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Il
mondo della criminalità organizzata e i comportamenti violatori hanno,
nell’immaginario dei ragazzi, un fascino che noi non riusciamo a dare
alla legalità. I ragazzi cercano, nonostante questo, interlocutori validi
e credibili nella famiglia, nella scuola e nella società. Appartengo
a un osservatorio particolare, quello del Tribunale per i minori, che
permette di valutare il mondo giovanile da un’ottica tutt’affatto
particolare: il giudice minorile si occupa, infatti, quotidianamente
proprio di giovani indotti più alla violazione che alla soggezione alle
regole, soprattutto quando esse non sono comprese o non sono condivise. I
ragazzi spesso non sono stati adeguatamente forniti di strumenti per
comprendere e condividere i valori fondamentali della società, cosicché
molti di loro sono spinti ad accettare con maggior facilità le regole,
anche quelle più pesanti, della criminalità che quelle della convivenza
civile. Il mondo della criminalità organizzata in particolare ha un
grande fascino su molti ragazzi, ma anche i comportamenti violatori delle
regole del quotidiano hanno nell’immaginario degli adolescenti un
fascino che noi non riusciamo a dare alla legalità.
L’età dell’adolescenza, che si collocava fino ad
alcuni anni orsono attorno al quindicesimo-sedicesimo anno di età,
corrisponde oggi ai dieci-undici anni: ragazzi di otto o nove anni hanno
talvolta caratteristiche più di tipo adolescenziale che di tipo puerile e
ciò comporta un allungamento della durata dell’adolescenza, cioè della
fascia di età in cui non si accettano ancora le responsabilità e si
verifica una frequente trasgressività, in violazione delle regole, pur
conosciute e accettate.
Il prolungarsi dell’età dell’adolescenza e dei
comportamenti adolescenziali dà conto anche dell’inevitabile
abbassamento della soglia dell’illecito nel vissuto quotidiano
collettivo. Ciò significa che tanti comportamenti, che pure sono
violazione di regole, un tempo erano stigmatizzati e oggi vengono in
qualche misura tollerati, anche perché posti in essere da ragazzini
sempre più piccoli, ma non solo per questo.
Sempre più spesso accade che non solo i ragazzi non
percepiscono la gravità del loro comportamento, ma le stesse famiglie non
considerano nella giusta gravità i fatti che hanno visto protagonisti
negativi i loro figli. È altresì sempre più evidente il fenomeno della
messa in atto di comportamenti emulativi e non razionali, soprattutto
irrispettosi delle persone da parte dei ragazzi, e ciò richiama
inevitabilmente a una valutazione del comportamento dei genitori nella
loro opera quotidiana di educazione: non di rado proprio loro
costituiscono l’anello debole di una catena educativa che dovrebbe
essere coerente.
Non possiamo negare al contempo che vi siano ragazzi
assai più che in passato desiderosi di apprendere e di conformarsi alle
regole, ragazzi che chiedono esempi virtuosi.
In questo momento c’è nei giovani un desiderio di
misurarsi certo con i propri pari, che è un tipico modo di essere dei
giovani, ma è anche forte l’esigenza di avviare un rapporto ravvicinato
con generazioni diverse, purché queste generazioni siano in grado di
trasmettere loro esperienze formative ed esempi appaganti anche sotto il
profilo morale.
| Anche all’insegnante riesce
difficile proporre una regola o un quadro di riferimento, perché
esso non corrisponde, affatto o solo parzialmente, al vissuto
quotidiano del giovane fatto, invece, di piccole violazioni della
legalità. |
I mezzi di comunicazione di massa tendono invece a
fornirci un quadro degli adolescenti e dei giovani che sempre più li
avvicina ai loro coetanei di oltre oceano, appagati cioè del rapporto di
gruppo e pronti a commettere appunto reati di gruppo. Da alcuni mesi si
parla sempre più spesso di baby-gang e anzi si scatena l’immaginario
collettivo alla ricerca e pubblicizzazione più ampia dei ragazzi che
commettono reati, meglio se in gruppo, inondando giornali e Tv di
interviste agli stessi protagonisti, ai genitori, ai tanti esperti, senza
minimamente riflettere sul fenomeno (ammesso che ci sia), ma semplicemente
amplificandolo a fini di audience.
Così facendo non si ritrova notizia dei segnali
positivi e dei messaggi di accettazione delle regole della società, di
quella legalità che va ritrovata e con forza riaffermata, che invece pure
esistono e sono particolarmente interessanti.
È comunque assai difficile educare i ragazzi alla
democrazia e alla legalità, in una società nella quale, più che gli
esempi virtuosi, si moltiplicano gli esempi viziosi e riesce difficile
anche all’insegnante proporre una regola o un quadro di riferimento,
perché esso non corrisponde affatto o solo parzialmente al vissuto
quotidiano del ragazzo, fatto invece di piccole violazioni della
legalità, magari anche sottolineati dai comportamenti familiari.
Nell’ambiente nel quale vivono, i giovani non di rado
non trovano gli stessi stimoli e le stesse indicazioni che provengono
magari dalla scuola o da altre agenzie educative.
Non esiste più, infatti, una sola agenzia primaria di
educazione dei giovani, come la famiglia, che di questo ruolo esclusivo è
stata destinataria fino a non pochi anni orsono.
Una società tumultuosa
La società complessa nella quale viviamo riporta l’educazione
dell’individuo, l’educazione al comportamento corretto, legale, alla
tolleranza e all’accettazione dell’altro, alla conoscenza dei bisogni
dell’altro e alla consapevolezza che essi non debbono essere calpestati
nell’esercizio dei nostri bisogni e dei nostri diritti, a molteplici
agenzie educative. E ve ne sono almeno due primarie di agenzie nella
nostra società: la famiglia e la scuola. E il compito della scuola è
molto più delicato che nel passato: ha infatti da raggiungere un duplice
obiettivo, quello proprio della formazione scolastica e quello della
crescita educativa in generale dei ragazzi.
Gli stimoli che i ragazzi ricevono dai molteplici
contatti con una società tumultuosa, anche se affascinante, possono
confliggere con le indicazioni fornite dalla scuola. Basta pensare, come
si è detto, pur sotto un altro profilo, alla violenza nelle immagini
televisive: su questo tema si affollano convegni, incontri e dibattiti con
il solito richiamo ai codici di autoregolazione, codici che una volta
posti in essere vengono immediatamente violati con buona pace però della
coscienza di tutti.
Più utile da percorrere mi sembra la strada, invece,
ben più difficile di una crescita culturale collettiva, che consenta agli
stessi spettatori di scegliere convintamente e di rigettare quanto di
violento e ineducativo possa essere proposto, nell’interesse, per
esempio, dei figli minori.
Insegnare ai ragazzi che la Convenzione dei diritti
dell’uomo riconosce all’uomo i diritti fondamentali, primo fra
tutti quello del rispetto delle persone è assai arduo quando la
formazione dei giovani, la formazione del loro essere cittadini avviene
prevalentemente attraverso messaggi violenti. In questa situazione la
scuola e la famiglia vedono accresciuto ed esaltato il proprio compito
educativo: dunque la protezione più efficace sta nelle capacità di
indirizzo degli adulti e conseguentemente nella scelta consapevole dell’accettazione
delle regole da parte dei ragazzi.
Non si possono insegnare ai ragazzi delle regole senza
spiegare perché debbano essere accettate e condivise. Coloro che sono in
stretto contatto con i giovani sono tenuti, per primi, a dare l’esempio.
In realtà i ragazzi sono molto interessati a capire
come potrebbero vivere meglio e costruire positivamente il loro futuro.
Una risposta potrebbe venire da una stretta collaborazione, un’alleanza
fra le due agenzie educative primarie, la famiglia e la scuola. Tale
alleanza può estendersi poi a tutte le altre istituzioni che a vario
titolo vengono a contatto con i ragazzi, ivi incluso il Tribunale per i
minorenni, tribunale chiamato per definizione a promuovere diritti prima
ancora che a giudicare dei pregiudizi.

La consapevolezza dei doveri
In una società civile tutte le istituzioni si muovono
per il bene comune, secondo le loro competenze e secondo le regole che ci
siamo liberamente e democraticamente dati e alle quali dobbiamo
ottemperare. Bisogna prima di tutto conoscere e condividere le regole. Poi
bisogna capire se la violazione sia semplice trasgressione, tipica del
mondo adolescenziale, o se invece si tratti di vera e propria violazione.
Gli interventi istituzionali devono essere misurati in maniera diversa. È
compito di tutti divenire consapevoli delle esigenze dei ragazzi e far
crescere in loro la volontà di diventare adulti all’interno di regole
condivise e soprattutto civili.
Gli attuali adolescenti hanno davanti a loro, dunque,
più esempi viziosi che virtuosi e per quanto appaiano più razionali dei
loro coetanei di un tempo, non sembrano avere consapevolezza dei doveri da
assolvere nei confronti di se stessi per crescere e per rivendicare, poi,
i propri diritti.
Si arrabbiano, gli adolescenti, e spesso non sanno
perché. Se si scandagliano in profondità le motivazioni delle loro turbe
adolescenziali si scopre che essi hanno una grave preoccupazione, che
"fa la differenza" tra i giovani del Duemila e i giovani
contestatori del passato, ormai adulti e "rientrati nei ranghi":
la preoccupazione di non sapere verso quale meta stanno procedendo.
Quelli più fortunati tra i ragazzi fanno sport,
maneggiano tastiere e aggeggi elettronici, navigano in Internet; quelli
più sfortunati ciondolano davanti ai bar, invidiano i più abbienti, sono
disposti ad ammazzare per un motorino; tutti non sanno dove andranno, per
quale nuovo mondo si stanno preparando.
Degrado ambientale, corruzione politica, abbattimento
dei confini, società multietniche, in sviluppo più conflittuale che di
accoglienza, crisi occupazionale: questo è l’orizzonte. I giovani
devono crescere in un contesto cosiffatto: in molti casi non conoscono
risposte accettabili agli interrogativi che loro pone la realtà e non
riescono a prefigurarla con percorsi di vita per loro affascinanti.
È compito questo che spetta dunque alla società tutta
intera, senza pretendere di imporre un ordine "adulto" non
condiviso. È perciò che vale la pena di interrogarsi su quanto riesca
appunto questa società a essere credibile e a proporre modelli e
insegnamenti coerenti.
Adolescenze trascinate
È un dato di fatto incontrovertibile che tanti giovani
non riescono a superare l’età dell’adolescenza e trascinano le loro
irresponsabilità fino a età assai adulte. In tal modo non corrono il
rischio di doversi assumere oneri di alcun tipo e di diventare
"visibili" nel contesto sociale. E comunque i loro
comportamenti, anche in età adulta, sono sempre tipici di quel periodo di
passaggio e di sofferenza che è l’adolescenza. Con ciò non si vogliono
trovare giustificazioni di carattere generale, che anzi vanno puniti
severamente coloro tra questi che si macchiano di gravi delitti, ma non si
può non vedere ciò che accade e cercare, come si è già detto, di
capire e apprestare rimedi profondi.
Non si può ignorare che dopo tanto parlare di recupero,
riabilitazione, risocializzazione dei devianti, specie se minorenni, i
cittadini oggi, anche impauriti, chiedono soprattutto tutela e
risarcimento e sono poco disposti a concedere tempo e spazi alla crescita
altrui.
È altresì evidente che le diagnosi pur corrette fin
qui fatte non hanno condotto a prognosi adeguate, e soprattutto a ogni
delittuoso, criminale fatto di cronaca che coinvolge i giovani si risponde
incoerentemente, sloganizzando bisogni, domande e risposte.
Eppure ribadisco con forza che i ragazzi oggi,
nonostante comportamenti fortemente oppositivi, spesso strumentali nella
lotta per autodeterminarsi, cercano interlocutori validi e credibili nella
famiglia, nella scuola, nella società.
Tanto si è discusso e tanto si discute di
"politiche giovanili", di progettazione e coinvolgimento dei
giovani e con i giovani, ma sarà necessario ridare il giusto senso alla
condizione fondamentale dell’essere cittadino oggi in questa società:
far riscoprire la realtà che impone la condizione adulta, momento di
responsabilità indirizzata quest’ultima a se stessi e agli altri, nell’equilibrio
tra i propri progetti di vita e quelli della comunità nella quale si
opera.
Un messaggio siffatto, lungi dall’essere astratto,
può dare contenuto all’operato di coloro che sono delegati alla
crescita coerente dei ragazzi.
Le storie di vita dovranno dispiegarsi, infatti,
attraverso i valori fondamentali positivi espressi dalla società,
prefigurando però percorsi e progetti realizzabili e adeguati, che
finalmente impediscano ai ragazzi di sentirsi soli nel "deserto"
della vita.
È certamente difficile rappresentarsi momenti di vera
solidarietà per "costruire insieme" tra adulti e ragazzi, ma
non si può non essere consapevoli che la trasformazione, non solo fisica,
che investe ad esempio gli adolescenti avverrà senza eccessivi traumi
solo se qualcuno, adulto e capace, saprà assisterli e guidarli.
Questo patto tra generazioni, adulti e adolescenti,
presuppone comunque da un lato che gli adulti non siano o appaiano più
confusi e sconcertati dei ragazzi, dall’altro che i codici affettivi e
di fiducia tra gli adolescenti e le loro guide educative siano
effettivamente esistenti e validi.
Non è certo questa la sede per approfondire le
tematiche sopra individuate e che imporrebbero un lungo argomentare almeno
sulle due agenzie fondamentali, come si è detto, la famiglia e la scuola.
Per la famiglia, pur così in crisi oggi e pur così difficile da gestire
in quanto centro degli affetti e dell’educazione, è necessario
prepararsi al compito di veder maturare i propri figli come altro da sé,
in un contesto sereno ma serio, dignitoso e consapevole di ciò che
significhi rispetto per gli altri e accettazione delle regole fondamentali
di convivenza. Gli insegnanti, a loro volta, dovranno aiutare, attraverso
la conoscenza delle discipline di loro competenza, i ragazzi alla
comprensione dei meccanismi della crescita verso l’età adulta, aiutati
in ciò da tutti coloro che, a vario titolo, vengono in contatto con i
giovani (ad esempio, durante il tempo libero), testimoniando coerenza e
responsabilità con i loro stessi comportamenti.
In ogni caso le vicende che ogni giorno attraversano la
nostra quotidianità e riguardano la nostra speranza di futuro, cioè i
giovani, vanno esaminate con rigore, attenzione e "affetto".
Quest’ultimo "rivoluzionariamente" inteso come capacità
collettiva di aiutare gli adolescenti a farsi adulti, realizzandosi
pienamente e liberamente, nella loro positiva individualità, cioè nel
rispetto del sé dell’altrui essere.
Livia Pomodoro
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