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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2009 EDITORIALE SERVIZI
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EDITORIALE Uno
sguardo capace La Direzione La
cura si pone innanzitutto come un legame tra persone, come uno sguardo
diverso rivolto a chi ci sta vicino o alle cose che abbiamo intorno,
capace di sostenere il confronto e l’incontro con l’altro attraverso
la ricerca della relazione. Affrontare il tema della cura nella società contemporanea appare oggi una scelta controcorrente, una sfida culturale radicale a un modello antropologico fondato sull’individuo che basta a sé stesso e su un concetto che equipara la libertà all’assenza di qualsiasi tipo di legame, sia che si tratti di una relazione con un’altra persona (a rischio di limitare la capacità di autodeterminazione), sia che ci si trovi di fronte a un vincolo oggettivo, come la malattia, la fragilità, la morte stessa. La cura invece si pone innanzitutto come un legame tra persone, come uno sguardo diverso rivolto a chi ci sta vicino o alle cose che abbiamo intorno, capace di sostenere il confronto e l’incontro con l’altro attraverso la ricerca della relazione. Come ci ricorda Maurizio Chiodi, in effetti la cura costituisce «una via media – buona – in rapporto a due eccessi, che sono il fallimento della relazione stessa», vale a dire l’abbandono e il dominio. Emerge così un’altra qualità decisiva, anche se "politicamente scorretta", della cura, vale a dire il suo essere una relazione inevitabilmente asimmetrica, ma capace di una reciprocità piena. È asimmetrica, perché nella cura c’è chi fornisce cura e chi la riceve, ma l’azione stessa del curare implica inevitabilmente il riconoscimento del valore dell’altro, anche se fragile, sofferente, totalmente dipendente, proprio nella sua unicità, così come ha imparato il Piccolo Principe: «"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa"» (St. Exupery, Il Piccolo Principe, cap. 21). In famiglia questa qualità della cura si fa esperienza concreta, a partire dal dono della vita fino alla carezza per i propri vecchi, sul letto di morte, perché solo così la vita è degna di essere vissuta, e solo con questo sguardo si può cantare, con le parole di Battiato, che «ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie. E guarirai da tutte le malattie, (...) Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale, e io, avrò cura di te» (Franco Battiato, La cura, 1996). La direzione |
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