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Frequentare
le discoteche può essere uno dei tanti atteggiamenti, basati sul rischio,
tipici degli adolescenti. In questo, tuttavia, vi si ritrova soprattutto
il desiderio legittimo di mettersi in gioco e di comunicare attraverso un
linguaggio corporeo. L'attenzione
dell’opinione pubblica a ciò che avviene intorno alle discoteche è
caratterizzata da allarme, preoccupazione, paura. Si tratta di un fenomeno
di vasta portata in quanto, per lo più, il mondo degli adulti – in
particolare gli educatori e i mezzi di comunicazione di massa – si
occupa dei giovani quasi esclusivamente di fronte ai cosiddetti
"comportamenti a rischio" degli adolescenti.
Questi comportamenti, messi in atto da soli o in gruppo,
sono segnalati perché contengono elementi di auto o di
etero-distruttività: lanciarsi dall’alto legati a un elastico;
camminare sui cornicioni; attraversare torrenti in piena; guidare a forte
velocità o andare contromano; sfidarsi a chi si toglie per ultimo da una
situazione pericolosa, dai binari del treno, da uno scatolone in mezzo
alla strada; oppure il gettare sassi dai ponti o contro i treni. In queste
poche pagine cercheremo di descrivere alcuni tratti salienti delle
esperienze nelle discoteche leggendoli all’interno di questo più
generale fenomeno di allarme sociale.
A nostro avviso è corretto inserire il tipo di
esperienza fatta in discoteca nell’ambito delle tematiche del rischio,
ma in modo del tutto diverso da quanto proposto dall’interpretazione
dominante. Per prima cosa cerchiamo allora di chiarire qualche aspetto
della tematica del rischio in rapporto ai processi di socializzazione,
riprendendo quanto avevamo scritto nel Rapporto del 1997 sulla condizione
dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia del Dipartimento per gli
affari sociali.
Due sono le letture interpretative maggiormente diffuse
dei cosiddetti "comportamenti a rischio" ed entrambe sono
sorrette da prospettive d’analisi deresponsabilizzanti.
Da un lato vi è la prospettiva che si potrebbe definire
delle mele marce. Implicito effetto di questa prospettiva è di far
diventare la qualificazione "a rischio" un attributo dell’individuo,
quasi fosse il colore degli occhi, l’altezza, il genere sessuale o la
nazionalità di appartenenza. Così non si parla più di comportamenti a
rischio, bensì di "persone a rischio" o di "gruppi a
rischio". In tal modo si perde di vista che tali comportamenti siano
una possibilità, un insieme di azioni cui il soggetto può dare vita e
non un automatismo da cui è sospinto. In altre parole, quando si utilizza
la locuzione «persone/gruppi a rischio» implicitamente li si
caratterizza come guidati da regole che li trascendono, in sostanza come
persone eterodirette e, in modo paradossale, contemporaneamente colpevoli.
Date queste premesse, l’unico intervento che la
società può fare per il proprio benessere è prendere delle precauzioni
contro le persone portatrici di queste caratteristiche. L’unica azione
diviene quella di stendere cordoni sanitari per prevenire gli effetti
distruttivi che quelle azioni possono avere per la società, ma anche per
gli autori dei comportamenti. Siamo di fronte ad un’interpretazione
totalmente colpevolizzante verso chi compie quelle azioni, che, tradotta
in termini di strategie di fronteggiamento dei comportamenti non
desiderati, de-responsabilizza totalmente i protagonisti di queste azioni.

La seconda prospettiva, assolutoria, è riconoscibile in
commenti come: «poveretti, con le famiglie che hanno..., nella società
in cui vivono...». L’idea di fondo di queste letture è che coloro che
compiono questi atti siano delle teste vuote. Pur esprimendo compassione,
chi attua questa lettura finisce per assumere un atteggiamento moralistico
e paternalistico; non entra in una comunicazione reale con i soggetti
delle azioni giudicate, non li prende sul serio, non comprende le loro
buone ragioni. In sostanza, in entrambe le prospettive si toglie la
possibilità alle persone di essere soggetti, artefici della propria
storia.
Se da un lato sembra più corretto parlare non di
persone, ma di comportamenti a rischio, dall’altro lato occorre qualche
riflessione proprio sul termine rischio. Nel nostro linguaggio quotidiano,
ma anche in molte analisi teoriche, il termine rischio ha progressivamente
assunto il significato di elevata probabilità di evento non desiderato,
negativo, di sconfitta, catastrofico. In realtà, chi intraprende un’azione
"a rischio" si mette di fronte alla possibilità sia di esiti
positivi sia di esiti negativi. Il rischio è l’assumersi la
responsabilità di intraprendere un corso d’azione che può avere sia un
esito positivo – desiderato – di vittoria, sia uno negativo – non
atteso – di sconfitta. Tipico l’esempio dell’imprenditore, che si
assume il rischio (appunto) dell’intrapresa economica, ossia si assume
la responsabilità di mettere in gioco le proprie risorse non certo per
perseguire un esito di sconfitta, ma per avere un vantaggio. In sostanza,
ritroviamo come parte del concetto di rischio una inevitabile assunzione
di responsabilità.
Due linee fondamentali
Lo slittamento semantico del rendere eguale il termine
rischio al suo esito negativo indica la paura, l’incertezza che (ancora)
nella nostra cultura procura l’assunzione individuale della
responsabilità, il mettersi in situazioni in cui l’esito non è
scontato, in cui vengono meno non solo gli elementi di garanzia, ma la
protezione tout-court. Tutto ciò avviene nell’ambito di una
cultura che ha fatto della protezione il proprio assunto di base. Una
cultura che, soprattutto nella versione mediterranea, conservatrice e
familistica, tende a trasformare la legittima aspettativa di difesa dagli
esiti non desiderabili dell’imprevedibilità della vita e di riduzione
delle disuguaglianze, in un sistema di protezione che ha in molti casi
tolto, proprio a chi è meno dotato di potere, gli spazi per la
sperimentazione di nuove soggettività.
Possiamo rintracciare due linee fondamentali dei modelli
di socializzazione andatisi affermando e diffondendo mano a mano in tutte
le classi sociali del mondo occidentale nel secondo dopoguerra.
La prima linea ha proposto come decisiva la spinta al
mettersi alla prova, al mettersi in gioco, al rischiare. Una spinta
derivante sia dalla cultura del capitalismo e dell’imprenditorialità,
sia dalla cultura propria della democrazia e dell’essere cittadini.
La seconda linea si è invece ispirata a una sempre
maggiore dichiarazione di rispetto della psicologia, delle personalità,
delle emozioni dei più giovani, di coloro che dovevano essere allevati.
In qualche modo, a monte dell’ambivalenza che le due
tendenze creano sia per i giovani che per chi ha compiti educativi, si
intravede un precetto molto radicato, ossia l’idea che la convivenza
civile si regge soltanto se gli individui adulti e socializzati
controllano le proprie emozioni, laddove per controllo deve leggersi
"limitino" fino ad annullarne la manifestazione. Soltanto in
ambiti appositamente riservati della vita quotidiana le emozioni possono
esprimersi in un modo relativamente meno controllato. In particolare,
nello spazio comunemente chiamato "tempo libero" e in altri
ambiti della cosiddetta vita privata, soprattutto familiare.
Senza affrontare tutte le implicazioni sociali, ci
interessa qui indicare nella contraddittorietà delle spinte provenienti
dai diversi modelli di socializzazione, e più in generale dalla cultura,
una delle cause per cui nel processo di rischio finisce per essere
enfatizzato il polo distruttivo, di sconfitta, piuttosto di quello
costruttivo, di successo.
Se non si vuole assumere una prospettiva nostalgica di
chi rivendica i riti del passato contro l’attuale venir meno di un senso
collettivo, occorre riconoscere nelle ritualità contemporanee la
"ricerca di senso" anche quando queste assumono forme in cui
sono talvolta riconoscibili elementi di caducità o di disperazione.

Andando in discoteca
I giovani frequentatori tendono a identificare il mondo
della discoteca come un mondo altro rispetto alla vita quotidiana nella
quale la "definizione della situazione", ossia il controllo del
sé, delle situazioni e gli scambi relazionali vengono gestiti tramite la
dimensione cognitiva e utilizzando soprattutto la comunicazione verbale.
Nella discoteca, invece, sarebbero privilegiati i codici espressivi che
hanno al centro la dimensione corporea e una parallela riduzione dello
spazio del controllo cognitivo. Queste differenti forme di
"definizione della situazione" implicano la necessità di
elaborare le modalità di uscita dalla routine della vita
quotidiana e di ingresso nel mondo della discoteca.
Non è casuale che in discoteca si entri a ora tarda. Si
devono infatti percorrere delle tappe di avvicinamento che portino i
protagonisti a "indossare la parte" che metteranno in scena in
discoteca e che avrà il codice espressivo sul piano corporeo e non
verbale.
La cultura adulta mostra l’incapacità di comprensione
nel sanzionare come negativo il non poter comunicare, in discoteca, per
effetto dell’elevato volume. Questa affermazione manca il bersaglio
perché, nel riproporre la non corretta equivalenza comunicazione =
parola, svaluta la rilevanza della espressività corporea, mentre il senso
della discoteca sta proprio tutto nell’uso di questa comunicazione.
Potremmo anche aggiungere: l’elevato volume presente
in discoteca è una conseguenza (e non vogliamo sottovalutare qui gli
effetti dannosi che la cosa può produrre) di questa svalutazione presente
nella cultura. Lunghi anni di socializzazione nella vita dei giovani,
secoli di civilizzazione nella storia della cultura occidentale fanno sì
che per dare spazio all’espressione corporea sia "necessario"
operare una forzata chiusura del canale verbale. Potremmo in sostanza dire
che solo tramite la saturazione del canale uditivo "si mettono in
moto la pancia e le gambe".
Dato questo scenario, nell’avvicinarsi alla discoteca,
acquista progressivamente sempre più importanza il fare. Fin da casa,
quando effettivamente comincia il "rito discoteca", si dedica
attenzione al proprio corpo: si scelgono i vestiti, ci si fa il bagno, ci
si profuma. Quando ci si incontra con gli altri si tendono a ripetere gli
stessi comportamenti di sempre: si mangia una pizza, si beve una birra, si
gira per locali, insomma si fa. Si tratta di un vero e proprio rito di
transizione in cui sono riconoscibili le tappe (descritte in letteratura)
che portano al progressivo distacco dal tempo e dall’identità presenti
nella vita quotidiana e all’affermarsi dell’identità che entrerà in
gioco durante il rito.
Come ogni transizione, anche questa comporta dei
pericoli per l’identità delle persone, tant’è vero che tutti hanno
la consapevolezza di evitare di "entrare" in questo rito se ne
mancano i presupposti: se non si è dell’umore giusto non si va in
discoteca, perché sarà una serata negativa e si può finire col rovinare
la serata anche agli amici. Altro indizio della "pericolosità"
per l’identità della persona lo possiamo riscontrare nella descrizione
che i giovani fanno della loro "prima volta" nella quale hanno
scoperto tutta la loro inadeguatezza: uno scacco in termini di profilo di
personalità, avendo scoperto la propria mancanza di competenze sociali
per gestire quella situazione. In seguito, divenuti frequentatori
abituali, non ci sarà più questo senso di inferiorità, ma ogni volta
quell’ambiente si propone come un luogo di sperimentazione. Tant’è
vero che numerosi sono i racconti di "prove" davanti allo
specchio per allenare le proprie capacità esibitive. Il rischio in
discoteca deriva, quindi, dal fatto che le forme di presentazione della
propria identità e di interazione con gli altri, costruite sulla base di
anni di socializzazione dentro e fuori le famiglie e i percorsi formativi
scolastici, servono a poco in quell’ambiente.
Bisogna saper elaborare altri codici, che consentano di
gestire la relazione col sé corporeo e con gli altri, definendo spazi per
le emozioni e l’esibizione, differenti da quelli usuali. Il corpo, in
sostanza, non deve più essere relegato al rispetto delle regole del
galateo, secondo i dettami del "processo di civilizzazione" –
come studiato da Elias –, di cui è figlia la nostra cultura. Sono
quindi in discussione le forme dell’"ordine dell’interazione"
– per usare l’espressione di Goffman – e, su questa strada, anche i
principi dell’ordine sociale. Questo aspetto assume caratteristiche
limite quando – per l’ora tarda, per il tanto ballare, per l’eccitazione,
per effetto delle luci, per la musica o per l’uso di alcolici o sostanze
– le persone sperimentano stati (altri) di coscienza, stati sospensivi;
si tratta di quell’insieme di esperienze di parti di sé non conoscibili
attraverso la riflessione condotta su base cognitiva, ossia, quando emerge
la sperimentazione di quelli che Markus e Nurius chiamano "sé
possibili". Siamo allora sul serio in presenza di esperienze di
rischio per sé e per le relazioni sociali.
Di fronte a questo scenario, chi ha una visione
allarmistica, demonizzante, catastrofista, può trovare le sue buone
ragioni, ma dimostra tutta l’insicurezza e la debolezza dei propri
valori e del proprio orientamento culturale. Chi ha un atteggiamento più
laico, di problematizzazione dei comportamenti sociali e quindi con un
orientamento più solido – proprio perché non ha timore di discutere le
proprie posizioni – coglie, insieme ai pericoli impliciti in ogni
percorso di rischio, le buone ragioni dei protagonisti.
Il rischio si ripresenta all’uscita dalle discoteche.
Come ogni transizione è intrinsecamente pericolosa. Ogni transizione
implica infatti l’abbandono (la morte simbolica) di una parte di sé –
del self proprio della situazione precedente – per far spazio a
un’altra parte di sé. Mentre abbondano le indicazioni dell’attivazione
di procedure, più o meno diffuse tra i soggetti, per la gestione della
transizione in entrata, risulta evidente la carenza di modelli di
controllo e di facilitazione della transizione in uscita.

Una transizione certamente più problematica
innanzitutto perché si tratta di un ritorno a un mondo meno attraente
perché più routinario che, in secondo luogo, prevede minore centralità
della propria persona; i soggetti infatti sono meno protagonisti della
scena e provano quindi meno emozioni, parte pregnante del "sentirsi
vivi". Inoltre la stanchezza gioca un ruolo nella riduzione delle
capacità di controllo. Riduzione della capacità di controllo secondo i
parametri della vita quotidiana che, d’altronde, è uno degli effetti
cercati proprio per dar vita a quella parte di sé fondata sulle emozioni
e l’espressione corporea che è propria dell’esperienza della
discoteca. La mancanza di forme di ritualità in uscita è dunque un segno
di forte esposizione agli esiti negativi del percorso di rischio nella
transizione verso la vita quotidiana.
A questo proposito anni fa indicammo – si vedano i
numeri 125 e 126 del 1994 della rivista Psicologia contemporanea –
la necessità di elaborare delle "camere di compensazione",
ossia di chiedere a tutti gli attori presenti sulla scena di pensare e
partecipare all’elaborazione di forme di ritualità di varia natura che
aiutassero ad accompagnare questa transizione in uscita più pericolosa
per gli aspetti sopra indicati. Dopo anni di dibattito in cui alcuni opinion
leaders sono intervenuti con un certo pressappochismo per la mancanza
di un serio confronto con la realtà e con le ricerche sul campo, si è
iniziato a parlare di "camere di decompressione" e recentemente
il governo ha adottato questa formula.
A noi sembra necessario rilevare il cambio di
definizione, perché le parole sono importanti. Parlare di
"decompressione" significa attribuire a un mondo – quello
della discoteca – la caratteristica dell’essere compressi,
caratteristica che sarebbe mancante all’altro mondo, quello della vita
quotidiana. Una prospettiva ben diversa da quella implicita nel concetto
di compensazione, dove non si produce una gerarchia tra mondi e tra codici
espressivi, ma si indica soltanto l’esistenza di un diverso "incorniciamento"
dell’esperienza di sé e del mondo. Del resto con eguale superficialità
si erano già mosse, di fronte alla problematicità della transizione in
uscita, alcune "pubblicità-progresso" degli anni passati. Per
esempio, in uno spot televisivo del 1996 le parole pronunciate da un
giovane alla fine della serata sono: «E ora cornetto e cappuccino»,
seguite dal rumore di uno scontro automobilistico, a connotare l’attività
di far colazione insieme come connessa agli esiti catastrofici. Viene
così disconosciuta l’importanza di un (nuovo) fare collettivamente
organizzato, che potrebbe invece costituirsi come un’utile forma di
ritualizzazione in uscita e di reingresso nella vita quotidiana.
Qualche nota finale
Andare in discoteca è un’attività impegnativa e
piacevole che riguarda una consistente parte dei giovani. Se ha senso
vedervi un’attività di sperimentazione di altri sé possibili, ha senso
anche ammettere l’implicita presenza di rischio per i diversi livelli di
incertezza che il giovane sperimenta, su di sé come Io-corporeo e come
Io-in-relazione (segnatamente con l’altro sesso). Accettare l’incertezza
e il rischio come parte di un mettersi alla prova non rivolto solo a un
qualche tipo di trasgressione, ma anche alla genuina ricerca di nuove
declinazioni di identità in ambiti (corporeo, relazionale) poco noti o
controllati nelle pratiche quotidiane, significa porre le basi per
accettare le buone ragioni dei giovani e per identificare interventi di
contenimento degli esiti negativi, lasciando a loro l’assunzione di
responsabilità e il potere istitutivo delle loro azioni.
Carlo Castelli e Salvatore La Mendola
| NUOVE DROGHE:
DATI PREOCCUPANTI
Musica-afro e cannabis il
giovedì, musica-techno ed ecstasy venerdì e
sabato. Sono le combinazioni preferite dai giovani fra 15 e 30
anni che frequentano le discoteche. L’alcol continua però a
mantenere ovunque il primo posto ed è in aumento l’abitudine di
combinare più sostanze in cocktail micidiali per la salute.
Si tratta dei dati preliminari
relativi al primo studio italiano sull’uso delle droghe
sintetiche nelle discoteche, condotto da osservatori regionali e
dall’Istituto superiore di sanità. Alcol, ecstasy,
Lsd, cocaina, cannabis e amfetamine sono le sostanze più diffuse
nelle discoteche. In particolare, secondo gli esperti, fra i
giovani sono in deciso aumento i consumi di cocaina, anche per la
facilità con cui si acquista questa sostanza, la cui presenza
nelle discoteche è costante e si assesta intorno al 20% del
totale dei consumi di droghe. Anche tra gli studenti delle scuole
superiori la cocaina (provata da circa il 7% dei giovani) ha
battuto l’ecstasy (4%).
Tra le nuove droghe, inoltre, l’Osservatorio
nazionale sulle tossicodipendenze invita a non sottovalutare le
colle inalanti, o Popper rush, un fenomeno di cui non si
parla, ma i cui consumi sono così alti da battere quelli di
cannabis.
Preoccupazione la destano anche i
cocktail di più droghe. Dalla ricerca è emerso che tutti coloro
che frequentano le discoteche almeno una volta combinano due
sostanze. Spesso le scelgono affini: ecstasy e cocaina,
oppure ecstasy e amfetamine. Le conseguenze possono essere
di varia entità, ma sempre gravi: dal collasso alla distorsione
delle percezioni sensoriali e senza assistenza medica si rischiano
traumi psichici. Su questo fenomeno è in programma una ricerca
nelle strutture di Pronto soccorso di tutta Italia.
Altro fenomeno emergente è l’aumento
del consumo di droghe nelle donne, che se nell’adolescenza è
circa quattro volte inferiore rispetto a quello degli uomini,
intorno ai 20 anni il dato pareggia. |
| I LUOGHI DI
CONSUMO
In Umbria è la discoteca, per l’87%
degli intervistati, il principale luogo di consumo di ecstasy.
Seguono le feste private (47,2%), l’assunzione per strada
(14,4%) e allo stadio (11,1%). A dirlo sono proprio i giovani
intervistati dall’Agenzia per la promozione e l’educazione
alla salute nell’ambito di una ricerca a livello regionale
su di un campione di 1.110 giovani fra i 14 e i 24 anni. Dall’indagine
risulta che al 16,1% di questi è stata offerta ecstasy (un
giovane umbro su sei), il 70% pensa che non sia difficile
acquistarla, mentre 31 intervistati su 100 conoscono persone che
ne fanno uso. Il 94,6% ne ha sentito parlare, e nove soggetti su
dieci sanno che l’ecstasy è sul mercato sotto forma di
pasticche. Se da un lato la maggior parte colloca l’ecstasy, come
livello di pericolosità, subito dopo l’eroina e alla pari dell’Lsd,
dall’altro quote consistenti del campione reputano l’ecstasy
meno pericolosa della sigaretta, dell’alcol e della
marijuana. Il rischio di diventare dipendenti della sostanza,
infine, è segnalato dal 70%, a fronte di un 11,7 che pensa che
tale possibilità non sia reale. |
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