studiare attentamente quali sono le caratteristiche peculiari delle baby-gang
per differenziarle da altri tipi di gruppi devianti minorili. Soltanto
così potremo tentare di dare una spiegazione di questa realtà ed
eventualmente approntare strategie di intervento e prevenzione nei suoi
confronti.
Allo stato attuale non vi sono dati che quantifichino e
informino sull’entità del fenomeno. Ma al di là degli aspetti
quantitativi, queste situazioni sono la spia di un disagio diffuso che
coinvolge i giovani e che si estrinseca in modalità di comportamento
antisociali. Un disagio che a volte nasce o più semplicemente non trova
spazio di esplicitazione nell’ambiente familiare e che, attraverso il
gruppo dei pari, traduce il malcontento e la problematicità in forme di
relazione e comunicazione non lecite.
Quando si verificano eventi di tale portata, il sistema
familiare di cui questi ragazzi fanno parte viene, a torto o ragione,
inevitabilmente posto sotto accusa. Del resto la letteratura nazionale e
internazionale riporta una stretta relazione tra i fattori di rischio
connessi alla carriera deviante dei giovani e il ruolo determinante svolto
dalla famiglia nello sviluppo psicologico dei ragazzi in una fase delicata
come quella adolescenziale.
È innegabile che il nucleo familiare, come prima
agenzia di socializzazione per l’individuo e come luogo di formazione
dei legami e delle interazioni fra i suoi membri, costituisca la base
dello sviluppo psichico del bambino. Il supporto fornito dalla famiglia
favorisce l’integrazione della personalità in evoluzione e garantisce
il contatto fra il bambino e la società di appartenenza (D’Alessio,
Schimmenti, Cherubini, 1995).
Negli ultimi decenni, sulla scia delle trasformazioni
sociali e di costume, la struttura familiare ha subìto grandi mutamenti.
Il nucleo si è andato sempre più riducendo nelle sue dimensioni e, con l’avvento
del divorzio, si è assistito alla costituzione di famiglie
"atipiche", caratterizzate da un solo genitore e i rispettivi
figli, oppure alla formazione di nuclei recentemente denominati
"famiglie ricostituite" (Malagoli Togliatti e Montinari, 1995).
La famiglia si è calata sempre più nel contesto di vita consono con la
civiltà attuale in cui gli impegni lavorativi, le attività
extra-familiari e la caoticità in cui tutto questo si svolge hanno
accentuato l’isolamento e ridotto i rapporti sociali (Malagoli Togliatti,
Rocchietta Tofani, 1987). A seguito di queste trasformazioni cambia il
modo in cui i figli si percepiscono come membri di una famiglia e vivono
le dinamiche familiari, il modo in cui si rapportano ai genitori e vivono
lo scambio tra il mondo familiare e le più ampie relazioni sociali (Chiosso,
1994).
La provenienza socioculturale dei ragazzi appartenenti
alle baby-gang non è accertata, ma dati gli studi compiuti su
altri fenomeni, quale appunto il bullismo, si potrebbe ipotizzare che non
necessariamente i "baby criminali" siano il frutto di realtà
familiari e sociali devianti o disadattate.
| I mezzi d’informazione hanno
dato sempre più spazio alle notizie riguardanti le bande
minorili. Gli episodi riportati, tuttavia, non dicono nulla circa
la sostanza del fenomeno, ma si riferiscono, piuttosto, alla sua
percezione sociale. |
Più che le carenze strutturali di base sono quindi le
difficili relazioni all’interno della famiglia a costituire un fattore
di rischio. Alcuni studi recenti hanno messo in evidenza come la
transizione dall’adolescenza alla vita adulta sia influenzata dalla
competenza e dall’abilità manifestata dalla famiglia nell’assolvere i
suoi compiti di mediatore tra il sociale e il familiare. Quando si parla
di abilità e di competenze del nucleo familiare si fa riferimento al
supporto e alla comunicazione. È stato evidenziato infatti come relazioni
familiari caratterizzate dalla presenza di un alto livello di supporto e
coinvolgimento hanno come effetto un buon adattamento psicosociale dell’adolescente
in termini di maggiori relazioni positive con i pari, maggiori successi
scolastici, maggiore autonomia e autostima. D’altro
canto la competenza comunicativa, intesa come possibilità di esprimere
pensieri e sentimenti liberamente, diviene un elemento di protezione nei
confronti dello stress e della frustrazione (Scabini, Marta, Rosnati,
1995).
Un filone di ricerca sul comportamento deviante ha
cercato di mettere in correlazione i fenomeni di devianza con gli stili
educativi secondo la prospettiva dell’apprendimento sociale. Per gli
studiosi che aderiscono a questo modello, la probabilità che un
adolescente commetta un atto delinquenziale aumenta quando i genitori, gli
adulti significativi o i coetanei forniscono o rinforzano maggiormente
modalità di comportamento antisociale piuttosto che prosociale, oppure
quando le figure rappresentanti l’autorità non puniscono in maniera
efficace le condotte trasgressive (Palmonari, 1993). Questo tipo di
spiegazione non è in grado di rendere conto di tutte quelle situazioni in
cui ragazzi provenienti da famiglie devianti o criminali non manifestano
comportamenti antisociali o casi in cui la condotta antisociale è messa
in atto da individui provenienti da ambienti familiari e sociali non
orientati in senso deviante.
Da un’altra prospettiva teorica la famiglia è
riconosciuta come sistema autoregolativo che tende a influenzare le
autoregolazioni dei membri che ne fanno parte, anche sotto il profilo
della devianza come comportamento, come ruolo e identità. La famiglia è
da considerare quindi sia come sistema autoregolato che, se diventa
disfunzionale, problematico o multiproblematico (Scabini, Donati, 1992;
Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987), può generare al suo interno
disagio e sofferenza, per cui, indirettamente, può influenzare anche
percorsi devianti, sia come "ambiente" sistemico culturale e
biografico privilegiato che vincola, regola e contestualizza le
autoregolazioni degli individui che vi appartengono, oltre alle scelte, i
percorsi devianti e gli stessi tentativi di cambiamento, con una tipica
tendenza omeostatica a "utilizzare" funzionalmente episodi ed
eventi devianti in rapporto a esigenze e scopi propri del sistema
familiare (Malagoli Togliatti, Ardone, 1993; Malagoli Togliatti, 1989,
1994; De Leo, 1992; Cirillo, 1996).
Coesione e adattabilità
Nell’ottica dell’autoregolazione disfunzionale e
problematica, le dimensioni considerate maggiormente rilevanti in questo
ambito di ricerca sono quelle che Olson ha definito "coesione e
adattabilità" (Malagoli Togliatti, 1996; Malagoli Togliatti, Ardone,
1993). La prima è legata alla qualità e all’intensità dei legami
affettivi che caratterizzano le relazioni fra i membri della
famiglia, e rimanda ai confini tra i sottosistemi e tra le generazioni,
agli interessi comuni e al senso d’intimità; la seconda individua la
capacità del sistema familiare di modificare le proprie regole
relazionali e i ruoli intrafamiliari in rapporto alle diverse fasi del
ciclo vitale, e indica la flessibilità nella gestione della leadership
e nel cambiamento degli schemi relazionali.
Con entrambi gli aspetti interagiscono le
competenze/incompetenze genitoriali (dei singoli genitori e della coppia
genitoriale come sottosistema particolarmente influente), l’impegno/disimpegno
genitoriale (Stanton, 1979), gli stili e le modalità comunicative
prevalenti nella famiglia, fra cui, specificamente rilevanti rispetto alla
devianza, la qualità della supervisione o monitoraggio (monitoring)
fra i figli adolescenti e i ruoli genitoriali (Patterson, Reid, Dishion,
1992; Barbaranelli, Regalia, Pastorelli, 1998), le capacità e le
competenze genitoriali nel gestire i conflitti e le crisi adolescenziali.
Sono state studiate, infine, situazioni-limite di disfunzionalità sia
della coesione che dell’adattabilità familiare, in particolare nei casi
di famiglie multiproblematiche, nelle quali si può avere una sorta di
destrutturazione delle basilari capacità autoregolative familiari per la
tendenza a delegare quelle funzioni ai servizi che hanno in carico i vari
membri della famiglia stessa (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani,
1987).
D’altra parte, nell’ottica della famiglia che
"utilizza" e autoregola la devianza in funzione degli
equilibri/disequilibri del sistema familiare oltre all’ipotesi del
deviante come capro espiatorio funzionale ad assorbire tensioni, conflitti
e problemi percepiti come minacciosi per l’intera famiglia o per alcuni
livelli cruciali del sistema familiare, la devianza adolescenziale è
stata vista come tentata soluzione e perfino come risorsa nelle
regolazioni comunicative simboliche e pragmatiche fra ragazzo e famiglia
(De Leo, 1992; 1998); mentre altri percorsi di ricerca hanno trovato che
certe configurazioni familiari sembrano accompagnare con frequenza esiti
devianti da parte di figli adolescenti.
D’altro canto non è possibile stabilire una relazione
diretta di causa ed effetto fra la tipologia di famiglia cui il ragazzo
appartiene e il tipo di comportamento assunto dal ragazzo. Al di là della
classe sociale e dell’appartenenza culturale, al di là delle
difficoltà familiari vi sono altri fattori di influenza. Il gruppo dei
pari è considerato un canale di socializzazione per l’individuo. L’importanza
rivestita dalla famiglia e dal gruppo in adolescenza è un aspetto molto
discusso, poiché se in alcune situazioni la prima agisce da fattore
protettivo nei confronti del gruppo, in altri casi è quest’ultimo che
sopperisce alle mancanze familiari. Non sarebbe dunque corretto
generalizzare.
Un’ipotesi emersa in letteratura e che può spiegare
cosa avviene in alcune aree del mondo minorile fa riferimento al ruolo
svolto dalla famiglia, dalla scuola e dal gruppo dei pari. Il nuovo
concetto introdotto è quello di deprivazione relativa che sottolinea
quanto non siano più tanto importanti le deprivazioni assolute
(emarginazione, disoccupazione, povertà), ma piuttosto lo scarto
crescente che sembra esserci tra la percezione delle aspettative e la
percezione delle opportunità.
I sociologi spiegano questo fenomeno con l’allungamento
della fase precedente all’inserimento sociale e lavorativo dei giovani,
ma ci sono anche altri aspetti di ordine culturale. Sembrerebbe esserci
uno scarto tra la costruzione delle aspettative dei ragazzi all’interno
della famiglia e la costruzione delle aspettative all’interno della
scuola. All’interno della famiglia, soprattutto nei ceti medi, si
stimolano alte aspettative quasi per soddisfare i bisogni della famiglia
stessa; nella scuola la modalità di costruzione delle aspettative è più
confusa, forse perché il contesto scolastico stesso attraversa oggi una
fase di forte disagio e instabilità. I ragazzi possono reagire a tutto
ciò smettendo di credere alle aspettative familiari quando si accorgono
che esse sono del tutto astratte, oppure possono sentirsi fortemente
stimolati a mantenerle alte con il rischio di andare incontro a grandi
frustrazioni, a un malcontento, a un sentimento di ingiustizia, a una
canalizzazione di questi sentimenti verso atti teppistici, razzisti e
violenti in diverse direzioni. Questa ipotesi, che andrebbe comunque
specificata e approfondita, è interessante perché mette in evidenza le
dinamiche complesse che oggi si instaurano tra famiglia, scuola e gruppo
dei pari.
La famiglia è considerata la principale agenzia di
socializzazione che media e regola i percorsi fra condizioni, bisogni,
aspettative, deprivazioni assolute e relative, rispetto ai rischi e alle
esperienze di devianza nelle fasi evolutive della minore età. Non è
quindi incauto pensare di intervenire sulla famiglia con forme di
progettazione centrate su un’ottica di tipo promozionale, ossia, non
tanto con un’attenzione focalizzata sui rischi, quanto piuttosto
attraverso l’offerta non specifica di risorse, competenze, abilità,
favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività solidaristiche e
prosociali.
Gaetano De Leo
| I COMPORTAMENTI
ANTISOCIALI
Quasi
ogni giorno, a scuola o contesti a essa collegati, si registrano
episodi di violenza e di aggressività tra i preadolescenti o gli
adolescenti. In alcuni casi si fa riferimento a situazioni di
derisione e insulto, in altri a forme di minaccia ed estorsione,
in altri ancora a vere e proprie forme di aggressione o di
persecuzione fisica. A seconda del target e delle caratteristiche
degli attori, si può parlare di bullismo, di violenza individuale
o di violenza di gruppo, come nel caso delle baby-gang.
Ciò che accomuna questi diversi comportamenti violenti è il
carattere gratuito, l’assenza di attacchi precedenti che ne
giustifichino la presenza. La natura di queste azioni è ostile,
non reattiva, diretta verso vittime indifese e più deboli degli
aggressori.
La letteratura più recente ha
approfondito la relazione che esiste tra atti aggressivi e
comportamenti antisociali, quali uso di droghe, vandalismo, furti.
Esistono però tra queste condizioni anche alcune differenze
significative. Per aggressività alcuni autori intendono «un
comportamento che ha lo scopo di far male o nuocere a una o più
persone». La definizione che Loeber dà al comportamento
antisociale è: «Comportamento che infligge dolore fisico o
mentale o che danneggia le proprietà altrui e che può costituire
o meno un’infrazione alla legge». La definizione di
comportamento antisociale è dunque più ampia, include l’aggressività,
ma non è ristretta a essa. Una distinzione rilevante è il
riferimento, nella prima, all’intenzionalità dell’azione,
mentre nella seconda l’enfasi viene posta più sulle
conseguenze. Nell’analisi dei diversi tipi di comportamento
aggressivo e antisociale si rintracciano le principali tipologie:
aggressività; comportamenti di opposizione; violazioni dello status
personale (uso di droghe, marinare la scuola, bestemmiare);
violazione della proprietà altrui (furti e vandalismo).
Alcune ricerche evidenziano come
certe forme più lievi di condotta trasgressiva interessino, a
livello episodico, la quasi totalità dei ragazzi della scuola
media e dei primi anni delle superiori. In particolare, l’adolescenza
è l’età in cui le azioni violente aumentano. In alcune culture
il comportamento aggressivo diventa, in questa fase dello
sviluppo, accettabile.
Gli studiosi americani Loeber e
Hay (1997) hanno condotto una ricerca sulla violenza tra i giovani
di Pittsburgh cercando di rintracciare l’età di insorgenza dei
diversi comportamenti violenti e antisociali a partire dalla
valutazione dei genitori e dividendo il comportamento in tre
grandi classi: il bullismo e i comportamenti di disturbo, definiti
aggressività lieve; l’attacco fisico e le violenze di
gruppo, definiti aggressione fisica; e i comportamenti di
attacco personale e di violenza sessuale, definiti violenza.
Dalla curva evolutiva dei tre tipi di comportamento emerge che c’è
un ordine progressivo di insorgenza dei fenomeni in relazione alla
gravità: le forme di aggressività minore presentano un aumento
lineare da 3 a 14 anni, mentre l’aggressione fisica aumenta dai
10 anni in avanti, seguita dalla violenza che ha un incremento
significativo da 11-12 anni in poi. Questo dato spiegherebbe
perché certi fenomeni più gravi di tipo aggressivo e antisociale
siano significativamente più frequenti nell’età adolescenziale
rispetto alle altre fasi dello sviluppo.
È interessante confrontare i
dati psicologici, ottenuti dalle dichiarazioni dei ragazzi, e dati
basati sugli archivi di polizia e dei tribunali. Dal confronto
emerge la discrepanza nell’età in cui certi fenomeni risultano
più elevati. I dati basati sui registri degli arresti per
violazione delle norme riportano una curva molto spostata in
avanti (18-20 anni), rispetto ai dati di indagini psicologiche che
presentano il picco dai 12 anni in poi. Ciò sembra indicare che
per coloro che subiscono condanne penali, tale evento avviene dopo
diversi anni di gravi comportamenti di questo tipo. Le differenze
tra maschi e femmine nella condotta aggressiva e antisociale sono
molto marcate: rispetto alle citazioni in giudizio per reati è di
4 a 1. Nonostante questi dati epidemiologici, si evidenziano
cambiamenti di tendenza secondo cui anche le ragazze partecipano a
episodi di violenza e prevaricazione: in alcune baby-gang ci
sono ragazze, in certi casi si sono registrati episodi di violenza
perpetrata dalle ragazze a carico di altre ragazze.
Ersilia Menesini |
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