Famiglia Oggi.

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n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2010

Sommario

EDITORIALE
Un capitale umano da valorizzare
la DIREZIONE

SERVIZI
Quanto costano i figli in Italia
PIERPAOLO DONATI

Un’analisi socio-demografica
GIAN CARLO BLANGIARDO

Preferire una soluzione sussidiaria
GIANFRANCO CEREA

Una scelta di valore e di continuità
LIA SANICOLA

La politica deve riportare la speranza
RENATA MADERNA

DOSSIER
Difficoltà economiche e progetto generativo
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Non solo un costo in denaro
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Verso nuovi scenari sociali
ROSANGELA VEGETTI

RICERCA
L’amicizia in età prescolare
LUCIA ELIA

CONSULENZA
Ascolto e orientamento
ANNA MARIA CARUSO

POLITICHE
La ricetta del "familismo"
MARCO ALBERTINI

EDUCAZIONE
Apprendimento e tecnologia
CHIARA BELOTTI

MINORI
Famiglie e affido omoculturale
MARIA GALLELLI

BIOETICA
Lottare per una vita dignitosa
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Tra le pieghe dei riti familiari
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Confini del film di animazione
GIULIO TOSONE

NARRATIVA / RIVISTE

CISF / MONDO / SAGGISTICA

 

DOSSIER - DAL CISF UNA VALIDA FONTE INFORMATIVA

DIFFICOLTÀ ECONOMICHE E
PROGETTO GENERATIVO

   

UNA FOTOGRAFIA DELL’ITALIA
MENO FIGLI PER NON TOCCARE LE SPESE
 
di Lorenza Rebuzzini
(ricercatrice Cisf)
  

L’undicesimo rapporto Cisf presenta, per la prima volta, un’indagine sulle famiglie italiane, indagine longitudinale che verrà ripetuta ogni due anni con l’obiettivo di costruire una fonte informativa capace di seguire l’evoluzione nel tempo di alcune qualità familiari, oggi esplorate solo marginalmente. I dati raccolti si concentrano su quattro principali dimensioni dell’essere famiglia: le qualità socio-strutturali, la dimensione generativa, gli stili relazionali interni, la partecipazione alla vita sociale esterna. In particolare, l’indagine si focalizza sul costo dei figli e arriva a stabilire che un figlio costa, in media, 798 euro al mese. Di fronte alle difficoltà economiche le famiglie, non volendo toccare i consumi dei figli, scelgono quindi di limitare il proprio progetto generativo.
 

L'undicesimo rapporto Cisf presenta, per la prima volta, un’indagine sulle famiglie italiane. Si tratta di un’indagine longitudinale che verrà ripetuta ogni due anni con l’obiettivo di costruire una fonte informativa capace di seguire l’evoluzione nel tempo di alcune qualità familiari, oggi esplorate solo marginalmente, superficialmente o episodicamente, svolgendo questa operazione non a partire da dati aggregati strutturali, ma dando voce direttamente alle famiglie, con un questionario su un campione statisticamente rappresentativo. I dati rilevati, dunque, restituiscono una fotografia basata sull’esperienza e sulla percezione delle famiglie, fotografia che sotto molti punti di vista conferma ed è coerente con i dati strutturali raccolti in altre indagini. Gli insight (le intuizioni, le possibili riconfigurazioni di un problema da parte di chi si trova a doverlo risolvere) e i dati che emergono dall’indagine Cisf conducono dunque ad ulteriori riflessioni sugli atteggiamenti e sulle strategie quotidianamente adottate dalle famiglie italiane.

Il campione di riferimento

L’universo di riferimento è costituito appunto dalle famiglie italiane, cioè dagli insiemi di persone coabitanti e legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o di tipo affettivo. La dimensione dell’universo è stata stimata, a partire dall’Indagine multiscopo sulle famiglie dell’Istat (anno 2007), di circa 23 milioni 421 mila unità. La numerosità campionaria dell’indagine Cisf è stata teoricamente fissata a 4 mila famiglie ed il campione è stato stratificato proporzionalmente rispetto alle cinque aree geografiche di residenza:

  • Nord Ovest: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Liguria;

  • Nord Est: Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Veneto ed Emilia Romagna;

  • Centro: Toscana, Umbria, Marche e Lazio;

  • Sud: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria;

  • Isole: Sicilia e Sardegna.

Inoltre, la costruzione del campione di riferimento ha tenuto conto della distribuzione dei seguenti tipi familiari:

  • famiglia con un solo componente (fino a 65 anni di età);

  • famiglia con un solo componente (con più di 65 anni di età);

  • coppia senza figli (con donna fino a 54 anni di età);

  • coppia senza figli (con donna con più di 54 anni di età);

  • coppia con figli (tutti i figli minori di 18 anni di età);

  • coppia con figli (sia al di sopra che al di sotto dei 18 anni di età);

  • coppia con figli (con tutti i figli al di sopra dei 18 anni di età);

  • famiglia con un solo genitore (con tutti i figli fino ai 18 anni di età);

  • famiglia con un solo genitore (con figli sia al di sopra che al di sotto dei 18 anni di età);

  • famiglia con un solo genitore (con tutti i figli al di sopra dei 18 anni di età);

  • famiglie senza nuclei (escluse le persone sole);

  • famiglie con più nuclei.

I "Family social indicators"

I dati raccolti nell’indagine si concentrano su quattro principali dimensioni dell’essere famiglia:

  1. le qualità socio-strutturali (forme e strutture familiari, condizione socioeconomica, contesto sociale di vita);

  2. la dimensione generativa (presenza dei figli e loro valore/costo);

  3. gli stili relazionali interni (fiducia, condivisione del tempo e delle decisioni);

  4. la partecipazione alla vita sociale esterna (contesto amicale, associazionismo, volontariato, impegno sociale o politico).

La scelta di indagare nello specifico queste dimensioni non può essere considerata né neutra, né tantomeno esaustiva rispetto a tutti i possibili codici descrittivi ed interpretativi del "fare famiglia". Tuttavia, questi risultano essere altresì ambiti di conoscenza fondamentali, per chi vuole compiere uno sforzo di osservazione, lettura e interpretazione scevro da contrasti pregiudiziali.

Queste quattro dimensioni verranno seguite stabilmente nel corso degli anni, attraverso il monitoraggio e la costruzione di quelli che sono stati definiti dall’équipe di ricerca come Family social indicators ("indicatori familiari di qualità relazionale e sociale") e che per brevità verranno indicati nella ricerca come "indicatori familiari".

Seguendo il cambiamento di questi Family social indicators (vedi box qui sotto) sarà possibile leggere come cambia la famiglia in Italia nel corso del tempo. Accanto a questi indici, altri potranno poi essere individuati successivamente, nel corso delle future indagini.

Le qualità delle famiglie

La tipologia familiare su cui è stato costruito il piano di campionamento dell’indagine è stata elaborata in riferimento ad alcune qualità essenziali delle strutture familiari. Di fronte ai dati raccolti, confrontati anche con i dati Istat dei quali si è seguita la tipizzazione delle famiglie, dall’indagine Cisf emergono alcune sostanziali considerazioni sulle qualità strutturali delle famiglie italiane.

In primo luogo, emerge un quadro di famiglia "normale". Il 97% delle coppie coabitanti con figli risulta sposata, il numero medio di componenti per famiglia è di 2,51 persone, il 46,58% delle famiglie intervistate ha figli, di cui quasi la metà sono figli unici. Le coppie intervistate sono in assoluta prevalenza italiane, ed il 60% possiede un titolo di studio omogeneo (entrambi i coniugi, cioè, hanno lo stesso curriculum scolastico). Le famiglie più giovani (tutti i figli con meno di 18 anni) appaiono caratterizzate da progetti generativi più forti, rispetto alle famiglie che hanno tutti i figli con più di 18 anni: tra le famiglie giovani ci sono più famiglie con 2 o 3 figli.

Nel complesso, anche solo da un punto di vista strutturale, la fotografia delle famiglie italiane propone aspetti e forme che non sembrano corrispondere agli stereotipi presenti oggi nel discorso sociale prevalente sulla famiglia, spesso orientato alla facile scorciatoia del "sensazionalismo delle fragilità familiari" (sicuramente presenti) anziché verso un più impegnativo, ma anche più serio, discorso sulla operosa – e spesso faticosa – normalità della vita della maggior parte delle famiglie del nostro Paese.

L’indagine Cisf, che non vuole dunque negare l’aumento della pluralizzazione delle forme familiari, rileva dunque come in Italia il "fare famiglia" sia connotato da una sua sostanziale, anche se indubbiamente faticosa, normalità. Questo dato fornisce un primo contributo per il riconoscimento della qualità del familiare nel nostro Paese.

In secondo luogo, dall’indagine Cisf emerge una sostanziale disomogeneità delle culture e dei modelli familiari in base alla Regione di appartenenza. Le strutture familiari sembrano quindi differenziarsi nei diversi contesti territoriali secondo alcune significative distinzioni:

  • il Sud e le Isole confermano una maggiore presenza di famiglie composte da coppie con figli, rispetto alle altre aree del Paese;

  • le famiglie con un solo genitore sono più presenti al Centro e al Nord;

  • il Nord Ovest presenta una quota rilevante di famiglie anziane;

  • le persone sole sono molto più presenti nei Comuni più grandi;

  • le coppie con figli sono invece molto più presenti nei Comuni più piccoli;

  • le famiglie con un solo genitore e figli adulti sono, infine, più presenti nei Comuni di grandi dimensioni.

L’analisi del clima familiare

L’analisi del clima familiare è stata condotta attraverso l’approfondimento di quattro dimensioni comunemente considerate come qualificanti il buon funzionamento familiare.

1. La coesione familiare, ossia quanto i membri di una famiglia sentono di essere parte di un gruppo e percepiscono tale appartenenza come risorsa per gli scambi o il supporto. L’indice di coesione rilevato risulta essere abbastanza elevato, è infatti 8,90 su un massimo di 10. Sono soprattutto le famiglie più giovani a collocarsi nell’indice di maggior coesione.

2. Il potere decisionale, ossia lo stile decisionale proprio della famiglia. Le decisioni sono prese perlopiù dai due partner insieme (75,9% degli intervistati) o da genitori e figli insieme (15,1%). La condivisione delle decisioni risulta associata ad un livello di soddisfazione più alto: nelle famiglie dove sono maggiormente condivise le decisioni, anche il livello di soddisfazione appare alto.

3. La suddivisione dei compiti. La gestione dei compiti domestici appare, in linea con molte altre rilevazioni sul tema, di stretta competenza delle donne: i dati dell'indagine Cisf confermano dunque la specializzazione femminile del carico di gestione domestica e della cura delle relazioni, sebbene un quarto del campione dice di condividere la gestione dell’organizzazione domestica e la maggior parte afferma di condividere la gestione dei figli.

4. La soddisfazione relativamente a specifiche relazioni familiari, anche in rapporto al tempo trascorso insieme. In tutti i campi specifici (relazione con la famiglia d’origine, con il partner, con i figli, il tempo trascorso con i famigliari, il tempo trascorso con i figli) il livello di soddisfazione è superiore a 8 su un massimo di 10.

In sintesi il clima familiare appare caratterizzato da un’elevata coesione familiare, che non risulta essere significativamente diversa a seconda delle tipologie familiari considerate. L’età dei figli, al contrario, emerge come variabile cruciale: le famiglie con figli minorenni riportano alti livelli di coesione e soddisfazione familiare, mostrando come in questa specifica fase del loro ciclo di vita, tali famiglie siano impegnate ad alimentare legami familiari forti per rispondere in modo adeguato alle esigenze dei figli e della famiglia stessa.

Il capitale sociale

Il capitale sociale è una proprietà delle relazioni sociali, che rappresentano una vera e propria forma di capitale, per chi le mette in atto, nella misura in cui favoriscono la circolazione di fiducia e costituiscono, allo stesso tempo, una risorsa mobilitabile in caso di necessità. Partendo da questa definizione di capitale sociale, è possibile strutturare la creazione di capitale sociale in riferimento alle diverse cerchie sociali nelle quali gli individui si trovano ad interagire. Per la famiglia, che costituisce appunto una di queste cerchie (anzi, la cerchia sociale dove primariamente, cioè prima che altrove, si costruisce capitale sociale) si parla di "capitale sociale familiare".

Dall’analisi del capitale sociale familiare emerge una stretta relazione tra capitale sociale bonding (le relazioni che riescono a veicolare fiducia e sostegno all’interno delle famiglie) e capitale sociale bridging (le relazioni che, invece, riescono a veicolare fiducia e sostegno all’esterno): i legami familiari forti generano cioè un’elevata fiducia sia interna, sia verso l’esterno. Dall’indagine Cisf emerge come la fiducia riposta nell’aiuto da parte dei propri familiari sia sempre superiore, rispetto all’aiuto effettivamente fornito.

Inoltre, la relazione tra capitale sociale bridging e fiducia sociale generalizzata mostra che i legami familiari forti generano una più spiccata tendenza a fidarsi dell’altro generalizzato, cioè a riporre fiducia anche in chi non si conosce. Il capitale sociale bonding e il capitale sociale bridging, dunque, pur essendo due grandezze sintatticamente, oltre che semanticamente, distinte, si influenzano reciprocamente e interagiscono all’interno dei contesti relazionali.

Nei contesti dove è minore il capitale sociale bridging, come accade nell’Italia meridionale, anche il capitale sociale bonding ne risulta in qualche modo intaccato. Al contrario, appare una stretta correlazione tra status socio-economico delle famiglie e capitale sociale bridging: le famiglie che si collocano nei quintili di reddito superiori sembrano anche quelle dotate di una maggiore capacità di riprodurre capitale sociale bridging, sono cioè quelle che riescono ad intrattenere relazioni sociali più facilmente e che partecipano più attivamente alla vita sociale del contesto di riferimento.

I figli: valore o costo?

L’indagine Cisf ha inoltre analizzato in che modo le famiglie italiane considerano i costi connessi all’accrescimento di un figlio, attraverso l’analisi di alcuni temi cruciali, quali il benessere economico e il tempo dedicato alle relazioni.

In primo luogo, dall’analisi del benessere economico e relazionale della famiglia, emerge che:

  • la percezione del benessere economico è sostanzialmente in linea con la fascia di reddito equivalente: dichiarano di "non arrivare a fine mese" le famiglie appartenenti ai primi tre quintili, cioè le famiglie con i redditi più bassi. Le famiglie appartenenti alla fascia media hanno una percezione del proprio benessere economico sostanzialmente peggiorativa rispetto alla situazione reale;
       

  • la misurazione del benessere economico ha dato una stima dell’incidenza della povertà comparabile a quella rilevata a livello nazionale (dati Istat): il 40% delle famiglie con 3 o più figli è sotto la linea di povertà. L’incidenza della povertà è più alta nelle famiglie numerose, poco istruite, monoreddito, residenti nel Sud dell’Italia e nelle Isole.

In secondo luogo, notevole attenzione è stata riservata al tempo dedicato alla cura delle relazioni familiari, in relazione alla presenza di figli piccoli e alla contemporanea presenza sul mercato del lavoro. Dall’indagine Cisf emerge una maggiore collaboratività dei padri e un maggior coordinamento nella coppia per facilitare l’accesso della madre al mondo del lavoro, così come emerge (ancora una volta) il fatto che i nonni costituiscano, all’interno dell’organizzazione familiare, una grossa "riserva di tempo" da dedicare soprattutto ai più piccoli, ma anche all’aiuto dei figli adulti, nello sbrigare piccoli lavori e commissioni quotidiane. Infine, dall’analisi dei tempi di cura emerge come la donna continui ad essere impegnata su molteplici fronti e faccia fatica ad armonizzare i tempi del lavoro e della famiglia. Il desiderio di maternità risulta dunque, anche da questa indagine, fortemente compresso: in Italia nascono in media 0.43 figli in meno di quelli desiderati (che già non sono molti e si avvicinano all’indice di sostituzione, 2,14 figli per donna). Tra le ragioni più diffuse, oltre a quelle di carattere economico e psicologico, che analizzeremo nel dettaglio più avanti, anche la difficoltà a conciliare i tempi del lavoro e della famiglia.

Infine sono stati analizzati i costi per allevare un figlio, suddivisi in costi di mantenimento e costi di accrescimento. Il costo di mantenimento corrisponde all’ammontare del reddito necessario a una famiglia con bambini per godere dello stesso livello di benessere materiale di una famiglia senza bambini. Il costo di accrescimento comprende il costo di mantenimento del figlio, le spese per beni non necessari e il valore del tempo impiegato dai genitori per prendersi cura dei figli. Tra i costi non monetizzabili, alcuni possono essere coperti da servizi esterni alla famiglia, mentre altri non lo possono essere, perché è in gioco la vita stessa della famiglia come relazione. Come indica Donati, più gli interventi pubblici e privati si focalizzano sui costi di mantenimento, tanto più arretrato risulta essere il Paese.

Nell’indagine Cisf il costo di accrescimento è stato stimato in base a quanto rilevato dalla risposta alla domanda che chiede all’intervistato di pensare ad una specifica situazione familiare contingente, relativa ad una coppia senza figli con un reddito mensile di 2 mila euro, e quindi di dichiarare di quanti euro in più al mese avrebbe bisogno questa coppia per mantenere lo stesso livello di benessere. Il costo medio dichiarato del figlio è di 798 euro, cifra non lontana dai dati ampiamente commentati nel capitolo del Rapporto Cisf dedicato a Il costo di accrescimento dei figli (cfr. Perali, Menon, tab. 2, p. 189).

Il secondo dato da sottolineare, rispetto al tema del costo dei figli, riguarda la variazione dei costi di mantenimento in base ai quintili di reddito equivalente. Emerge infatti che la spesa alimentare non varia sostanzialmente tra il primo quintile (famiglie povere, la cui spesa alimentare ammonta a 494 euro circa) e l’ultimo (famiglie benestanti, la cui spesa alimentare ammonta a 616 euro). Se ne deduce quindi che i costi di mantenimento, prime fra tutte le spese alimentari, pesano in modo assai diverso sulle famiglie appartenenti ai diversi quintili: occupano il 44,3% delle risorse familiari nel primo quintile, il 25% nel quarto quintile e il 18,1% nel quinto quintile. Dunque, mentre le famiglie più ricche potranno impiegare risorse nei costi di accrescimento e per beni non strettamente necessari, le famiglie povere dovranno necessariamente "appiattire" il costo dei figli sulle spese di mantenimento (Menon, Perali, tab. 31 pag. 97).

Nella presente congiuntura, caratterizzata dall’accresciuto costo dei beni e dei servizi, il 90% delle famiglie si dichiara ampiamente insoddisfatto riguardo agli aiuti forniti dallo Stato italiano, senza variazioni sostanziali tra livelli di reddito, numero di percettori di reddito, macroregione e titolo di studio: il voto medio dato allo Stato italiano è 2,95 su una scala di 10 punti. La scarsità di aiuti, ed il fatto che le famiglie non si sentano in alcun modo supportate dal contesto di riferimento incide indubbiamente sui fattori soggettivi (attese psicologiche e culturali) che portano le famiglie italiane a decidere di avere meno figli di quelli desiderati.

Uno sguardo di sintesi

Nel cercare uno sguardo sintetico sui risultati dell’indagine, emergono le seguenti annotazioni:

  • La popolazione italiana è composta da famiglie anagrafiche di cui il 53,4% non ha figli. Solo una minoranza di famiglie ha almeno un figlio. Dobbiamo prendere atto di una situazione abbastanza drammatica, nel senso che abbiamo a che fare con una popolazione assai anziana e in gran parte destinata a non avere figli. Il peso della riproduzione della popolazione cade su delle minoranze: cioè sul 21,9% delle famiglie che hanno un figlio, il 19,5% che ne ha due, il 4,4% che ne ha tre, mentre le famiglie con quattro figli o più rappresentano lo 0,7%. E ci si chiede: possibile che, con questi numeri, non si riesca a fare di più per sostenere le famiglie che hanno dei figli o che ne desiderano uno in più? È chiaro, infatti, che la spesa pubblica è usata molto di più per sostenere le aziende e gli affari economici che le famiglie con figli. Si tratta di una politica miope, che non comprende neppure che, senza figli, non ci sarà forza lavoro, non ci saranno i contributi per la previdenza sociale degli anziani, e in generale questa situazione demografica costituisce un freno al benessere complessivo della popolazione.

  • Un secondo dato da considerare attentamente è lo scarto fra il numero medio dei figli avuti dagli intervistati, pari a 1,71, e il numero medio dei figli desiderati, pari a 2,14. Come abbiamo già visto, questo scarto non è banale, sebbene si vada assottigliando negli ultimi anni: le rilevazioni precedenti mostravano infatti uno scarto superiore.

  • Osservando la tipologia delle famiglie italiane, possiamo notare che il peso dei figli ricade sul 39,9% delle coppie e sull’8,8% di genitori soli.

  • Quali sono le cause di così pochi figli? La distribuzione dei fattori dichiarati dagli intervistati come fattori che hanno inciso sull’avere meno figli di quelli desiderati mostra un risultato assai interessante: l’avere avuto poche risorse economiche (soldi) ha inciso per il 19,5%; la scarsa disponibilità di tempo nel conciliare famiglia e lavoro ha inciso per l’8,9%; la casa troppo piccola ha inciso per lo 0,3%; l’assenza di servizi per l’infanzia (asili, ecc.) per lo 0,3%; la precarietà del lavoro per l’1,5%; il posporre la nascita del figlio agli anni a venire per l’11,7%; mentre le altre "motivazioni personali" hanno inciso per il 57,8% dei casi. In sostanza, le cause che hanno ristretto la natalità sono per quasi il 58% rappresentate da motivi soggettivi! Possiamo dire, in breve, che si tratta di motivi psicologici legati al senso di incertezza e di rischio sul futuro, così come a fattori culturali inerenti alle difficoltà di impegnarsi nell’educazione dei figli, più che a vincoli strutturali od economici in senso stretto.

  • La spesa media mensile per i figli a carico è il 35,3% della spesa familiare totale. Ma sugli alimenti e bevande i figli spendono più della metà dell’intera famiglia (in media: 244,7 euro al mese per i figli su 449,5 euro per l’intera famiglia). Le spese medie per la "paghetta" ai figli (23,7 euro al mese) sono decisamente superiori alle spese medie per l’istruzione (12,5 euro al mese).

  • Come riescono le famiglie ad arrivare alla fine del mese? Con grande difficoltà il 16,4% (area della povertà), con una certa difficoltà il 18,0% (area a rischio di povertà), con qualche difficoltà il 37,2% (strati sociali più bassi, ma sopra la linea della povertà), con una certa facilità il 22,4% (classi medie), con facilità il 5,3% (classi medio-alte), con grande facilità lo 0,8% (classi più elevate). Se analizziamo gli estremi, abbiamo il 34,4% nell’area delle difficoltà e il 28,4% nell’area della facilità ad arrivare alla fine del mese.

  • La distribuzione dei redditi familiari sembra da Paese del Terzo Mondo. Il 60,2% della popolazione vive con un reddito familiare inferiore a 1.500 euro al mese. È vero che il 53,1% della popolazione vive senza figli (il 26,6% sono persone sole – in genere anziani –, e il 21,5% sono coppie senza figli). Ciò induce a pensare che, a parte gli anziani soli e le coppie di anziani i cui figli sono ormai grandi e autonomi, la popolazione italiana sopravvive decentemente proprio perché rinuncia ad avere figli.

  • Le famiglie italiane, dunque, operano una scelta a monte: per potere dare ai figli ciò che considerano "indispensabile", limitano la propria capacità generativa, scegliendo di fare meno figli. In breve, le spese seguono la logica del dare il più possibile a pochi figli.

  • In base a quanto raccolto dall’indagine Cisf, è stato inoltre possibile raggruppare le famiglie italiane in tre grandi aggregati, tre modelli sintetici che possono indicare alcune caratteristiche proprie di ogni gruppo.

1. Il primo raggruppamento può essere chiamato delle famiglie marginali (43,5% sul totale) perché si tratta delle famiglie di più basso status sociale, con le maggiori difficoltà economiche ed il maggiore isolamento sociale. Esse si trovano soprattutto al Sud e in parte nelle Isole, anche se sono ben presenti anche in altre zone d’Italia. Vivono nei Comuni di più piccole dimensioni. Si tratta di famiglie generalmente più anziane della media che spendono in media 546 euro al mese per alimenti e bevande, di cui 104,16 sono per i figli. La percentuale di spesa per i figli sul budget familiare mensile sta sul 35%. Sono le famiglie che vorrebbero aiuti dallo Stato nella misura del 41% circa, più di tutte le altre famiglie. Hanno un livello positivo di solidarietà interna, ma contano poco sull’aiuto degli amici e sono complessivamente molto più isolate degli altri due gruppi di famiglie. Il loro impegno civico è nullo o molto scarso, e gli impegni esterni nella comunità si rivolgono prevalentemente ad attività religiose.

2. Il secondo raggruppamento può essere chiamato delle famiglie adattative (38,5% sul totale) perché si tratta delle famiglie che mostrano i tratti "medi" nelle qualità sociali ed economiche che andiamo considerando. Il loro status sociale è medio-alto e alto. Riescono ad arrivare alla fine del mese con una certa o sufficiente facilità. Si tratta di famiglie generalmente più giovani della media, con i figli tutti sotto i 18 anni di età. Spendono in media 565 euro al mese per alimenti e bevande, di cui 163,57 per i figli. La percentuale di spesa per i figli sul budget familiare mensile sta sul 40%. Hanno un livello decisamente molto elevato di solidarietà interna, che si accompagna al livello più elevato di aiuto da parte di amici e conoscenti. Sono complessivamente meno isolate delle precedenti, ma con un impegno civico contenuto, che sta nei dintorni della famiglia, delle sue reti, delle attività religiose e artistico-culturali.

3. Il terzo raggruppamento può essere chiamato delle famiglie modernizzate (18,1% sul totale) perché si tratta delle famiglie che, nella loro struttura relazionale e modalità di trattare i figli, mostrano tutti i tratti della modernizzazione, con i suoi risvolti positivi e negativi. Sono famiglie di status sociale alto e medio-alto. Si trovano nel Nord (soprattutto Nord-Est, e in misura minore nel Nord-Ovest) e nel Centro Italia. Hanno un minor numero medio di figli rispetto ai due gruppi precedenti, e precisamente 1,60. Sono le famiglie che arrivano con molta facilità alla fine del mese, e hanno un tenore di vita più elevato. Spendono in media 634 euro al mese per alimenti e bevande, di cui 292,16 per i figli. La percentuale di spesa per i figli sul budget familiare mensile si aggira intorno al 33%, che è la più bassa rispetto alle altre famiglie. Sono anche le famiglie che si accontentano di un sostegno minore da parte dello Stato rispetto alle altre famiglie. Gli indicatori della fiducia e solidarietà interna stanno a metà tra i valori delle famiglie marginali e di quelle adattative. Si impegnano in attività associative di vario tipo (beneficenza, artistico-culturali, politiche, sindacali e sportive), ma non di tipo religioso. Sono dunque le famiglie più laicizzate.

Da un’analisi comparativa tra i tre gruppi, emerge infine che:

  • Per quanto riguarda il numero medio di figli a carico del bilancio familiare, si va da 1,71 nel primo e secondo gruppo a 1,60 nel terzo gruppo. Questo dato è coerente con tutte le caratteristiche interne rilevate nei tre gruppi.

  • Per quanto riguarda lo scarto tra il numero di figli avuti e quello dei figli desiderati, la moda statistica dice che, per la maggioranza, il numero di figli avuti coincide con quello dei figli desiderati. All’interno dei tre gruppi, però, rileviamo differenze significative: nel primo gruppo, infatti, una percentuale più consistente dichiara di aver desiderato meno figli di quelli avuti, mentre nel terzo gruppo il dato è rovesciato: una maggior percentuale di intervistati dichiara di aver avuto meno figli di quelli desiderati.

  • In linea generale, le famiglie italiane condividono l’atteggiamento di toccare il meno possibile le spese per i figli, anche in tempo di crisi. I figli, che hanno adottato lo stesso modello consumistico dei genitori, sono quelli maggiormente "preservati" nelle scelte economiche familiari. E i nuovi genitori, di conseguenza, per non dover modificare il proprio stile di vita, riducono il numero di figli.

Lorenza Rebuzzini


    

Indicatori familiari
  • Status socio-economico familiare
  • Prestigio delle professioni familiari
  • Capitale culturale familiare
  • Capitale sociale familiare bonding
  • Capitale sociale familiare bridging
  • Condivisione familiare del tempo
  • Fiducia sociale generalizzata
  • Impegno civico
  • Coesione familiare
  • Stile decisionale
  • Condivisione dell’organizzazione domestica
  • Cura delle relazioni
  • Soddisfazione per le relazioni familiari
  • Soddisfazione per la situazione economica
  • Fonte: "Il costo dei figli. Quale welfare per le famiglie?", p. 42








 

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